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Divagazioni sul Vietnam (2024)


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Divagazioni sul Vietnam (2024), testo e foto by Juza. Pubblicato il 11 Febbraio 2024; 12 risposte, 2183 visite.


Un altro anno è passato. Sono di nuovo qui, nel caldo e nel caos del Vietnam: questa volta per visitare il centro e il sud del paese. Mentre nell'articolo scritto lo scorso marzo potete trovare un racconto di viaggio, ora ho scelto di dedicare meno spazio alla narrativa - che in fin dei conti sarebbe diventata un doppione di quanto già scritto - e soffermarmi invece su descrizioni e riflessioni nate da questa esperienza.

Rispetto alla mia precedente avventura, è certamente un racconto più sanguigno, aspro, sporco, ma rileggendolo, è una fotografia fedele di quello che è stato questo viaggio; uno sguardo senza filtri sul Vietnam, con le sue bellezze e le sue brutture.



Le due Ho Chi Minh

Ho Chi Minh è un immenso coro, anzi, un ruggito, il suono di migliaia di motorini che si trascinano, si incrociano, faticosamente procedono negli immensi ingorghi della città. All'unisono, sembrano quasi il disumano verso di un unico, gigantesco organismo vivente; la città è una viva, pulsante, mefistofelica entità fatta di caos, rumore e smog. E' incredibile come nonostante il disordine del traffico e la mancanza di regole gli incidenti siano rarissimi; i vietnamiti hanno fatto della guida in motorino un'arte, riuscendo a schivarsi e scorrere nei fiumi stradali senza mai scontrarsi.

Ma seppure le capacità di guida permettano di sopravvivere a questa bolgia, nulla permetterà di sfuggire ai fumi che ammorbano l'aria; le città vietnamtite, tra le più inquinate al mondo, consumano i polmoni, la pelle e le cose; tutto, dalle persone agli oggetti, sembra fondersi nell'unico organismo della città, dal colore nero unto, sporco come i rivoli d'acqua che cola dalle bancarelle dei mercati, dove in assenza di sistemi di refrigerazione si frantumano grossi blocchi di ghiacco per tenere in fresco pesce, carne e qualsiasi cosa commestibile, che qui corrisponde sostanzialmente a qualsiasi cosa. Ho visto bancarelle vendere le peggiori frattaglie, occhi, animali d'ogni genere e altri alimenti indefiniti di cui non ho voluto indagare la natura.




Alloggiamo nel quartiere giapponese a poca distanza dal fiume; non uno slum, ma comunque una zona modesta, ben lontana dall'irreale città nuova che visiteremo nei giorni seguenti. Quartiere che - scopriremo in seguito - è un importante centro di prostituzione; eleganti ragazze vestite di bianco, con prosperosi seni ben in vista, invitano a trascorrere qualche ora senza troppa castità negli onnipresenti centri massaggi. I vicoli sono stretti; un groviglio di cavi elettrici sovrastra le strade, e queste ultime sono tanto silenziose la mattina quanto piene di vita e rumore la sera e fino a notte inoltrata. Il nostro alloggio è una serie di appartamenti a cui si sale tramite una stretta scala, perennemente bagnata da una perdita d'acqua; l'edificio è costruito così vicino all'edificio di fronte che da alcune stanze, allungando la mano attraverso le inferriate delle finestre, si potrebbe toccare il muro della casa antistante, separata solo da un vicoletto largo meno d'un metro.

Ma nulla supera il formicaio dei quartieri periferici. Qui è tutto un andirivieni di gente, ciascuno indaffarato nel suo piccolo lavoretto; mercanti di ogni genere, meccanici, negozi che vendono i più disparati oggetti; cucine che operano a ritmo continuo, ristoranti improvvisati o meno che servono zuppe e piatti tipici dal pungente odore speziato; banchetti dove si cucinano cose, ban bao ripieni di carne e uova.




Un continuo vociare, contrattare, vendere, comprare, banconote spiegazzate che passano di mano in mano; gente a piedi, gente in bici, gente in motorino; fiumi di persone che si incrociano e si mischiano; vecchi, giovani, persone con sacchetti e scatole. All'infinito. Ho Chi Minh è una delle più grandi città dell'Asia, ha 9 milioni di abitanti (per dare l'idea, è sette volte Milano) e probabilmente nove milioni di motorini e un numero inimmaginabile di attività.




Qualche tempo dopo, camminando verso il sud-ovest dell'agglomerato urbano, raggiungiamo il quartiere Phuong 22, un'area che non ha niente a che fare col resto della città. Qui dominano i grattaceli; gli ingressi sono recintati e controllati da guardie che tengono fuori i poveracci e i motorini: le strade, larghissime e senza traffico, sono percorse da SUV lucidi e laccati. L'aria sembra quasi respirabile, il frastuono e il caos della vera Ho Chi Minh è lontano, e sulle strade e sui marciapiedi non si vede una cartaccia, una pulizia da far invidia alla Svizzera.

Immensi grattaceli, tutti uguali e distinti solo da un numero, ospitano migliaia di appartamenti. La maggior parte saranno buchi di qualche decina di metri quadrati, ma tirati a lucido, splendenti e moderni; ampie vetrate e centomila condizionatori. E' la nuova patria dei vietnamiti che ce l'hanno fatta, quelli che, con una piccola fortuna, hanno abbandonato il caotico e sporco colore della città per andare a chiudersi in anonime scatole tutte uguali, grigie azzurre, moderne e asettiche. Sono più benestanti della maggior parte dei loro concittadini, ma non sono i ricchi. Per i ricchi c'è un altro quartiere ancora, una città recintata all'interno della città recintata, dove sorgono villette di lusso in mezzo a surreali strade vuote e giardini curati ad arte, e yatch sono ormeggiati sul fiume che costeggia la zona. E' un'area così esclusiva che le guardie non fanno entrare neanche noi - qui neanche l'essere occidentali fa da passaporto; è una zona off limits.

