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Samuele
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avatarPolvere e Preghiere
in Blog il 05 Giugno 2026, 11:21






Quando siamo arrivati in questo piccolo paese abbiamo subito individuato la villa abbandonata, ma appena scesi dalla macchina abbiamo capito che entrare sarebbe stato meno semplice del previsto. Il paese era completamente deserto, non c’era praticamente nessuno in giro. Proprio davanti all’ingresso della villa però c’erano dei lavori di ristrutturazione in corso in una casa molto bella, con piscina, e quindi per qualche minuto ci siamo chiesti se fosse davvero il caso di entrare oppure no. Alla fine ci siamo avvicinati lo stesso e abbiamo capito che era un momento di pausa. Nessun operaio in vista, nessun movimento. Il cancello della villa era completamente aperto, il giardino totalmente incolto e le porte spalancate. Siamo entrati senza difficoltà.





La sensazione iniziale è stata subito diversa rispetto a tante altre ville eleganti e quasi da cartolina che si trovano spesso nel mondo urbex. Qui c’era qualcosa di più vero, più vissuto. Non era una villa di lusso, ma un posto che raccontava davvero la vita di chi ci aveva abitato.






Siamo saliti subito al piano superiore. Abbiamo trovato tre camere da letto, un piccolo salottino e un bagno che secondo me è una delle parti più interessanti della casa. Una delle stanze era devastata, piena di oggetti sparsi ovunque: statuine religiose, santini, libri dedicati alla Chiesa e tantissime tracce di una vita molto religiosa. A un certo punto abbiamo trovato anche la il documento di una suora, e da lì abbiamo capito da dove arrivasse il nome Casa della Monaca. Una delle camere aveva un’atmosfera stranissima. Sul comodino c’era un vecchio giocattolo totalmente fuori contesto, mentre vicino al camino i calcinacci caduti dal soffitto avevano quasi coperto una piccola statuetta trasparente della Madonna di Lourdes. Una scena semplice, ma molto forte fotograficamente.





Il bagno invece mi è piaciuto tantissimo, semplicemente meraviglioso. Piastrelle anni Settanta, due sanitari affiancati e soprattutto una cassetta del wc completamente spostata verso sinistra rispetto al vaso. Una soluzione assurda, di quelle che ti fanno fermare a guardare pensando a quanto abbia dovuto bestemmiare l’idraulico per montarla così.





Poi siamo scesi al piano terra, dove c’è la stanza più bella della villa, quella che probabilmente rappresenta meglio tutta la casa. Una grande sala con divano, tavolo centrale, poltrone, un soffitto affrescato, un lampadario particolare e un enorme mobile pieno di oggetti religiosi. Crocifissi, una seconda Madonna di Lourdes, lumini da cimitero, candele, santini. Ma anche bottiglie di alcolici lasciate lì, perché alla fine la vita vera è sempre fatta di contrasti e non solo di preghiere. Anche la cucina mi è piaciuta molto. Non era una cucina elegante o moderna, ma una cucina vissuta davvero. Di quelle dove immagini persone sedute a parlare, mangiare, preparare il pranzo. Una cucina reale. Tutta la villa ha questo carattere molto religioso, ma allo stesso tempo molto umano. Non dà la sensazione di una casa fredda o costruita per apparire. Qui dentro si percepisce chiaramente che qualcuno ha vissuto davvero. Quando siamo usciti gli operai erano tornati. Li abbiamo salutati tranquillamente e ce ne siamo andati senza problemi.





Non è una villa lussuosa e probabilmente non è nemmeno una delle location urbex più spettacolari che abbia visto. Però mi ha lasciato addosso una sensazione positiva. Perché in posti così non guardi solo l’abbandono. Riesci a immaginare le persone che ci hanno vissuto dentro.





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avatarLa Villa dei Tre Fratellini
in Blog il 29 Aprile 2026, 23:05






La villa dei tre fratellini è una di quelle esperienze che ti lasciano più fastidio che soddisfazione. Non per il posto in sé, ma per come lo trovi. Capita spesso di arrivare dopo i ladri, e quando succede si perde la poesia. Oggetti buttati a terra, cassetti svuotati, stanze messe a soqquadro. Avevo visto immagini della villa praticamente intatta, ma evidentemente la voce si è sparsa e qualcuno è passato prima di noi a cercare qualcosa di valore. Risultato: caos totale. E a me, nell’urbex, il caos non piace. Mi blocca proprio, non riesco a trovare geometria.





