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Il tempo dello sviluppo: come la percezione del colore si trasforma insieme alla tecnologia.


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avatarsenior
inviato il 29 Gennaio 2026 ore 11:11    

Sviluppare una fotografia, ieri con la pellicola e oggi con il RAW, è un atto che va oltre la tecnica: è una scelta culturale. Ma in questo percorso, la fotografia si sta davvero evolvendo o stiamo solo usando nuovi strumenti per rincorrere un'estetica già scritta quarant'anni fa?

Già dagli anni '80, DAN MARGULIS ci insegnava a governare la percezione del colore. Oggi abbiamo tecnologie incredibili per misurare il DELTA E o gestire le insidie del METAMERISMO, ma la vera domanda è: questa tecnologia la sappiamo davvero comprendere e dominare, o la usiamo solo come uno strumento pronto all'uso?

Forse la nostra cultura del colore è rimasta ferma mentre i software correvano. Resta da capire se la fotografia sia un linguaggio puro che attraversa il tempo o se, inevitabilmente, rispecchi la sensibilità e le contaminazioni di ogni epoca.

Secondo voi, la fotografia ha un'essenza che resta immutata o si trasforma insieme alla nostra cultura?

avatarjunior
inviato il 13 Luglio 2026 ore 13:49    

Mi piace la domanda, sul serio, cosa che succede spesso con le cose che non capisco. Sarà per questo che fotografo?

avatarsenior
inviato il 13 Luglio 2026 ore 16:14    

Secondo voi, la fotografia ha un'essenza che resta immutata o si trasforma insieme alla nostra cultura?

Forse la nostra cultura del colore è rimasta ferma mentre i software correvano. Resta da capire se la fotografia sia un linguaggio puro che attraversa il tempo o se, inevitabilmente , rispecchi la sensibilità e le contaminazioni di ogni epoca.


L'epilogo, in virtù dell' inevitabilmente , è di risposta al preambolo.

avatarsenior
inviato il 13 Luglio 2026 ore 19:00    

Secondo voi, la fotografia ha un'essenza che resta immutata o si trasforma insieme alla nostra cultura?


La seconda. Al giorno d'oggi c'è gente che fattura centinaia di migliaia di euro vendendo screenshot di chat whatsapp allestendole in mostra come "il nuovo ritratto... interiore".
E ho detto tutto.

avatarsenior
inviato il 13 Luglio 2026 ore 22:55    

Per meglio chiarire il concetto metto un paio di video di Berardi e Margulis,
"The Picture Postcard Workflow"
Al minuto 5:15 si dice che prima si mette a posto il colore e poi il dettaglio dell'immagine.
Quindi si passa al secondo intervento sui dettagli soprattutto nelle ombre dove si rischia di perdere dettaglio nei contrasti troppo forti. Da notare come l'uso dei canali del colore servono come maschera per regolare i contrasti e il dettaglio, ma fondendo il canale in luminosità. Poi nella terza fase va a stabilire un dettaglio maggiore.
Ma è nel secondo video che si parla della percezione.
Alla fine si deve avere un'immagine conservativa oppure con più colore e dettaglio? Oppure ancora si deve miscelare le due cose?
Ma anche il colore del cigno non è blu ma bianco e quindi si deve intervenire.

Ora questo succedeva 40 anni fa.
Oggi esistono programmi che fanno tutto senza aver bisogno di esperienza e consapevolezza di quello che si vuole, ma solo un risultato che sia considerato nella media buono, quindi di conseguenza ci alza di spessore visto che sappiamo fare una correzione che determina un buon risultato, ma così abbiamo appena stabilito che tutte le immagini devono avere lo stesso mood.
Alla fine tutte le immagini diventano uguali.

Basta quindi una gestione del colore standard? Oppure serve altro per dare corpo ad una fotografia?
Serve un'esperienza ed una consapevolezza per dar corpo ad una fotografia?

The Picture Postcard Workflow


avatarsenior
inviato il 13 Luglio 2026 ore 23:22    

Per me la risposta non può essere univoca, perché non esiste la fotografia: esistono molte fotografie, con finalità diverse.

Può essere documento, reportage, testimonianza, ricerca scientifica o tecnica, dove il rapporto con il reale è fondamentale. Può essere comunicazione, pubblicità o design, dove il colore diventa uno strumento espressivo. Può essere arte, dove il fotografo interpreta, trasforma o persino costruisce una realtà nuova.

