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Breve diario lettone


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Breve diario lettone, testo e foto by Matteo Di Giulio. Pubblicato il 07 Aprile 2020; 17 risposte, 1477 visite.


Possono bastare cinque giorni per conoscere una città? Se la città non è piccola, come nel caso di Riga, capitale della Lettonia, la risposta è semplice: no. Riga, con quasi settecentomila abitanti spalmati su una superficie di poco più di 300 km² (un terzo più grande di Milano), richiede tempo e pazienza. Forse occorre allora chiedersi se valga comunque la pena di parlare di un luogo così particolare, visitato in un periodo molto delicato – a fine inverno, pochi giorni prima del lockdown dovuto all'emergenza Coronavirus – e in questo caso la risposta è opposta alla precedente: sì.
Atterro in tarda mattinata – non manca di stupirmi che i lettoni applaudano i piloti, come succedeva anni fa in Italia – e, appena metto piede fuori dall'aeroporto, vengo assediato dai taxisti, regolari e abusivi, che si offrono di portarmi a destinazione. Rifiuto in inglese e subito smettono di insistere: con quindici euro acquisto un biglietto per i mezzi pubblici che mi permetterà di muovermi liberamente per cinque giorni. Non senza difficoltà individuo l'autobus di cui ho bisogno: l'unico che ogni mezz'ora fa la spola con la città.
«È corretto per il centro?», chiedo.
L'autista grugnisce. Decido di prendere quella non risposta per un sì e salgo a bordo.
Mentre l'autobus si mette in moto, gli altoparlanti trasmettono una musica molto melodica in una lingua che sembra russo. Mi guardo attorno: sono tutti biondi, massicci e con gli occhi chiarissimi; le donne hanno capelli lisci e incarnato diafano. Pur vivendo da diversi anni in Germania non sono abituato a una tale omogeneità. I sobborghi di Riga scorrono dal finestrino. Sono grigi, decadenti, proprio come ci si aspetterebbe da una periferia post-sovietica degli anni Settanta, sebbene io non abbia mai visto una periferia post-sovietica negli anni Settanta. Capannoni dall'aspetto trascurato, grandi blocchi abitativi squadrati, finestre dai vetri rotti. Sensazione d'abbandono totale.


Il mio Airbnb, una stanza singola con bagno condiviso, è in pieno centro. Camera spaziosa, arredamento piuttosto pacchiano, ma pulita e ordinata: per meno di dieci euro a notte non posso pretendere di più. Decido di visitare il centro, macchina fotografica al seguito, nonostante la minaccia della pioggia e il sole che già comincia a tramontare. Non avevo previsto l'ora di fuso orario, qui è più tardi che in Germania o in Italia. Le strade sono un incubo e le macchine possono circolare praticamente ovunque, anche davanti all'imponente chiesa di San Pietro, il cui campanile, uno dei più alti d'Europa, sovrasta la città. Mi aggiro curioso, senza una méta precisa, e l'idilliaco borgo medievale che costituisce il nucleo di Riga mi affascina.
La città, la seconda più antica dell'antica lega anseatica che si affaccia sul Mare del Nord – dopo Lubecca – conserva tutto lo splendore della gloria passata. Le strade sono fatte di sassi e pavé; le grandi case a due o tre piani un intarsio di legno, mattoni e calce. I tetti scuri e i colori delle facciate mi ricordano la città dove vivo, Brema, a sua volta capitale anseatica, che è gemellata con Riga: con mia grande sorpresa proprio nel cortile posteriore della chiesa si trova una scultura che raffigura i musicanti di Brema, dalla fiaba dei fratelli Grimm, mentre nella piazza più centrale, dove spiccano l'imponente municipio e la Casa delle Teste Nere, costruita da un ricco mercante secoli orsono per dimostrare al mondo intero la propria influenza commerciale, si trova una grande statua del Roland, il paladino descritto da Boccaccio, simbolo di molte città del Nord d'Europa.