La casa però regge, anche in mezzo al casino. Si parla di una famiglia, probabilmente francese, con tre bambini piccoli. I nomi sono ancora scritti nella loro cameretta, ed è una di quelle cose che ti lascia una sensazione sbagliata, distopica, difficile da spiegare. La villa è grande, su tre piani, con un dehor esterno elegante, che contrasta completamente con il resto della casa, e si percepisce subito che era una casa di livello alto. Dentro ci sono oggetti che raccontano tanto: un pianoforte a coda, una macchina fotografica Minolta ormai distrutta, una Ducati in garage, due bottiglie di whisky lasciate lì, un pinguino porta pennelli che sembra perdersi nel disordine, ma che in realtà funziona come una piccola sentinella.





Ci sono anche dettagli che ti riportano in un’epoca precisa. Il bagno vintage, anni ’70-’80, con quella tonalità verde felce che oggi fa quasi sorridere, ma che all’epoca era modernità pura. Tenda verde, piatto doccia verde, sanitari verdi, tappeto verde, tutto coerente. Sono quelle cose che danno identità a un posto. Il problema è che tutto questo viene soffocato dal disordine. E quando il disordine prende il sopravvento, fotografare per me diventa difficile.
Non ho trovato linee, non ho trovato equilibrio, non ho trovato niente.





L’unico scatto che salvo davvero è quello della scala che porta in soffitta. Una stanza piccola, piena di fogli per terra, ma con un’aura forte: la scala quasi elegante che sale, e un quadro moderno dai colori accesi, arancione e blu, che spacca tutto. È un’immagine potente. Lì sono ancora riuscito a leggere la scena. Per il resto, ho avuto la sensazione di essermi perso qualcosa. La villa aveva potenziale, tanto, ma il passaggio di chi è venuto solo a rubare ha distrutto il valore fotografico e storico. Ed è un peccato, perché posti così, quando sono intatti, sono meravigliosi custodi del tempo che scorre.





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avatarLa Villa della Lepre
in Blog il 18 Aprile 2026, 17:39






Questa villa è conosciuta come Villa del Coniglio . Io non la chiamo Villa del Coniglio. Perché non è un coniglio. È una lepre. Punto. E non è una questione di opinioni. È che basta avere gli occhi. È imbalsamata: si vede chiaramente. Corpo lungo, orecchie lunghe, punte nere. Lepre. Il problema è che la gente non guarda. Copia. Ripete. E via, tutti dietro a Villa del Coniglio come se fosse inciso nella pietra. Ma poi davvero: chi × imbalsama un coniglio? Un coniglio non è un trofeo. Una lepre sì. È difficile da prendere, ha senso, è esattamente quello che ti aspetti di vedere impagliato in un posto del genere. Non serve essere cacciatori, basta non essere completamente distratti. Che poi questa roba mi faccia pure schifo è un altro discorso. Ma almeno chiamiamola per quello che è.

Perché continuare a chiamarla Villa del Coniglio non è una tradizione, è una cazzata ripetuta abbastanza volte da sembrare vera.





Detto questo, il posto è clamoroso. La Villa della Lepre (sì, lepre) è una delle esplorazioni migliori che mi siano capitate ultimamente: praticamente intatta, piena di roba, stanze che parlano da sole. Uno di quei posti dove non devi inventarti niente. Devi solo non essere cieco.






All’ingresso ti accoglie un salottino che già da solo vale la visita: parete decorata con scene primaverili, un tavolo, la tipica macchina da cucire (marca Gritzner). Poi si entra nella sala della lepre, ed è lì che il posto cambia passo: camino, tavolo, una zona più raccolta con un sedie in stile e un tavolino da esterno, un lampadario importante, quadri con ritratti di famiglia. Tutto gira intorno a quella stanza. Anche i pavimenti fanno la loro parte: cementine bellissime decorate a motivi geometrici, e in generale tutta la casa mantiene un livello altissimo.





