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Ricordo che la prima impressione fu che le scene del film erano ispirate più che alla cinematografia, alla fotografia cosiddetta d'arte, alla fotografia a colori che si vedeva nei concorsi fotografici dell'epoca. Le immagini non erano immagini cinematografiche con il senso del movimento, ma si presentavano come riprese fotografiche statiche. Ricordo ad esempio immagini di damigiane ben allineate fra loro, con una dominante di colore. Erano fotografie, non erano riprese cinematografiche e non le trovavo interessanti, soprattutto se inserite in una dimensione cinematografica. Mi sembravano immagini molto formali, con un'estetica bloccata, come molto formali erano a quel tempo le fotografie a colori artistiche dalle quali avevo preso, proprio in quegli anni, le mie distanze. Preferivo immagini dove si aveva l'idea che stesse succedendo qualcosa, preferivo alle immagini statiche, le immagini che suggerivano un movimento.
Nel film, l'idea che il mondo fosse diventato ipertecnologico mi è sembrata molto approssimativa. Le immagini ipertecnologiche che si vedono sono molto modeste, di un mondo periferico, che era all'alba della tecnologia. La scena della festa nel casotto sembrava fosse una scena audace, che ammiccava all'erotismo, ma oggi questa scena ci fa sorridere, sembra più una gita da boy scout. Mi è sembrato un film molto approssimativo. Antonioni per questo film ha preso in considerazione delle cose che dal punto di vista spettacolare erano minime, rispetto a quello che si poteva trovare allora. Questo film non mi è piaciuto come altri dello stesso regista, anche perché l'attrice protagonista, Monica Vitti, che a mio parere aveva una rara vena comica, venne impiegata per una parte molto drammatica.
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