Dall'alto di uno dei grattaceli osservo le lussuose, enormi piscine; i parchetti ben curati, la gente elegante che fa yoga sull'erbetta, i SUV da cui salgono e scendono uomini d'affari. E' tutto finto. Sembra il mondo perfetto del Truman Show o Elysium; una prigione dorata, ma pur sempre una prigione, in cui per mantenere l'illusione di essere nel lusso bisogna girare col paraocchi, perchè se appena ci si allontanasse di un chilometro si finirebbe di nuovo nell'unto, caotico brulichio della città.






Ho una naturale antipatia per questa svizzera vietnamita; faccio qualche foto ai micidiali pattern dei grattaceli, per poi tornare nel mio quartiere di puttane, tanto sconcio quanto vivo e allegro, dove la sera ci fermiamo a mangiare un mediocre hamburger - niente a che vedere con quelli di Nha Trang - e poi passeggiamo per i loschi viottoli, rallegrati dalle tante ragazze che come sirene adescano i clienti per strada, talvolta molestandoli scherzosamente o allestendo goliardiche scenette.

Lasciamo quest'atmosfera allegra, diversa dal classico squallore delle zone a luci rosse, per rimanere di nuovo bloccati nel traffico di Ho Chi Minh - quasi un'ora per percorrere sei chilometri - col nostro autista che a un certo punto spegne il motore e guarda sconsolato la marea di motorini che ha stretto l'auto da tutte le parti, impedendo qualsivoglia movimento. Le ore di punta nella città più grande del Vietnam sono qualcosa da far sembrare la tangenziale di Milano vuota e scorrevole. Il suono dei clacson è un sottofondo costante, ma nulla può contro l'immensa quantità di gente che si sposta. E' il pulsare della città, lo scorrere del sangue nelle sue vene, talvolta si ingorga fin quasi a fermarsi, ma poi rinasce sempre, lentamente riprende a scorrere, diventa quasi fluente a notte fonda, torna nella sua caotica lentezza la mattina. In questo infinito ciclo, la città vive.






Nha Trang, tra reti e dilemmi ambientali

Nha Trang, città di mare, tappa del viaggio scelta con la speranza di trovare le donne che lavorano sulle reti da pesca. Alloggiamo in una zona di alberghi nel sud della città; dà l'impressione di quello che avrebbe voluto essere il quartiere di lusso, ma costruito a metà e poi abbandonato. Di fronte al nostro albergo, lo scheletro di un grattacelo rimasto incompiuto; gru abbandonate su cui è cresciuta la vegetazione, strade così larghe che sembrano fuori misura per gli esseri umani, qualche auto parcheggiata qua e là e quasi nessuno in giro. Sembrano le scene de "La Terra Silenziosa", film apocalittico che immagina un mondo in cui, da un giorno all'altro, l'intera umanità scompare, lasciando vuote e silenziose città nell'abbandono.




Sul mare, uno dei pochi ristoranti aperti della zona offre cucina europea e i migliori hamburgher che abbia mai mangiato in Vietnam, anzi in generale; gustosi, farciti in sovrabbondanza, accompagnati da french fries. Inutile dire che diventerà tappa fissa per pranzi e cene durante la permanenza qui, unica interruzione nella dieta del viaggio fatta principalmente di patate e qualche snack di infima qualità comprato nei minimarket.

Lasciata la nostra Dubai decaduta, ci ritroviamo nei classici quartieri poveri e labirintici che caratterizzano tutte le città vietnamite; partiamo alla ricerca delle nostre reti esplorando il dedalo di vie e chiedendo informazioni a una moltitudine di persone incontrate per strada. Quasi nessuno parla inglese; la maggior parte non comprende quello che stiamo cercando o non sà dove sia, e in genere nel dubbio ci dicono che "è avanti". Non importa se stiamo andando a destra, a sinistra, di su o di giù: la direzione è sempre davanti.




Trovarle, dopo un'intera giornata passata a cercare, è una delle highlights del viaggio, qualcosa in cui ormai non speravo più. Ho fatto ricerche per settimane, senza mai riuscire a trovare indicazioni precise, e ora capisco perchè: sono in una zona off limits del porto; cosa bizzarra, dato che in Vietnam in genere si può entrare ovunque e a volte ci si dimentica che esiste la proprietà privata, ma a quanto pare i porti sono tabù. Ma tutto questo lo scopriremo in seguito: quando arriviamo il cancello è aperto, e la guardia in quel momento è assente, tutto sommato non sembra troppo diverso da altre zone dove ci siamo infilati, così non ci facciamo troppi problemi ad entrare. Dopo qualche minuto le guardie ci avvistano e ci raggiungono; inizialmente sembrano inflessibili, ma alla fine ci lasciano restare, con l'accordo di fotografare esclusivamente i lavoratori tra le reti e non altre strutture del porto (che poi si possono vedere e fotografare tranquillamente dalla strada, ma va bene così). Nei giorni seguenti capiremo la nostra fortuna, quando ai successivi tentativi di entrare in zone simili verremo irrimediabilmente respinti; solo per un caso, un buon vento, abbiamo potuto scattare le tanto ambite foto.