Al piano di sopra ci sono le camere: una enorme, con un arazzo sopra il letto, una bandiera italiana sbiadita, specchi, quadri, mobili rimasti al loro posto. Ogni stanza ha qualcosa che la distingue: lampadari, pavimenti d’epoca, tappezzerie particolari. In una c’è anche una vecchia culla da bambino, di quelle aristocratiche. Poi il bagno, con un vaso Piemontesina della Pozzi Ginori (un classico), sedile rosso (meno classico) e porta con la scritta libero/occupato, dettaglio intrigante per una casa privata. Tornando giù, due stanze laterali completano il tutto: una sorta di studio, tappezzeria curata, lampadario in stile e un altro pavimento che da solo basterebbe. Tutta la villa è un piccolo gioiello, e speriamo resti così.





E poi c’è lei: il conig… no, la lepre. Centrale, impossibile da ignorare. Sta lì, esposta, fiera. Corpo slanciato, zampe lunghe, orecchie dritte con le punte nere: basta questo per capirlo. Non è un animale qualunque: è veloce, schiva, difficile da prendere. Un trofeo, non a caso. E infatti domina la stanza, ti ci riporta lo sguardo anche se provi a evitarla. Puoi guardare tutto il resto, ma torni sempre lì. E no, non è un coniglio.





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avatarLa casa della bambina cieca
in Blog il 07 Marzo 2026, 0:39






A prima vista sembra una delle tante abitazioni di campagna: semplice, senza elementi spettacolari. Dentro la situazione è quella classica dell’urbex domestico. Mobili ancora presenti, stanze riconoscibili, oggetti rimasti dove sono stati lasciati. La prima stanza che si incontra entrando è la sala da pranzo. Il tavolo è ancora al centro della stanza, con le sedie attorno e la credenza anni Sessanta piena di piccoli oggetti rimasti lì da anni. Le tappezzerie resistono ancora bene, il soffitto decorato è quasi intatto e dalle finestre entra una luce chiara che illumina tutta la stanza. È la classica casa di campagna rimasta ferma nel tempo.





Girando per la casa si arriva alle camere da letto. Sono stanze semplici, arredate con mobili di legno come se ne trovavano in tante case di famiglia: letti, comodini, armadi e qualche cassettiera. In alcune stanze le pareti sono rovinate dall’umidità e dal tempo, in altre invece tutto è rimasto sorprendentemente in ordine. I letti sono ancora al loro posto, con coperte e materassi rimasti lì da anni. Anche qui non si vedono segni particolari di devastazione: sembra più una casa che è stata semplicemente chiusa e dimenticata.
Il dettaglio più particolare si trova però nella sala principale. Sul tavolo c’è una bambola. Non è una di quelle moderne, perfette. È una bambola un po’ consumata, con i capelli arruffati e il vestito stropicciato. Accanto c’è un libro aperto. A prima vista sembra solo un vecchio libro dimenticato lì. Ma quando ti avvicini capisci che non è un libro qualunque. Le pagine non hanno lettere. Hanno piccoli rilievi sotto le dita. È braille. È un oggetto che cambia completamente la lettura della casa. In quel momento diventa abbastanza evidente che qui viveva qualcuno non vedente, molto probabilmente una bambina.





Il resto della casa conferma questa sensazione di vita quotidiana interrotta. Oggetti religiosi appesi ai muri, piccoli soprammobili sui mobili, camere rimaste quasi intatte. Non ci sono grandi segni di saccheggio o vandalismo. Semplicemente una casa che a un certo punto è stata lasciata. Tra tutte le stanze, però, l’immagine che resta più impressa è quella del tavolo con la bambola e il libro in braille: due oggetti semplici che raccontano più di tutta la casa.





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avatarVilla Tigellius, sul mare e vuota
in Blog il 22 Gennaio 2026, 16:14


L’esplorazione di Villa Tigelius è stata decisamente borderline. È uno di quei posti che non capisci mai fino in fondo se siano davvero urbex oppure no. Formalmente è abbandonata, nella pratica è più una villa lasciata lì, in sospeso. La curiosità, però, ha vinto. La villa è splendida e l’estetica vale il viaggio. Sapevo che era disabitata e sapevo anche come entrare. Si parlava di allarmi e controlli, ma alla fine non c’era nulla di tutto questo, semplicemente spalancata.