Proseguo verso il fiume Daugava, che ho intravvisto dall'autobus, e m'imbatto in un enorme monumento sovietico che nella guida che ho con me non è nemmeno menzionato. Il panorama fluviale è mozzafiato. Il ponte ferroviario, alla mia sinistra, illuminato di blu, e la sagoma della biblioteca nazionale, fiore all'occhiello dell'architettura lettone, catturano subito la mia attenzione. A destra chiude la composizione il moderno ponte Vanšu. Per fortuna ho con me il piccolo Manfrotto Pixie, indispensabile accessorio di viaggio, così metto subito la mia Fuji al lavoro per una serie di lunghe esposizioni. Il freddo è pungente e dopo un paio d'ore di scatti, soddisfatto, cerco un posto per mangiare.
Ci sono decine di locali turistici eppure economici. Con sette euro ordino un enorme piatto misto con diversi tipi di insalate, riso, legumi, pane con aglio e un dolce al cucchiaio a base di frutti di bosco. La birra è leggera, ma con un proprio carattere. Le cameriere indossano costumi tradizionali e tutti in città parlano un buon inglese. Quando arrivo al portone dove si trova l'appartamento, digito il codice d'ingresso e vengo accolto da una musica midi fatta da un sintetizzatore che riproduce una melodia sovietica sdolcinata.


Il giorno dopo cambio quartiere, con l'intenzione di dedicarmi anche ai musei. Prima, però, cerco un posto per fare colazione. La sorpresa più grossa è la qualità del caffè: pari quasi a quella italiana. Anche i bar appartenenti a catene locali, come Golden Coffee o Caffeine, offrono eccellenti cappuccini e torte al miele o al cioccolato. I prezzi non sono abbordabili, anche se in linea con quelli tedeschi, eppure tutti i posti in cui vado durante la mia permanenza sono sempre pieni, soprattutto di giovani e di studenti. Nel mio programma ci sono soprattutto due musei: quello d'arte lettone, che si trova a Centrs, e quello della fotografia, che mi incuriosisce a partire dall'aneddoto che le piccole Minox sono state inventate e prodotte proprio qui.
Quello della guerra, gratuito, è enorme e merita la visita. Sito all'interno dell'antica torre delle polveri, risalente al XIV° secolo, illustra in cinque piani tutta la storia bellica del paese, dai periodi in cui combatteva contro la Svezia per il predominio del Baltico sino ai giorni nostri e alle missioni di pace per conto dell'ONU. Dove sorgevano le antiche mura si trova ora un lungo parco che fiancheggia quello che era il canale a difesa della città. Mentre passeggio mi accorgo che i padiglioni in stile liberty disseminati qua e là nascondo pasticcerie e panetterie che per pochi spiccioli vendono dolci squisiti.


Dal centro storico mi sposto verso Centrs, uno dei quartieri sovietici, famoso soprattutto per le case in Jugendstil, dichiarato proprio per questo motivo patrimonio dell'umanità dall'Unesco. Facciate eleganti, ricche di incisioni e bassorilievi, raffinati affreschi e portoni intarsiati in stile Art Déco conducono fino all'omonimo Museo Jugendstil, dove ceramiche e oggetti pregiati sono un must see. Gran parte di queste architetture si devono al genio di Michail ?jzenštejn, padre del famoso regista Sergej, quello della Corazzata Potëmkin. Il museo d'arte lettone, riaperto di recente dopo una lunga fase di ristrutturazione, è incredibile. Quadri, sculture e anche una sezione dedicata alla fotografia in bianco e nero di artisti a me sconosciuti, come la bravissima M?ra Brašmane. Riga vanta una serie di fotogiornalisti e fotografi street di tutto rispetto, come Inta Ruka o Gun?rs Janaitis. L'arte lettone, così come quasi tutto qui, vive un prima e un dopo l'annessione all'URSS: espressionismo e razionalismo lasciano il posto a protesta e un modernismo astratto molto politico.
Mangiare, mi rendo conto mentre vago per Centrs, non sarà mai un problema. Decido però di provare uno dei posti più interessanti secondo la guida, il mercato centrale. Mi faccio scarrozzare da un affascinante tram a due vagoni fino ai tre hangar per dirigibili nel quartiere Maskavas forštate (che si traduce più o meno in quartiere di Mosca), che oggi sono stati riconvertiti in una delle attrazioni più importanti della città, non solo per i turisti. Nei vecchi magazzini ferroviari, che tanto ricordano quelli di Amburgo, hanno aperto locali per hipster, parrucchiere alla moda e ristoranti sperimentali. All'interno degli hangar, invece, si respira il profumo della tradizione e del buon cibo. Provo ricette caucasiche a base di uova e formaggio, su un impasto non lontano da quello della pizza. Fotografare street tra questi corridoi ricchi di colori e di volti è una splendida sfida.