Per un riparatore di reti, si tratta solo di uno dei tanti lavori con una misera paga (attorno ai 250-300 euro al mese) che permette la sussistenza; di certo per loro, abituati a trascorre la giornata intera tra le coloratissime reti, svolgendo l'unica e ripetitiva attività di cucirle e rimetterle in sesto, non è nulla di speciale o di diverso rispetto a uno dei tanti lavori in fabbrica. Solo noi ci vediamo dentro questo turbinio di colori. E' veramente meraviglioso, è come se un quadro prendesse vita di fronte ai nostri occhi, se la pittura diventasse viva e componesse una moltitudine di scene oniriche. Sono reti estremamente fini, con una maglia di pochi millimetri che le fa sembrare seta; i colori sgargianti vanno dal rosso al celeste fino a un verde intenso che, a seconda della luce, prende sfumature indefinibili a metà tra lo smeraldo e l'azzurro.










Reti con cui, ogni giorno, migliaia di imbarcazioni setacciano il mare, portando a terra una quantità e varietà di pesce che non avevo mai visto da nessun'altra parte. Si mangia tutto: dagli squali alle razze; granchi di tutti i generi e altri crostacei come il limulo, fossile vivente; anguille, scorfani, pesci palla, polpi, calamari e mille altri di cui non conosco i nomi. Se da una parte è lodevole che qui ogni cosa pescata finisca mangiata - i vietnamiti non sono schizzinosi e non si spreca nulla - dall'altra mi chiedo per quando tempo i mari potranno sostenere l'enorme crescita della popolazione, un boom che nell'Asia sembra inarrestabile, guidato dalla Cina e dall'India che hanno ormai superato abbondantemente il miliardo di persone.

Inutile dire che in questi posti è inesistenze qualsivoglia attenzione all'ambiente o agli animali; questi sono visti solo come cose, oggetti da mangiare. A questo proposito, vi racconterò una scena che mi è rimasta impressa, quando rientrando tra i vicoli della città mi fermai a osservare le vasche di una pescheria, dove le più disparate specie di pesci nuotavano nella mesta attesa di essere comprati e mangiati. Tra questi, spiccava un grosso pesce palla, di quelli che per scoraggiare i predatori si gonfiano e rizzano un minaccioso manto di spine. Incuriosito da questo pesce che non avevo mai osservato dal vivo, restai un po' a guardarlo. Il negoziante se ne accorse e, pensando di farmi un piacere (la gentilezza dei vietnamiti non è seconda a nessuno), prese il malcapitato pesce con una mano e con l'altra gli infilò le dita negli occhi per cercare di infastidirlo e farlo gonfiare. Resomi conto di quello che stava succedendo, mi allontanai rapidamente per risparmiare altre sofferenze al povero pesce.

Con questo piccolo anedotto non voglio trasmettere un giudizio negativo sulla popolazione vietnamita: per quanto trovi triste la totale mancanza di sensibilità verso gli animali, o quella verso l'ambiente (immondizia, e sopratutto plastica, viene gettata ovunque e straborda da strade e fiumi), penso sia necessario ragionare un po' su quello che c'è dietro. Riguardo agli animali, la differenza tra noi "occidentali" e loro è che noi deleghiamo il lavoro sporco agli allevamenti intensivi, alle macellerie e quindi ai supermercati che ci vendono ogni tipo di carne, ben pulito e impacchettato, così che sembri quasi un prodotto slegato dall'animale da cui è derivato; una bistecca, un petto di pollo, un prosciutto o un hamburgher non fanno impressione a nessuno, ma non sono diversi dalla carne che si mangia qui in Vietnam, l'unica differenza è che qui invece dei nostri allevamenti ben lontani dai sensibili occhi, gli animali vengono allevati o pescati in una miriade di attività familiari, e solitamente lavorati e cucinati di fronte agli occhi dei passanti. Insomma, penso che nessuno abbia mani così pulite da potersi permettere di scagliare la prima pietra; più che giudicare, penso che bisogni fare una riflessione su come trovare un qualche equilibrio tra la popolazione umana e le non infinite risorse del nostro mondo.




Infine, lo sporco e l'immondizia che permea ogni città e paese del Vietnam penso sia la conseguenza di un "progresso" che è stato troppo rapido, più veloce di come si possa aggiornare la cultura di cento milioni di persone. La gente butta plastica e rifiuti ovunque: per le strade, nei campi, nei fiumi. Ma pensiamo a come poteva essere il Vietnam un secolo fa: un paese di agricoltura, allevamento e pesca, dove tutti i prodotti erano frutto della natura e ben poco lavorati. Buttare l'immondizia un tempo era semplicemente un buttare avanzi di cibo o materiali naturali che sarebbero diventati concime per i campi o nel giro di qualche tempo si sarebbero decomposti. La plastica, le produzioni industriali, i prodotti confezionati sono tutti novità introdotte relativamente di recente: "novità" che, a differenza del passato, non si decompongono e non fertilizzano i campi. I materiali sono cambiati rapidamente nell'arco di pochi decenni; la mentalità è rimasta quella del secolo scorso, col risultato che si buttano bottigliette, lattine e qualsiasi altro prodotto moderno con la stessa noncuranza con cui si buttano i prodotti antichi e più sostenibili dall'ambiente.

Penso che questo cambierà: le nuove generazioni, sempre più occidentalizzate, inevitabilmente apriranno gli occhi sulle questioni ambientali (se non altro per necessità, per non trovarsi sepolti sotto una montagna di immondizia). Mi auguro solo che questo cambiamento avvenga prima di aver fatto troppi danni.