Villa Tigelius viene costruita nel 1898, su progetto dell’architetto Marco Aurelio Crotta, per la famiglia Peirano. Negli anni Sessanta il proprietario, Giovanni Battista Massone, la dona al Comune di Milano, che la trasforma in casa vacanze per studenti delle elementari e delle medie milanesi. Un’idea molto anni Sessanta, chiaramente riservata a famiglie facoltose e benestanti. Poi, come spesso succede, arriva il declino. La villa va in disuso, resta vuota per anni e nel 2011 il Comune di Milano decide di metterla in vendita. Da lì in poi, il nulla.
Lo stile è eclettico, con una forte ispirazione neogotica. Sembra quasi un castello, anche se in realtà è una villa su quattro piani, con una torre centrale molto particolare, che è probabilmente l’elemento che più mi ha colpito. All’interno è completamente vuota, ma si intuisce che doveva essere un luogo di lusso: i pavimenti sono splendidi, le bifore esterne sono molto eleganti, con affacci sul mare davvero notevoli. Qua e là restano qualche disegno sui muri, qualche effige, pochi segni di vita passata. Ma come esplorazione, devo essere onesto, non mi ha entusiasmato. L’ho trovata piuttosto asettica. Si capisce che non è abbandonata da decenni, ma nemmeno realmente vissuta. È più una villa lasciata lì perché dà fastidio, e questo si sente.





In più c’è una situazione assurda: è proprietà del Comune di Milano, ma si trova sul mare ligure. Questo significa che gli abitanti del posto non possono nemmeno pensare di riutilizzarla o valorizzarla direttamente. Un paradosso totale. Ho scattato con un po’ di ansia, perché sapevo che non era un luogo tranquillo. È controllato, anche se solo marginalmente. Ho fatto le foto abbastanza in fretta e sono uscito dalla porta principale, che era aperta. Mi sono girato un’ultima volta: che enorme peccato.





Villa Tigelius è un posto che meriterebbe di essere recuperato, rimesso in funzione, restituito a qualcuno. Lasciarla così, vuota e inutilizzata, è uno spreco difficile da giustificare. Un po’ di pubblicità forse non fa male. Magari qualcuno, al Comune di Milano, prima o poi si accorgerà che tenere un luogo del genere in questo stato non ha alcun senso.





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avatarCasa Azul
in Blog il 02 Gennaio 2026, 11:19


Il nome inganna: Casa Azul suona spagnoleggiante, esotico, quasi mediterraneo. In realtà siamo nel nord del Piemonte, in una zona che di poesia ne concede poca. Eppure questa casa abbandonata, povera e ferma da decenni, qualcosa da dire ce l'ha ancora. Forse è proprio quell'azzurro insistente della cucina, delle porte, delle sedie abbandonate lungo la scala: un colore troppo vivace che non c'entra niente col contesto, ma che finisce per caratterizzare tutto.





Negli ultimi mesi mi è capitato di sentire spesso la parola croccante riferita ai luoghi abbandonati. E qui sì, ci sta benissimo: pareti che si sfogliano, vernici che si staccano a scaglie, intonaco a brandelli, ambienti che sembrano biscotti pronti a sbriciolarsi. È un degrado che non urla, che non vuole apparire, che non vuole impressionare; semplicemente esiste, e racconta il tempo che passa meglio di qualsiasi ricostruzione artificiale.





Il resto della casa è modesto, quasi anonimo. Però ci sono dettagli che colpiscono lo sguardo: la cucina azzurra è splendida nella sua semplicità; la sala da pranzo ha ancora una sua dignità stanca; e poi c'è quella stanza strana, apparentemente messa in scena dagli urbexer che sono passati prima di me: colori rossi accesi, mobili allineati come in una piccola mostra improvvisata, un tappeto consumato e un lampadario storto che vuole fare atmosfera.





È un luogo strano, quasi incastrato in un palazzo abbandonato, raggiungibile seguendo scale storte che non si capisce bene dove portino. Ma alla fine, nonostante la tristezza della zona e la povertà generale degli ambienti, Casa Azul resta un posto delicato e sorprendentemente coerente nella sua decadenza. Uno di quelli che non gridano, non sorprendono, ma quando esci ti resta addosso un'impressione morbida, un sorriso quasi dolce e inatteso: la povertà elegante di chi non aveva molto, ma aveva abbastanza per lasciare una traccia significativa.







