sent on 13 Dicembre 2020 (18:06)Si ... ben dice la signora Chiara, l'opera di Stefano Ruzza, "Una Venezia diversa", appare come " un bellissimo dipinto " : che schiude una elegantissima sintesi d'incantevole atmosfera ... pur nella ricchezza formale degli elementi visivi che lo compogono. I colori mi appaiono emergere ed esser storicamente trasversali in questa formidabile e densa sovrapposizione magistralmente offerta dall'autore ... una profonda, colta e fine osmosi cromatica e spazio-temporale fra la dimensione domestica e quella urbana di Venezia ... una fotografia quindi Identitaria che, Settis docet, comunica una bellezza "d'un orizzonte tangibile" e non di mero " vagheggiamento visionario " : la bellezza della cittá. Una bellezza essenziale che non puó non affascinare ed esser di gentile monito * [ ... ]
Complimenti vivissimi all'autore.
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* sulla "diversitá" di Venezia :
" [...] A Venezia, questo largo cedimento alla faciloneria di una moda superficiale e senza
la minima imaginazione ha preso le vesti del palazzaccio voluto da Cardin.
Come per le grandi navi, il ritornello che si ascolta a difesa è sempre lo stesso: senza le mega-navi calano i turisti; per avere la mega-torre di Marghera e la mega-terrazza del Fondaco in versione Koolhaas bisogna ubbidire al committente senza fiatare.
Di fronte al ricatto del denaro, anche le istituzioni, prone ai voleri del dio Mercato, sembrano pronte a tutto.
In un Paese dove sopportiamo senza fiatare un'evasione fiscale di oltre 147 miliardi di euro l'anno (dati Confcommercio), le istituzioni pubbliche vengono ridotte alla mendicità, e vi si rassegnano facilmente, cercando il rimedio nella svendita dei beni pubblici, nel cedimento al profitto privato, nella quotidiana rapina ai danni dell'interesse generale e dell'utilità sociale.
In questo cupio dissolvi che infetta cittadini e istituzioni vi è una rassegnazione che ha
qualcosa di sacrale, e infatti per descrivere la soggezione ai mercati ricorre a un linguaggio quasi religioso. Viene in mente una pagina di Walter Benjamin (1921), secondo cui l'economia del capitale è «l'inaudito caso di un culto che non conosce redenzione ma genera la colpa, anzi la rende universale martellandola nelle coscienze»; che non dona salvezza, ma disperazione e solitudine. Il mercato è un Dio occulto, «una divinità perennemente incompiuta» che non ha credo né teologia, ma esige il tributo di riti incessanti: le pratiche del mercato e del consumo, della fabbrica e della Borsa.
Anche Giorgio Agamben, in pagine assai incisive, ha analizzato la silenziosa transizione dal discorso teologico sull'“oikonomia divina” a un'economia integralmente umana, ma posta ormai al centro della storia; divenuta, anzi, il faro abbagliante che squarcia la notte e segna la strada di tutte le scelte politiche.
Quella nascosta matrice sacrale spiega la perpetua genuflessione davanti all'altare dei mercati, le incessanti litanie sull'inesorabile dominio del denaro, la quotidiana abdicazione delle istituzioni per bocca dei politici d'ogni osservanza che dovrebbero rappresentarlo.
Ma fermiamoci a pensare.
Quel che accade a Venezia non riguarda solo Venezia.
Perché questa città, proprio perché preziosa, unica, difficile nel suo singolarissimo rapporto con le acque e con la terraferma, in controtendenza perché “naturalmente” pedonale e senza automobili, è il simbolo massimo, a livello planetario, della misura umana della città antica.
Dobbiamo preservare questa esperienza dello spazio, o diluirla assoggettandola al pensiero unico che vorrebbe imporre un solo modello di neo-città identiche in tutto il mondo?
Venezia è oggi il laboratorio e la cartina di tornasole di un processo, nazionale e non
solo, di accelerato degrado dei centri storici, sempre più spesso condannati dalla debordante incultura a una condizione residuale. Come altre imprese architettoniche altrove, anche quel che accade a Venezia ha uno scopo inconfessato ma evidente: cancellare la diversità, omogeneizzare le città, sostituendo a spazi creati per la conversazione civile e per una cultura larga e aperta le neo-città come macchine per la produzione e il consumo di merci. Dobbiamo capire questo processo, per giudicare da che parte stiamo. [...] "
Salvatore Settis "Se Venezia muore" Einaudi, 2014
www.ibs.it/se-venezia-muore-libro-salvatore-settis/e/9788806218263 www.einaudi.it/content/uploads/estratti/978880621826PCA.pdf www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Se-Venezia-muore-c57c125d-806f-40d7 Un gentile saluto,
Ben-G