Sleeping bus

Gli spostamenti in Vietnam sono piuttosto lenti: sulle lunghe distanze di può stimare una media di 40-50 chilometri all'ora; nelle città si può arrivare a impiegare un'ora per percorrere cinque o sei chilometri in taxi. Per affrontare gli spostamenti più lunghi, si può scegliere tra treni o bus: i primi solitamente stretti, stipati e sporchi. I bus sono perlopiù altrettanto stretti e stipati, ma perlomeno sono ragionevolmente puliti; magari non puliti "da occidentale", ma puliti. Tutti i bus su lunga distanza in Vietnam sono privi di posti a sedere: ci sono solo sleeping bus e cabin bus. Gli sleeping hanno tre strettissime file di letti a castello; ciascuno si incastra come può nella sua cuccetta e trascorre lì le successive 10, 15 o 20 ore; le dimensioni sono su misura per i locali, ma chiaramente un po' scomode per 1.85 metri di Juza. Non c'è nessun tipo di presa elettrica o altri modi per alimentare computer o cellulare, e l'aria condizionata è sempre sparata a temperatura frigo.

I cabin bus sono la versione "di lusso": hanno due file di cuccette invece di tre, e ciascuna è separata in una sorta di micro-cabina; c'è qualche comfort in più come prese USB, talvolta anche funzionanti. Il costo è quasi doppio rispetto agli sleeping bus, ma comunque molto basso per i nostri standard; per dare l'idea su una tratta di 900 chilometri si spenderà circa 30 euro con lo sleeping bus, 60 euro con un cabin bus o circa 150 euro in aereo. Il taxi è proibitivo su queste distanze, mentre il costo del treno solitamente è pari a quello dello sleeping bus.




Per il trasferimento da Ho Chi Minh a Hoi An, caratteristica città nel centro del paese, abbiamo preso l'opzione più economica: lo sleeping bus. Io ho un posto vicino al finestrino, dove gocciola acqua dal circuito rotto del condizionatore, col risultato che dopo un po' si "dorme" (per modo di dire) nel fradicio; il mio compagno di viaggio Valerio ha invece il posto più in alto in uno dei letti a castello nella corsia centrale: lui dorme sull'asciutto, ma in compenso quando il bus fa le curve è lì lì per cadere di lato, col risultato che anche lui non riposerà troppo bene.

Ogni 4-5 ore si fa una pausa in una sorta di autogrill vietnamita; si può sfruttare questa breve pausa per andare in bagno o comprare qualcosa da mangiare (cibo locale, discreto per chi apprezza questo tipo di cucina, oppure prodotti industriali della qualità più infima che abbia mai visto). Si rientra in autobus - sempre che non vi siate attardati e che il bus sia ripartito senza di voi - e ci si toglie le scarpe; negli sleeping bus è imperativo entrare a piedi nudi. L'autista porge un sacchetto in cui mettere le scarpe e poi si rientra ciascuno nel proprio loculo.

Per uno come me che ama i mezzi di trasporto solo se è alla guida, le venti ore nelle catacombe su quattro ruote sono un notevole martirio; nei primi dieci giorni del viaggio, finchè avevo il cellulare, a volte ho fatto passare un po' il tempo guardando film o navigando sul web; quando il viaggio è diventato "no smartphone", ho dedicato i trasferimenti alla scrittura e alla contemplazione del paesaggio.

Dopo un tempo che sembra interminabile, il bus finalmente si ferma a Hoi An. Siamo partiti ieri alle otto del mattino e ora sono le sei del mattino; siamo cotti e rintronati, ma approfittiamo della frescura e delle strade deserte per girare in pace il centro storico. Hoi An è pittoresca; casette gialle, persiane azzurre, il fiume che attraversa la città e una miriade di botteghe più o meno artigianali. La sera, però, è una bolgia di turisti; le vie sono stipate come uno shopping village. Resteremo qui solo una notte; più esploro il Vietnam meno mi interessano posti del genere, quel che cerco è essenza genuina e avventura, e quella non la troverete qui o nei trappoloni per turisti come il famoso ponte sorretto da due mani: l'essenza del Vietnam è nelle caotiche città, nelle belle campagne, nei tanti paesini mai attraversati da uno straniero.






Cai Rang e Chau Doc, senza modernità

Probabilmente tutti sappiamo quanto siamo ormai dipendenti dalle moderne tecnologie; a volte queste ci offrono grandi opportunità, a volte diventano una colossale perdita di tempo e finiscono per rendere la gente incapace di relazioni sociali (se non davanti a uno schermo), alienati che passano le cene davanti a un cellulare invece che a dialogare con gli amici che hanno davanti. Comunque sia, la maggior parte di noi - me compreso - per quanto ne veda i pro e i contro difficilmente accetterà di separarsene. Tuttavia, trovandomi col cellulare irrimediabilmente rotto (finito in acqua) a diecimila chilometri da casa e con metà del viaggio ancora davanti, ho dovuto fare di necessità virtù, dedicandomi alla scrittura del racconto di viaggio sul computer durante gli spostamenti, sfruttando la rete wi-fi degli alloggi la sera, e durante il giorno... andando in esplorazione delle città, senza tecnologia nè alcun mezzo di comunicazione.

Ho un buon senso dell'orientamento: non disponendo di navigatore, mappe e gps, ho aumentato l'attenzione a quello che ho attorno, cercando di memorizzare i punti di riferimento più visibili (torri, ponti, o punti particolarmente caratteristici), in modo da poter ritrovare la strada dopo che mi son perso a esplorare i labirinti di vicoletti e strade. Un'altra tattica è stata prendere il biglietto da visita di ciascun posto dove alloggio appena arrivo alla reception e tenerlo sempre in tasca in modo che, mal che vada, possa chiedere a un taxi o a qualcuno in giro di riportarmi lì.