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avatarVilla Plasmon
in Blog il 14 Ottobre 2025, 17:54


C'è chi la chiama Villa dell'Avvocato, altri semplicemente Villa Plasmon. Il nome l'ho scelto io, per via di quella scatola di biscotti abbandonata sul tavolo della sala. Biscotti al Plasmon, con le istruzioni stampate in un italiano d'altri tempi, quando i bambini si svezzavano dal quarto al quinto mese e tutto sembrava più semplice. Un piccolo cimelio che racconta più di mille parole.





La villa è isolata, quasi nascosta tra gli alberi, ma non è difficile da raggiungere. Due piani e una dépendance. Il piano terra è distrutto, completamente a soqquadro: mobili capovolti, porte divelte, segni evidenti di anni di incuria e vandalismo. Ma salendo le scale, la scena cambia. Il degrado diventa bellezza, la rovina si trasforma in qualcosa di intrigante.





Al piano superiore ci sono tre camere da letto. Una in particolare, quella con le pareti azzurre screpolate e il letto ancora intatto, sembra sospesa nel tempo. L'atmosfera è inquietante, ma di una bellezza disarmante. Appena ho aperto quella porta mi sono fermato. Non me l'aspettavo così. La stanza era ancora in piedi, con il letto al suo posto, le pareti disegnate con un motivo azzurro ormai sbiadito e il soffitto che mostrava i segni del tempo. Il pavimento era coperto di calcinacci e pezzi d'intonaco, ma tutto sembrava ancora riconoscibile. C'erano i mobili, la sedia accanto al camino, persino un vecchio quadro rimasto appeso (ovviamente un qualche tipo di santo). Non era solo una camera abbandonata: dava la sensazione che qualcuno se ne fosse andato in fretta e da allora non fosse più tornato nessuno.





Nella dépendance, due stanze più modeste, ma non meno suggestive. Sul letto, un calendario del 1991: la classica pin-up da officina, simbolo di un'epoca ormai lontana (ma sempre attuale). È curioso pensare che quello possa essere stato l'ultimo anno vissuto davvero qui dentro, prima che il tempo prendesse possesso di tutto.





Oggi Villa Plasmon è silenziosa, dimenticata, ma ancora viva nel modo in cui solo i luoghi abbandonati sanno esserlo: raccontando senza parlare, conservando senza proteggere, lasciando che siano le pareti a descrivere le storie di chi non tornerà più.





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avatarCracovia a Ottobre. :-)
in Viaggi, Natura, Escursioni il 12 Ottobre 2025, 23:04


Buongiorno a tutti,
il prossimo week-end mi sono organizzato una 3 giorni in solitaria a Cracovia (in Polonia).

Sicuramente andrò alle miniere del Sale e ad Auschwitz (se trovo il biglietto).
Poi magari qualcosa di street in centro, reportage di viaggio, vado solo per fotografare

Qualche consiglio spassionato su cosa fotografare e cosa no? Magari qualcosa di particolare fuori dal solito giro turistico...







avatarLa Villa del Tifoso
in Blog il 22 Settembre 2025, 22:21


Entrare in quella che è stata ribattezzata Villa del tifoso è stato un piccolo colpo di scena. A prima vista sembra una villa abbandonata come tante altre: stanze vuote, muri segnati dal tempo, qualche mobile lasciato al degrado. E invece no. Qui qualcuno ha deciso di fare il contrario della devastazione (una piaga da sconfiggere). Una nuova moda nel rutilante mondo urbex: invece di distruggere, c'è chi ri-arreda, chi sistema, chi rimette in ordine. Non so con quale pazienza o con quale voglia, ma il risultato è sorprendente: ci si ritrova in ambienti che, pur essendo vuoti, appaiono vivi, quasi preparati per essere fotografati.