Il mio viaggio prosegue, spesso piove e per fortuna la mia X-T30, nonostante non sia certificata come impermeabile, tiene bene e mi permette di continuare a scattare anche in condizioni climatiche infelici. Il monumento per le vittime dei pogrom nazisti, così come molte dei palazzoni a otto, nove piani di chiara origine russa, è abbandonato a se stesso. La sensazione di decadenza è confermata da questa passeggiata: facciate sbeccate, balconi che si sbriciolano, infissi inesistenti e, un po' ovunque, casermoni e fabbriche vuote. L'Istituto delle Scienze permette, per sette euro (i musei costano molto meno), di salire fino al diciassettesimo piano e godere dalla terrazza della panoramica più affascinante di Riga: dall'alto, a 360°. Il vento è gelido e tagliente, ma ne vale la pena. Trascorso un altro giorno, dopo aver assaggiato per cena una zuppa ai funghi che al posto del piatto viene servita in un panino svuotato e delle deliziose frittelle di patate, posso pensare a cosa farò il giorno successivo.
L'idea è di affidarmi al caso, una tecnica che già in passato mi ha regalato gradite sorprese: salgo su un tram senza conoscere la destinazione e mi affido al destino. Supero il ponte, sotto il quale una serie di ristoranti sono barche ancorate e riadattate, e mi trovo dall'altra parte del fiume, a ?engarags, oggi quartiere creativo e hipster. Il barista dove mi fermo a fare colazione – cappuccino e torta di mele – mi chiede se sono tedesco. Quando scopre che sono italiano mi fa vedere il caffè che usa – la macchina è una Cimbali – e mi chiede se conosco la marca.
«Pellini», confermo io.


«Prima usavo solo Illy», mi spiega, «ma questo mi sembra più buono».
Non mi aspettavo una conversazione del genere a Riga, ma a Napoli o a Firenze.
Le sorprese non finiscono. Mentre circumnavigo l'imponente edificio della biblioteca, mi ritrovo in un parco gigantesco, dove i monumenti agli eroi della rivoluzione sovietica sono oggi per lo più ricoperti di scritte ingiuriose. Il lettone, va detto, non usa l'alfabeto cirillico e in qualche modo somiglia al romeno, il che mi permette di catturare qualche parola qua e là. La pronuncia invece è molto simile al russo e impedisce ogni tentativo di comunicazione improvvisata. La gente qui, penso mentre continuo a scattare, sembra sempre molto diffidente, sulle sue; ma appena possono parlano volentieri in inglese e si aprono.
Alla libreria Roberts Books trovo un interessante assortimento di saggi e romanzi in inglese. Ne compro uno che parla di un giornalista inglese relegato a Riga perché incapace. Lo leggerò durante il viaggio di ritorno, in aereo: è divertente. In questi giorni in città, invece, mi accompagna uno dei classici della letteratura lettone, uno dei pochi romanzi tradotto anche in italiano, lo struggente Il latte della madre di Nora Ikstena. Esploro il quartiere successivo a quello in cui mi trovo, a nord della città, di cui purtroppo non capisco il nome; e per la prima volta capisco che nei bassifondi la gente povera è davvero povera. Non mi azzardo a tirar fuori la fotocamera, più per una questione di rispetto che per timore: la sicurezza qui a Riga, anche di notte, non è un problema, nonostante in centro si sentano continuamente le sirene della polizia e delle ambulanze.