Esploro il quartiere di Cai Rang assieme ai miei compagni di viaggio, ma ogni tanto capita che ciascuno si separi per i fatti suoi: non potendo scrivergli o chiamarli, ci diamo appuntamento in albergo la sera nel caso ci perdessimo di vista. In uno dei centomila mini-market lungo la strada ho comprato una biro e una polverosa agenda, rimasta lì da chissà quanto tempo; la utilizzo per segnarmi i numeri di telefono dei miei compagni di viaggio (ormai chi ricorda più i numeri a memoria?), il nome dell'albergo e talvolta per disegnare rudimentali mappe. Per il resto, non potendo contare sul traduttore per comunicare con i locali, e avendo ben poche speranze di trovare qualcuno che parli inglese, in caso di necessità mi faccio capire a gesti. Il passare delle ore - non disponendo di orologio - è scandito dal sole: se è a picco, boh, sarà mezzogiorno; se è un po' più giù saranno le tre o le quattro, se tramonta so che è verso le sei, e quando fa buio sono le sette. L'alba è alle sei del mattino.

Inutile dire che non avere il cellulare significa anche essere privi di qualsiasi app (come Grab per chiamare i taxi), non avere whatsapp e simili, non poter accedere a nessun servizio con autenticazione a due fattori (banca, carta di credito per pagamenti online, ecc), non avere social per mettere tutto in diretta (meglio) nè la possibilità di scattare al volo foto ricordo (questo mi spiace, ma rimedierò con la fotocamera vera e propria, anche se il Nikon Noct non è esattamente un'ottica da foto ricordo).

Così arrangiato, visito Cai Rang, famosa per il suo mercato galleggiante, e qualche centinaio di chilometri più in là Chau Doc, dove ad essere galleggianti sono interi quartieri della città. Cai Rang mi trasmette poco; è ben lontana dalle idilliache scenette dipinte nei tanti murales che decorano la città, visioni di una società a metà tra le tradizioni dei secoli scorsi e la visione comunista. In verità, l'attuale mercato di Cai Rang è costituito da qualche decina di barche, forse un centinaio a dir tanto, che vendono un po' di frutta e colazioni ai turisti, ben riconoscibili dai giubbotti salvagente arancioni. Io e i miei amici passiamo un'oretta su una delle tante barche che portano in giro gli occidentali; esperienza vana tanto dal punto di vista umano che da quello fotografico.

Nella città successiva, Chau Doc, l'atmosfera è completamente diversa, ben più vera e interessante. Questa città, costruita sulla confluenza di due rami del fiume Hue, si distingue per gli sconfinati quartieri di palafitte costruiti a ridosso sul fiume, e addirittura case galleggianti dove la vita si fonde con lo scorrere dell'acqua, che lenta trascina con sè verdi isolette di vegetazione. Dedico due giornate a percorrere le strade tra le palafitte; quasi tutte le case hanno una facciata completamente aperta e ad ogni passo si può osservare la vita di un'intera famiglia. Qualcuno riposa su un'amaca, tanti altri sono impegnati in mille lavoretti manuali; altre case diventano mini-market - sostanzialmente chiunque può diventare commerciante con un piccolo scaffale di bibite e prodotti misti. Qualcuno cucina, chi per sè e altri offrendo le tradizionali zuppe a un prezzo attorno ai 10-15 mila dong (circa mezzo euro); tanti osservano incuriositi il mio passaggio e mi salutano, altri sono concentrati in preghiera (in questa zona si fondono varie religioni e in molte case vedo divinità e simboli buddisti).




Nel lato che dà sul fiume i pescatori scendono in acqua a bordo di sottili canoe e gettano le reti, portando a casa il pescato tratto da quest'acqua fangosa; sul lato opposto, invece, verdissime risaie a perdita d'occhio. Il confine con la Cambogia dista solo poche centinaia di metri; osservando l'orizzonte di campi, ora così rigoglioso di vegetazione e sereno, fa strano pensare che solo poche decine di anni fa quelle terre siano state teatro di uno dei più sanguinari massacri della storia recente, l'assassinio di milioni di cambogiani da parte del regime di Pol Pot, una "guerra civile" dove in nome dell'illusione di una nuova società, persone nate nelle stesse terre, con la stessa storia e la stessa pelle, si massacrarono tra di loro, inutile e insensata tragedia che pochi conoscono alle nostre latitudini.




Tornando al Vietnam, anche lui terra di una sanguinosa guerra, oggi è ben diverso da quello che è stato: la società che incontro è pacifica, tollerante, amichevole e accogliente come nessun'altra che ho visto nei miei viaggi. Cammino per ore risalendo il corso del fiume; spinto dalla curiosità, mi attardo fino al calare del sole. Al ritorno sono in una sperduta zona di campagna e qui non passa nessun taxi; mi toccherà rientrare all'homestay dove alloggiamo a piedi, con una lunghissima passeggiata nel buio della notte (fortunatamente ho con me una piccola torcia). Anche in questo caso, tanto quando cammino nel buio delle campagne come tra le luci della periferia cittadina, non avverto nessun pericolo; la gente ci saluta amichevolmente, con tanto più calore ed entusiasmo quando più è remota la zona che attraversiamo.





Ho imparato qualche parola

Ho imparato qualche parola in vietnamita: cam on (grazie), ben xe (stazione dei bus), ga (stazione ferroviaria), cang (porto), nha tro (alloggio, homestay). Ho imparato anche la martoriata storia di questo paese, dedicandogli lungo tempo durante l'ennesimo trasferimento in bus, dove nelle interminabili ore stretto nella mia cuccetta mi sono immerso nella lettura di quella immane tragedia che fu la guerra del Vietnam. Sono passati cinquant'anni dalla sua fine: gli anziani che ho fotografato l'hanno vissuta, chi come civile, chi imbracciando un fucile. Una guerra durata vent'anni, un susseguirsi di giochi di potere orchestrati dagli USA allo scopo di dettar legge in una terra su cui non avevano alcun diritto, una concezione imperialistica del mondo che viene portata avanti ancora oggi. Una guerra combattuta non solo a suon di bombe e ammazzamenti, ma anche avvelenando la terra con l'agente arancio, un defoliante estremamente tossico tanto per le piante come per l'uomo, che fu irrorato su buona parte del Vietnam allo scopo di raderne al suolo la vegetazione in cui trovavano rifugio i guerriglieri comunisti. Un veleno che, oltrei ai danni provocati sul momento, si porta dietro una pesantissima eredità fatta di malformazioni nei bambini nati in quell'epoca, tumori, malattie che colpirono indiscriminatamente la popolazione civile vietnamita e i soldati di ambo gli schieramenti.