Il cuore della villa è il salotto, che dà il nome a tutta l'esplorazione. Appoggiata sul divano c'è una bandiera della juventus, che non posso che definire con il suo soprannome naturale: i gobbi. La cosiddetta seconda squadra di Torino, più famosa per le rapine e per essere odiata ovunque che non per le vittorie. Un simbolo che non eleva certo l'ambiente, anzi lo rende ancora più squallido. Accanto, quasi a bilanciare lo squallore, spunta un ombrello rossonero del Milan: purtroppo tentativo fallito, lo squallore rimane. E poi, su una sdraio da spiaggia a righe colorate, sono stati sistemati una Barbie e un Ken, come se stessero prendendo il sole: un dettaglio che aggiunge ulteriore surrealismo alla scena.





La cucina è stata ordinata come se la Colf fosse passata di recente: stoviglie pulite, piatti e bicchieri messi con precisione, tutto perfetto. È evidente che la mano di qualcuno abbia rimesso in sesto quello che prima era caos. Non è la prima volta che mi capita di trovare case così: spazi che erano devastati e che poi, misteriosamente, qualcuno si prende la briga di risistemare. Già in passato, per esempio, mi era capitata la Villa del BMW: una casa abbandonata che avevo trovato sporca, puzzolente, disordinata, praticamente inguardabile. Dopo un paio d'anni ho visto alcune foto recenti e stentavo a riconoscerla: tutto in ordine, gli oggetti sistemati, l'atmosfera trasformata come se fosse passata un'impresa di pulizie.









Il vero punto forte però è la scalinata, con due grandi finestre colorate che illuminano l'ambiente. Vetri smerigliati e piombati nei toni del giallo, dell'azzurro e del rosa, lasciano entrare una luce particolare che cambia con le ore del giorno. Un dettaglio semplice ma efficace, che dà carattere a uno spazio altrimenti spoglio e segnato dal tempo. Il dettaglio che strappa il sorriso arriva all'uscita. Dietro la porta, quasi nascosto, compare un cartello: “Lasciate 5 euro di offerta per aver arredato”. E lì sorge il dubbio: a chi andrebbero lasciati questi soldi? Non c'è firma, non c'è nome, non c'è IBAN. È solo ironia, ma funziona.





La Villa del tifoso non è un posto pieno di oggetti, non è la classica casa traboccante di ricordi dimenticati. È piuttosto un set preparato: poche cose, ma disposte con cura. E anche se la bandiera dei Gobbi rovina un po' l'estetica, il lavoro degli “arredatori urbex” rende questo luogo diverso, curioso e perfetto per raccontare una storia.


Tutte le foto qui: www.samuelesilva.net/blog/2025/09/21/la-villa-del-tifoso/






avatarPalazzo Moneta, tra storia e decadenza
in Blog il 03 Settembre 2025, 23:50






Entrare a Palazzo Moneta significa varcare la soglia di uno di quei luoghi che, nonostante il tempo e l'abbandono, continuano a raccontare la loro storia con silenziosa eleganza. Non è la classica villa arredata, anzi: potremmo definirlo senza esitazione un vuotone. Eppure questo palazzo, con i suoi affreschi sbiaditi, i soffitti decorati e le sale ampie che si aprono una dopo l'altra, possiede un fascino che va oltre la presenza di mobili o suppellettili. È l'architettura stessa, con i suoi dettagli ormai consunti, a custodire la memoria del passato.





Il vero motivo che mi ha spinto a desiderare da anni questa esplorazione, però, è custodito nella soffitta. Da tempo avevo visto la foto di un esploratore americano che mi aveva letteralmente ipnotizzato: una statua gigantesca, solitaria, abbandonata sotto il tetto in legno del palazzo. Quando finalmente mi sono trovato davanti a quella figura, la suggestione è stata fortissima. Si tratta dell'effigie in gesso di Giovanbattista Cressotti, avvocato e proprietario del palazzo, morto nel 1853. L'opera originale in marmo si trova oggi nel Cimitero Monumentale di Verona, mentre questa copia rimane a dominare la soffitta con la sua presenza quasi surreale. Trovarla lassù, in una stanza polverosa e dimenticata, lontana da ogni contesto celebrativo, con un pavimento che definire instabile è riduttivo, è stata un'esperienza che potrei definire straniante senza paura di smentita.