Le ultime tappe sono purtroppo rovinate dall'effetto Coronavirus. I musei sono improvvisamente chiusi. Quello del cinema, quello della fotografia e quello dell'arte orientale, che avevo tenuto per l'ultimo giorno, sono inaccessibili. Non c'era nessun allarme fino alla notte precedente, ma poi la paura è arrivata anche qui. Assaggio il popolare cioccolato locale, Laima, e mi faccio un selfie sotto l'omonimo orologio che, scopro grazie alla guida, è il luogo in cui tutti gli abitanti della città si danno appuntamento. Poco lontano, un'imponente colonna con una statua che inneggia alla libertà è il monumento più amato da chi vive a Riga: eretto nel 1935, rappresenta l'indipendenza raggiunta per la prima volta nel 1918. Secondo Wikipedia: “Durante il periodo dell'Occupazione sovietica portare dei fiori a questo monumento, divenuto simbolo del desiderio di libertà e di indipendenza del popolo lettone, poteva portare all'arresto e alla prigionia nelle prigioni siberiane.” Assisto, come tanti turisti, al cambio della guardia, e poco dopo mi concedo l'ennesimo delizioso cappuccino, insieme a un piatto street food a metà tra le pite greche e le focacce turche, ma ancora più saporito.
È quasi tempo di tornare.
Ho viaggiato in un periodo teoricamente sbagliato, ancora freddo e piovoso, eppure mi sono divertito a scoprire una cultura profondamente diversa da quella europea, nonostante la Lettonia sia da tempo membro della UE e adotti da anni l'Euro come moneta. Fotograficamente è un luogo ricco di contraddizioni: ogni quartiere ha una propria storia da raccontare. Per genere come street, paesaggio urbano o reportage gli spunti sono dietro ogni angolo. I costi sono tutto sommato contenuti e ad avere più tempo ci sarebbero anche le spiagge e le altre capitali baltiche da visitare. Con due obbiettivi su aps-c, un grandangolare (Samyang 21/1.4) e un medio-tele (il vintage Zeiss Prakticar 50/1.4), entrambi sufficientemente luminosi, non mi sono mai sentito scoperto. Per chi ama gli zoom è sufficiente un 16-50. Il cavalletto non è d'obbligo, ma aiuta. Impermeabile, cappello e scarpe comode sono invece caldamente consigliati, se non si viaggia d'estate.



La galleria intera dedicata al viaggio è qui.




Risposte e commenti


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avatarjunior
inviato il 08 Aprile 2020 ore 12:06

Ti leggo sempre con piacere. Le immagini richiamano certi contesti dell'Est dei tardi Settanta; penso a Praga che era cupa e bellissima. Qui come là, la dominazione sovietica ha funzionato come una macchina del tempo ritardando la modernità e preservando architetture e contesti urbani che sembrano vivere in un tempo differito dal nostro presente.

avatarjunior
inviato il 08 Aprile 2020 ore 18:02

Condivido Degas
Molto bello. Bravo

avatarjunior
inviato il 09 Aprile 2020 ore 10:22

Grazie per i commenti.

user37793
avatar
inviato il 09 Aprile 2020 ore 14:08

Testo interessante e belle foto!
Complimenti

avatarjunior
inviato il 12 Aprile 2020 ore 19:28

io dico si!

avatarsenior
inviato il 14 Aprile 2020 ore 9:39

Letto con grande interesse questo tuo spaccato di vita normale nel Nord Europa!
Auguri Matteo, e cento di questi articoli! Sorriso

avatarsupporter
inviato il 18 Aprile 2020 ore 11:07

Bel reportage, complimenti.

Mauro

avatarjunior
inviato il 18 Aprile 2020 ore 19:01

Grazie per il passaggio e per i commenti.

user81826
avatar
inviato il 22 Aprile 2020 ore 16:03

Mi ero perso questo racconto, breve e mirato su alcuni aspetti interessanti, quantomeno per chi come me non ci è mai stato.
Complimenti ed un saluto!

avatarjunior
inviato il 18 Maggio 2020 ore 14:19

Ho letto tutto con interesse e piacere e le immagini sono davvero belle. Grazie

avatarsupporter
inviato il 01 Novembre 2020 ore 22:33

Ottimo reportage.
Coerenza e complementarità molto gradevole fra prosa ed immagini.

avatarjunior
inviato il 01 Novembre 2020 ore 23:19

Grazie a tutti per i commenti.

avatarjunior
inviato il 15 Novembre 2020 ore 21:55

Grazie del reportage e complimenti per la stesura...

avatarjunior
inviato il 15 Novembre 2020 ore 22:18

Grazie per il commento.

avatarjunior
inviato il 13 Giugno 2021 ore 14:01

Bel reportage, belle foto, bravo!

Vivo da ormai oltre un anno a Vilnius, ritrovo diverse cose che hai scritto anche qui... mi hai dato ispirazione a fare un reportage simile per la capitale della Lituania, ma sono pigro, e a giugno ancora diluvia... vedremo! MrGreen





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