In vent'anni di guerra, sul Vietnam furono sganciati 14 milioni di tonnellate di bombe (il triplo di quelle utilizzate nella seconda guerra mondiale); napalm, il già citato agente arancio, mine. Per vent'anni un susseguirsi di brutalità, morte, crudeltà (da entrambe le parti: non ci son santi in guerra), e talvolta rari gesti di umanità a lasciare un barlume di speranza. Tra i tanti episodi che ho letto, mi ha colpito particolarmente la vicenda del massacro di My Lai, in cui per rappresaglia le truppe americane torturarono, struprarono e uccisero 500 civili inermi. A porre fine a questa atrocità fu Hugh Thompson Jr., un pilota d'elicottero statunitense che, mentre passava di lì in ricognizione, si rese conto di quello che stava succedendo: atterrò sul campo di battaglia mettendosi in mezzo tra i soldati e gli ultimi civili vietnamiti superstiti, e ordinò ai suoi di sparare sulle truppe americane se non si fossero fermate.

In guerra, si parla spesso a sproposito di "eroi" tra gente che ha il solo merito di aver ammazzato altra gente; trovo ben più eroico e meritevole il gesto di questo pilota che invece di uccidere salvò vite, anche a costo di mettersi contro il suo stesso esercito. In seguito, il governo americano cercò di insabbiare la vicenda; quando infine, per merito di alcuni giornalisti e soldati, la cosa divenne di pubblico dominio, il responsabile del massacro - William Calley - fu condannato all'ergastolo come criminale di guerra, per poi essere graziato dopo appena un giorno di prigione dall'allora presidente degli Stati Uniti Richard Nixon. Ma in mezzo a questo schifo e corruzione, atrocità e ingiustizia senza fine, il gesto del pilota che fermò il massacro rimarrà nel tempo come una piccola luce di speranza nel buio della guerra, il segno che anche quando l'umanità sembra perduta, c'è ancora qualcuno che è in grado di rendersi conto della follia che sta accadendo e fermarla, anche se dovesse mettersi contro il mondo intero.

In vent'anni di guerra, morirono oltre 50000 soldati americani e si stima tra il mezzo milione e i quattro milioni di vietnamiti, e la guerrà costò ben 150 miliardi di dollari - oltre 1000 miliardi al cambio attuale. Mille miliardi! Le guerre sono un enorme business, un enorme trasferimento di soldi dalle mani di tanti per arricchire pochi. I burattinai che si susseguirono al governo di questa mostruosità, gli affaristi che si arricchirono immensamente da vent'anni di guerra, sono ormai nomi del passato, gente morta e sepolta; quelli che oggi ripetono gli stessi abomini generando e fomentando le tante guerre che ammorbano il mondo, cancro della nostra povera umanità, possano essere spazzati via dalla faccia della terra.

Quando stacco dalla lettura mi immergo nella contemplazione del paesaggio, ora diventato più boscoso e rurale. I fianchi delle montagne, morbidi come quelli del nostro Appennino, sono avvolti dalla vegetazione. Il passato in cui mi sono immerso mi ha lasciato addosso un orrore, una bruttezza, una rabbia che cerco di sfumare nella bellezza e nella tranquillità della natura. Eppure, se si vuole visitare un posto in un modo che non sia puramente da turista, bisogna conoscerne la storia, sapere cosa c'è dietro a quello che si vede. Se viviamo il Vietnam solo come le pittoresche isolette della baia di Ha Long, le risaie di Sapa, i centri storici ricostruiti su misura di occidentale ad Hanoi, Saigon e Dalat, tempietti buddisti, lanterne a Hoi An, cosa siamo venuti qui a fare? Ne avremo vista solo l'immagine turistica, una facciata gradevole ma di poco spessore. In questo viaggio, pur non disdegnando qualche scatto nei posti più classici e strafotografati, ho cercato di allontanarmi dalle rotte battute e stare il più possibile in periferia, nei sobborghi, nei paeselli, tra la gente. Ho voluto raccogliere, attraverso foto e racconti, il caleidoscopio di caos e colore che è oggi il Vietnam; è una visione pacifica senza più l'ombra e il peso della guerra, ma chi volesse davvero conoscere cosa c'è dientro queste persone, dietro i volti scavati dal tempo dei vecchi, non si limiti a guardare le foto ma segua la mia strada, dedicando una giornata alla lettura della storia. Se, come me, ne uscirete intristiti e arrabbiati, spero che questa rabbia non rimanga fine a sè stessa, ma contribuisca a risvegliare le coscenze perchè simili drammi non si ripetano, e che nessuno cerchi più di giustificare una guerra. "La più aberrante in assoluto, diffusa e costante violazione dei diritti umani è la guerra, in tutte le sue forme. Cancellando il diritto di vivere, la guerra nega tutti i diritti umani", come diceva Gino Strada.