Tutte queste forme, però, evolvono insieme alla cultura. Ogni innovazione linguistica, prima o poi, diventa un’estetica condivisa e spesso anche un modello da imitare. È successo nella pittura, è successo nel cinema e continua a succedere nella fotografia.

Oggi, forse, la tecnologia ci permette di imitare molto più facilmente uno stile, ma questo non significa averne compreso il linguaggio. Probabilmente è più semplice riprodurre l’estetica di un grande fotografo di quanto non fosse imitare un Caravaggio; molto più difficile, in entrambi i casi, è sviluppare uno sguardo personale.

Per questo credo che la domanda non sia tanto se la fotografia abbia un’essenza immutabile, ma come ogni epoca utilizzi questo linguaggio per raccontare il proprio modo di vedere il mondo.

avatarsenior
inviato il 14 Luglio 2026 ore 12:21    

@Filo63
quello che stai facendo è una divisione in categorie di un termine generico.
Ovviamente un termine generico può avere diverse ramificazioni, e quindi con finalità che possono essere anche infinite, ma tutte devono essere sviluppate. Quindi è nella fase dello sviluppo che si materializza l'immagine, poi se la vogliamo inquadrare in categorie stiamo diversificando il termine generico "Fotografia".
Ogni epoca cambia e si evolve contaminando tutto non solo la fotografia.

In pratica la sintesi della domanda è quanto la tecnica nella fotografia incide nella sua evoluzione?
Quanto la semplificazione aiuta o ci manda fuori strada?
Quindi una esperienza ed una consapevolezza servono nell'evoluzione della fotografia sia nel sociale che a livello tecnico?

Non è una questione di tipologie, ma di quanto il termine Fotografia oggi è ancora valido oppure si può parlare di immagine e di conseguenza di Cultura dell'Immagine?

avatarjunior
inviato il 17 Luglio 2026 ore 9:52    

Io credo che la fotografia abbia un'identità specifica molto ben delineata, il problema semmai è che non l'abbiamo ancora individuata. Ma questo non esclude che ci sia. Forse è solo una questione di tempo, la fotografia è ancora giovane. Per un certo periodo è stata associata al concetto di realtà, oggi il legame si è affievolito. Bisogna anche considerare che, a parte la fotografia stampata su indicazioni dell'autore, firmata e numerata, in tutte le altre forme non è che un semilavorato, un'opera non compiuta soggetta a mutamenti estetici, volontari o involontari che siano. Azzardando, soprattutto col digitale, si potrebbero trovare analogie tra lo sviluppo fotografico e il lavoro di restauro di un affresco.

Che poi ci siano strumenti evoluti che reclamino il loro contributo al risultato finale, contribuendo quindi alla creazione di un'estetica condivisa, non è cosa di oggi. Lo slogan della Kodak "Voi premete il bottone, noi facciamo il resto" ha centoquarant'anni.

Chissà se sono in tema Sorriso

avatarsenior
inviato il 17 Luglio 2026 ore 13:44    

La fotografia è sì, giovane, ma non poi così giovane. Tant’è che l’intelligenza artificiale si profila già come sua più prossima sostituta, e dopo nemmeno due secoli di vita.
Già lo sta facendo, in realtà, e le avvisaglie c’erano da qualche annetto.

Io vedo in queste sedute letterarie da divanetti in velluto dalle borchie mancanti ai lati, il solito tentativo (innocente, intendiamoci) di aggiotaggio da riqualificazione di un fenomeno morente, dove il suo ricordo passato contamina illusoriamente le speranze future.

Si parla di scienza dei colori rifacendosi a Newton e ad altri fisicalizzatori del plasma, ma alla teoria dei colori di Goethe quasi nessuno fa cenno. Come mai?
Perchè la sensibilità autocosciente è piu difficile da introiettare e tramandare, rispetto alla fisicamatematica da banco di prova scolastico: è sufficiente studiare ed applicarsi, per portare a termine il compito assegnato.
Per vivere le cose, invece, ci va altro che la disciplina pedissequa.
Ci va la “cocuzza”, come dispensano i migliori saggi sudItalici (o sudici, per abbreviazione semantica).