Il resto del palazzo alterna sale spoglie e stanze vuote con pavimenti sconnessi a spazi più intriganti. Alcuni ambienti conservano ancora affreschi alle pareti, soffitti dipinti con figure mitologiche e grottesche, decori che resistono tenacemente all'incuria. Non mancano le tracce degli antichi splendori: il palazzo fu fatto costruire nel 1557 dal banchiere Cosimo Moneta e terminato nel 1563. Le decorazioni furono affidate ad artisti di rilievo come Domenico Brusasorzi, Battista del Moro e probabilmente Paolo Farinati, mentre le architetture furono apprezzate persino da Giorgio Vasari, che lo definì bellissima villa.





Questa esplorazione la definirei classica, nel senso più autentico del termine. Non ci sono sorprese tecnologiche, non ci sono arredi rimasti intatti o oggetti particolari da fotografare: c'è solo la maestosità silenziosa di un edificio storico che resiste. È proprio questa essenzialità che rende Palazzo Moneta speciale. Camminare tra le sue sale, salire nella soffitta e trovarsi al cospetto dell'effigie di Cressotti, mi ha fatto capire perché certi luoghi urbex rimangono impressi nella memoria più di altri. Non per quello che custodiscono, ma per ciò che evocano.





Articolo originale (con tutte le foto): www.samuelesilva.net/blog/2025/08/30/palazzo-moneta-tra-storia-e-decad







avatarIl soffio del diavolo
in Blog il 28 Agosto 2025, 23:12


Nel mondo urbex ci sono tante storie. Qualche leggenda. Racconti che sembrano usciti da un romanzo gotico. Ma non tutto è sempre vero, non tutto è sempre abbandonato. Ci sono i ladri. Ci sono quelli che sfondano per primi, senza alcun rispetto, convinti anche di essere eroi moderni. Ci sono quelli che vogliono soltanto l'esclusiva, magari per far vedere al mondo quanto sono bravi. È il lato sporco dell'esplorazione urbana. E non mi appartiene.





Perché l'esplorazione urbana, quella vera, non è rompere, non è rubare. È osservare. Fotografare. Emozionarsi in silenzio. Entrare piano, con rispetto. E uscire lasciando tutto com'era. Questo è lo spirito che dovremmo difendere, sempre. Anche se, lo sappiamo, tanti luoghi diventano esplorabili proprio grazie a qualcuno che rischia, che forza una serratura, che decide di andare oltre il buon senso. Succede. Ma non è un vanto.
Villa del Diavolo porta sulle spalle proprio questo peso. Un nome che non lascia tranquilli, e che nasce da una voce insistente: tra queste pareti, si dice, è passato Lucifero in persona. Una presenza che ha lasciato segni invisibili ma percepibili, una sensazione che resta addosso anche a chi non crede. Si racconta di oggetti spariti, di ricchezze mai ritrovate, di una storia finita male. In pochi sanno quanto ci sia di vero. Ma la leggenda è ormai parte integrante delle mura, come l'intonaco che si sfalda o i ritratti che scrutano in silenzio. Io sono entrato dalla porta. Niente colpi di scena. Ma appena dentro ho capito che la villa aveva già ricevuto molte visite. Alcuni mobili spostati, cassetti aperti, soprammobili che sembrano in bilico. Segni discreti, ma chiari per chi osserva con attenzione. È come se ogni stanza fosse stata passata al setaccio, con la fretta di chi non cerca la bellezza, ma soltanto qualcosa da portare via.





Eppure resta una villa meravigliosa. Ogni ambiente trasuda eleganza e memoria. In soffitta ho trovato una stanza bellissima, con un letto pesante, una vecchia carrozzina azzurra e un comò colmo di oggetti religiosi. Madonne, santi, crocifissi: la religione cattolica è ovunque, disseminata in ogni angolo. Un contrasto evidente con il nome oscuro che la villa porta addosso. E poi quella bandiera dei Savoia, che pende lungo la scala, proprio sotto una finestra colorata. A ricordare forse un passato monarchico, aristocratico, di nobiltà antica. In realtà, tutta la villa dà questa sensazione: mobili raffinati, decorazioni curate, un'aria solenne che resiste anche al tempo e all'abbandono.
La stanza più celebre regala colpo d'occhio che toglie il fiato, da sindrome di Stendhal. I divani damascati in rosso, ancora fieri, anche se consumati. I tappeti persiani che conservano i colori nonostante la polvere. Gli specchi che riflettono lampi di passato. I ritratti appesi, volti seri, occhi che ti fissano dall'alto. Soprammobili in porcellana, fiori sotto campane di vetro, statue immobili nel loro gesto eterno. E sopra tutto, il soffitto dipinto e il lampadario imponente, sospeso come un giudice muto. E poi la grata. Quella grata con la sbarra piegata. L'ingresso forzato, evidente. È lì che l'aria cambia. È da lì che entra, che si sente un soffio diverso. Un soffio del diavolo che porta con sé l'eco delle storie, delle voci, delle paure.