Milioni di conchiglie

Ultima settimana di viaggio. Si torna sulla costa, l'idea è esplorare un tratto di mare di circa 200 chilometri da Cam Ranh a Phan Thiet, soffermandosi però non sulle città ma principalmente sui paesini: Vinh Hy, Ca Na, Mui Ne. Non ci sono bus a lunga percorrenza che fanno queste fermate, così ci arrangiamo con quello che capita: taxi guidati da personaggi poco rassicuranti - come quello che nella notte ci portò da Cam Ranh a Vinh Hy, rischiando il colpo di sonno ad ogni curva - piccoli bus di linea dagli orari imprevedibili, oltre ai motorini, mezzo di trasporto che personalmente odio di cuore: traballanti trabiccoli che mi danno l'idea che siano lì lì per disfarsi sotto le nostre gambe, come quello guidato dal Dom che ha il tachimetro rotto, impossibile sapere la velocità, o quello di Dani che si spegne ad ogni salita.

Vinh Hy è un incanto, un tranquillo villaggio di pescatori che si affaccia su un'azzurra baia, costellata di piccole imbarcazioni. Alle cinque del mattino, passeggiando sul lungomare, osservo i pescatori lavorare su tante barche tirate in secco: le riparano, le ridipingono d'azzurro intenso e di rosso, le tirano a lucido, lavorando ancora prima che sorga il sole, con lampade o torce frontali. All'alba il lavoro si fa più intenso, come se ogni abitante del paese avesse un'imbarcazione da riparare, mentre nei piazzali sul lungomare altri riparano grandi reti nere. Osservo le loro mani mentre, muniti di ago e filo, rammendano le reti. I movimenti, dettati da anni - se non decenni - di esperienza, sono incredibilmente veloci; è quasi irreale la destrezza con cui muovono le mani, tirano il filo, fanno la cucitura e quindi ricominciano da capo. Mani come ballerini in un vorticosa danza tra i colori e la trama delle reti.




La costa del Vietnam non è solo pesca: un'altra attività ben diffusa è quella dell'estrazione del sale dall'acqua di mare. Si possono trovare saline di tutte le dimensioni, da attività familiari di un centinaio di metri a vere e proprie aziende che si estendono per decine di chilometri. L'acqua di mare viene fatta gradualmente passare in varie vasche: inizialmente, si depositano sul fondo le impurità, finchè quando l'acqua arriva nell'ultima vasca è satura solamente di sale che si deposita in uno strato spesso alcuni centimetri. Un uomo, con una sorta di grande spatola, va a raschiare il sale e lo deposita in mucchietti alti mezzo metro; un altro lo carica su una carriola e con passo veloce lo trasporta nel vicino deposito. E' un lavoro che inizia all'alba, per sfuggire alla calura delle ore centrali del giorno; un lavoro ripetitivo, stancante, e perennemente in balia del tempo: può bastare una pioggia pochi giorni prima del "raccolto" per rovinare la produzione. Il prezzo del sale è molto altalenante, e può passare dai 2 ai 10 centesimi di euro al chilo. Io e i miei compagni osserviamo in silenzio, appollaiati sui sottili passaggi in pietra costruiti tra una vasca e l'altra.




Due giorni dopo, Ca Na, altro piccolo abitato lungo la costa. Esploriamo l'enorme area portuale - che occupa una sostanziosa parte del paese - e poi ci mettiamo alla ricerca di un tetto per la notte, chiedendo un po' in giro nella speranza di trovare un homestay o un albergo alla buona, impresa però difficile tra i quartieri ben poco turistici di questa località. Un tizio sembra avere quello che fa al caso nostro. Ci dice di aspettare e poi sparisce; dopo un po' ci chiediamo se stia ancora cercando il nostro alloggio o se si sia perso per i fatti suoi. Nel frattempo, un gruppetto di bambini appena usciti da scuola passa di lì, ci vede e inizia un'allegro teatrino attorno a noi: chi ci chiede qualche cosa in inglese, chi ci vuole stringere la mano, un altro ci fa vedere quanto scritto nella lezione di oggi, e infine si fa coraggio e ci chiede di scrivere i nostri nomi sul suo quaderno. "Juza Yossarian from Italy". Altri lo seguono a ruota, e finiamo per autografare un bel po' di quaderni; sorridiamo del loro entusiasmo, così come loro sorridono osservando questi alieni che qualche settimana fa sono arrivati dal cielo, con uno dei tanti aerei che vedono sfrecciare nel blu e su cui ora possono solo fantasticare.

Spunta di nuovo il tizio di prima e ci fa cenno di seguirlo. Ci porta, a dire il vero, a venti metri di distanza: ci voleva così tanto? boh. Magari hanno preparato la camera. Entriamo in un corridoio dove si susseguono porte bianche. Arriva una ragazza, apre una di queste porte, ci mostra la stanza. Un tugurio che neanche in India ho visto; è una stanza spoglia, sporca, con un cesso senza porta, un lavandino sgangherato a mezzo metro di altezza, e un pavimento senza alcun cenno di letti, o perlomeno materassi. Non che sia la prima volta che dormo sul pavimento, ma chiedo alla ragazza, "e il letto? dobbiamo dormire per terra?". Lei mi indica il soppalco, come a dire che lì è più confortevole: mi arrampico sulla scala e vedo la seconda "camera da letto", qualche metro quadrato coperto da un telo lurido. Va bene tutto, ma questo è un po' troppo anche per i nostri bassissimi standard: ringraziamo, ma giriamo i tacchi. Più tardi, trovato un alloggio in posizione meno centrale ma con minor rischio di contrarre il colera, mi lancio in un'altra lunga camminata per attraversare l'abitato da parte a parte, e quindi esplorare le vicine saline. Una fogna di fiume scorre portando le sue acque marce nel mare; il fortissimo vento che caratterizza questa zona porta incessantemente plastica e immondizia verso la spiaggia. Interi alberi sono diventati surreali "alberi di natale" coperti non di decorazioni, ma di sacchetti di plastica; mucche, cani e capre vagano tra i sacchi del rudo cercando qualcosa da mangiare. Tristissima immagine di questo mondo, che contrasta con la quasi idilliaca Vinh Hy, che con le sue barchette azzurre e rosse mi aveva trasmesso così tanta pace.