Il soffio del diavolo resta tra queste mura, imperscrutabile. Ma noi, entrando, dovremmo ricordarci che l'urbex non è possesso, non è conquista. È rispetto. È memoria.





Articolo originale (con tutte le foto): www.samuelesilva.net/blog/2025/08/24/il-soffio-del-diavolo/








avatarVilla Glass
in Blog il 28 Agosto 2025, 8:21


L'Urbex consiste nell'esplorare luoghi abbandonati, spesso carichi di storia. Molto affascinanti sono le esplorazioni in case antiche, piene di affreschi, mobili d'epoca e dettagli che raccontano un passato che non abbiamo vissuto con i nostri occhi, un passato lontano. Ma esiste anche un altro tipo di luoghi abbandonati che trovo altrettanto interessante: quelli più recenti, costruiti nell'ultima parte del Novecento. Edifici che, pur appartenendo a un'epoca moderna, conservano un certo fascino retrò e raccontano un'architettura forse superata, ma ancora capace di affascinare.





Villa Glass è un'ottima rappresentazione di questa seconda tipologia di esplorazione. Una villa costruita negli anni '70 o '80, caratterizzata da elementi moderni come grandi vetrate e spazi luminosi. La particolarità di questa casa è che, pur essendo moderna, porta con sé un'aria vintage tipica di quegli anni. Deve il suo nome proprio alla grande quantità di vetro presente nella struttura, che le conferisce un aspetto elegante e futuristico.
Ciò che mi ha affascinato maggiormente sono i dettagli unici e particolari sparsi tra le varie stanze. I bagni, per esempio, sono straordinari: pareti vivacemente colorate (tornate prepotentemente di moda negli ultimi anni) e sanitari storici Ideal Standard, la sempre eterna Conca, che richiamano lo stile inconfondibile di quell'epoca incredibile. Ma ciò che più mi ha sorpreso è stato il rubinetto: un miscelatore davvero speciale, un autentico pezzo da collezione. Si tratta della serie Box di Stella Rubinetterie, uno dei primi miscelatori a cartuccia progettati per sostituire i tradizionali rubinetti a vitone. Non lo avevo mai visto dal vivo, ma ne avevo sentito parlare: all'epoca era un articolo di grande valore. Questo particolare modello, presente in versione gialla e dorata, aggiungeva un tocco di lusso e raffinatezza alla casa. Per gli appassionati di design, un vero gioiello.





Oltre ai bagni, l'intera villa presenta un design che unisce modernità e comfort. Le vetrate immense che dominano le pareti, il lampadario Maskros di Ikea, i divani dalle forme morbide che segnano il distacco dallo stile classico, e la cucina integrata con la zona giorno raccontano perfettamente l'idea di una casa moderna, proiettata verso il futuro. L'open space del piano terra, dove ambienti diversi si fondono e sovrappongono, dona alla villa un senso di libertà e luminosità che resta estremamente attuale ancora oggi.





Villa Glass non è una dimora storica che emoziona con memorie antiche, ma è una casa che lascia una testimonianza autentica di un'epoca che, pur essendo relativamente recente, ci appare ormai lontana e quasi irreale. Eppure il suo fascino rimane intatto, ben visibile nonostante il decadimento e l'abbandono. Ammetto che questo tipo di modernità non mi lascia indifferente: anche il design contemporaneo può essere una bellezza senza tempo.

Articolo originale (con tutte le foto): www.samuelesilva.net/blog/2025/04/08/villa-glass/









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Erica Castagno
Gi1969
Rombro
Massimo Biasco
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PaoloMcmlx
Elfoleo
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Marcocolle1981
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