Ultima tappa del nostro pellegrinaggio marittimo è Mui Ne, città divisa in due: la metà vecchia che sorge sul lembo di terra che va a formare una piccola penisola è un susseguirsi di casette di pescatori, costruite una a ridosso dell'altra; vicoli, saliscendi, spiaggette, scalinate. E' un villaggio rimasto genuino, sono strade percorse solo dai locali... e da me. A fianco sorge la Mui Ne nuova: una striscia di case e alberghi che copre sei chilometri di costa; una delle nuove località turistiche del Vietnam, resort di lusso, ristoranti costosi, spiagge di ombrelloni e sabbia. Qui è pieno di turisti che percorrono il lungomare come fossimo a Rimini; si fermano però ben prima di entrare nella città vecchia, forse spaventati dalle baracche costruite alla buona sulla spiaggia, o dall'odore di pesce e di marcio che pervade lo sporco lembo di terra costiero. In mare, una moltitudine di barche che mai avevo visto altrove: saranno migliaia, uno spettacolo quasi irreale.

Altrettando irreale è la quantità di conchiglie sulla spiaggia. Non migliaia, ma milioni di conchiglie, in alcuni punti così tante da non lasciare neppure intravedere la sabbia. Difficile credere che siano arrivate qui portate dalla corrente; più probabilmente, sono il residuo di quanto lasciato qui dalle migliaia di pescatori che popolano la baia. Ne raccolgo qualcuna, la sciaquo nell'acqua del mare e osservo con ammirazione le opere d'arte create dai piccoli molluschi, che nell'arco di anni creano barocche costruzioni dalle forme e colori più vari. Variopinti pettini con tonalità che vanno dal magenta al rosa al violetto; le affusolate e lunghe conchiglie Terebridae; eleganti murici coperti di spine; lambis, che da pochi centimetri arrivano ad esemplari enormi; le tonna tessellata, dal guscio maculato così sottile da diventare quasi translucente.

Si è fatta sera. Il sole tramonta su questa calda giornata e sul nostro viaggio, e con quest'ultima immagine si chiude la mia seconda avventura in Vietnam.






Risposte e commenti


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avataradmin
inviato il 11 Febbraio 2024 ore 12:29

Un ringraziamento agli amici Domenico, Daniele e Valerio che mi hanno sopportato durante questa avventura, e che con me hanno condiviso gli alti e bassi del viaggio.

avatarjunior
inviato il 13 Febbraio 2024 ore 13:59

Gran bel racconto. Complimenti

avatarsupporter
inviato il 13 Febbraio 2024 ore 15:29

Complimenti Emanuele una decrizione molto istruttiva su questo martoriato paese che sta galoppando purtroppo verso un futuro non so quanto auspicabile. Del resto è la storia di molti paesi sottosviluppati che pur di raggiungere quanto prima standard occidentali, si sviluppano in modo caotico, danneggiando il proprio ambiente e le loro generazioni future. Spero, come già in parte sta succedendo in Cina, che ripensino quanto prima al loro modello di sviluppo.

avatarsupporter
inviato il 13 Febbraio 2024 ore 15:32

Il tuo miglior racconto di viaggio Juza!

avatarsenior
inviato il 13 Febbraio 2024 ore 17:46

Il bello delle comunicazioni odierne è che sappiamo tutto quello che succede nel mondo (forse). Il brutto è che tentiamo tutti di migliorarlo, anche nel nostro piccolo. Il pessimo è che nonostante che tutta la nostra volontà non riusciamo a creare una vera globalizzazione.
Senza demordere...
Giovanni

avatarsenior
inviato il 13 Febbraio 2024 ore 23:52

Ne lunga ne pesante: un punto di vista alternativo e ragionato su un mondo molto diverso e lontano dalla nostra mentalità. Lo hai letto ed interpretato molto bene. Si desidera che il racconto prosegua ancora ed ancora.
Andrea

avatarsenior
inviato il 14 Febbraio 2024 ore 12:39

Un racconto di viaggio veramente magnifico!

avatarjunior
inviato il 14 Febbraio 2024 ore 12:53

Bello il reportage!
Ho sempre pensato che le foto acquistino più significato se inserite in un breve racconto. ;-)

avatarsenior
inviato il 15 Febbraio 2024 ore 7:16

Juza, solo una parola: “grazie”.

avatarjunior
inviato il 16 Febbraio 2024 ore 8:50

Grazie tantissimo per i tuoi reportage!! Li vorrei anche più lunghi....

avataradmin
inviato il 16 Febbraio 2024 ore 10:31

Grazie a tutti per le risposte.

Non è stato un articolo facile perchè, quando si affrontano temi più "impegnati", c'è sempre il rischio di finire nella superficialità o non riuscire a trasmettere appieno i concetti, le emozioni e le immagini che si ha in mente. Ho cercato di fare del mio meglio, anche se il tema trattato - il Vietnam, un intero paese, con la sua storia e le sue mille sfaccettature - va ben al di là di quello che si può raccontare attraverso un singolo viaggio; probabilmente anche stando lì una vita non si riuscirebbe ad affrontarlo davvero nella sua interezza. Se però sono riuscito a coglierne almeno qualche frammento attraverso questo articolo, mi fa piacere.

avatarsenior
inviato il 16 Febbraio 2024 ore 15:55

Per me ce l'hai fatta..
Gio





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