Volendo scomodare un attimo il povero Søren Kierkegaard dei tempi che furono, ma che ancora risultano attuali:
«State attenti: la nave è ormai in mano al cuoco di bordo, e le parole che trasmette il megafono del comandante non riguardano più la rotta, ma quel che si mangerà domani»

avatarjunior
inviato il 17 Luglio 2026 ore 14:24    

se rivedo una immagine pubblicitaria degli anni 70 trovo ingenuo l'uso del colore, se invece ripenso a certi tavolini "pop-dripped" anni sessanta, oggi rabbrividisco.

pero' certe lampade di Castiglioni o di Vico Magistretti, Gae Aulenti, Tobia Scarpa, Elio Martinelli, Gino Sarfatti hanno ancora la loro ragione d'essere.

oggi? i tramontini nucleari, gli occhi fotonici, il maggico sfocato resteranno a traccia di quanto si possa essere stati ciechi negli anni venti del terzo millennioMrGreen

ma qualche opera davvero di valore uscira' dalla massa informe e fara' la storia, diventando un simbolo.

avatarsenior
inviato il 17 Luglio 2026 ore 14:39    

Minghia…e quanDi nomi da andare a’ccercare su Guugo… Confuso

avatarsenior
inviato il 17 Luglio 2026 ore 17:25    

A volte la sensazione è che si preferisca guardare il dito per evitare di vedere la luna. C'è chi riduce lo sviluppo fotografico a una lista di categorie da manuale e chi liquida la cultura visiva (quella vera, che passa anche dal design di Castiglioni o Magistretti) come un fastidio da cercare su Google.

Ma usciamo dalle teorie e lanciamo una sfida concreta, che entri nel personale di ognuno di noi. Dovremmo chiederci, molto onestamente: quanto siamo disposti a investire nello studio e nella comprensione dei nostri limiti visivi, e quanto invece preferiamo delegare alla tecnologia per pigrizia?

Quando quaranta anni fa Margulis codificava il controllo millimetrico dei canali colore e della luminosità per gestire contrasti e percezione, lo faceva per dare al fotografo il dominio totale sul file. C’era un’intenzione visiva. Oggi, quanti di noi hanno davvero la consapevolezza tecnica di prendere quei canali e modellarli manualmente per dare corpo alla propria visione, e quanti invece si limitano a spostare due cursori affidandosi al "mood" preconfezionato dal software?

La verità si vede quando siamo da soli davanti al file, ma anche da come spendiamo i nostri soldi. Se invece di collezionare tre o quattro corpi macchina ridondanti (spesso tra brand diversi, raddoppiando pesi e costi in modo del tutto illogico) spendessimo quegli stessi soldi per un set di luci, saremmo costretti a fare l'unica cosa che fa davvero paura: imparare a governarla, la luce, progettando lo scatto invece di subirlo. Ma questo richiede applicazione, fallimenti e studio. Comprare l'ennesimo giocattolo tecnologico, invece, richiede solo una carta di credito e l'illusione di essere diventati più bravi.

I "tramontini nucleari" o le estetiche di massa che giustamente qualcuno criticava sono il risultato diretto di questa pigrizia: quando non si sa come dominare il mezzo, si accetta l'omologazione che il software decide per noi.

La sfida è tutta qui, ed è ben determinata. Chi di voi è disposto a spegnere gli automatismi, a smettere di comprare feticci tecnologici e a mettersi davvero a studiare per capire dove ci si sta limitando?

avatarsenior
inviato il 17 Luglio 2026 ore 18:00    

Caro Ivo,

io faccio fatica ad uniformarmi a un pensiero unico. Questo vale anche quando si parla di fotografia: tendo a distinguere gli strumenti con cui realizzo un’immagine dall’intento per cui quella fotografia è stata scattata.

Se poi vogliamo addentrarci nelle figure retoriche della comunicazione visiva lo possiamo fare, ma credo che finiremmo comunque per tornare sempre lì: all’analisi degli intenti.

È evidente che l’evoluzione tecnologica abbia reso lo sviluppo delle immagini digitali accessibile a un pubblico molto più ampio. È un processo che abbiamo già visto molte volte nella storia: quando una tecnica si democratizza, la competenza tecnica perde progressivamente centralità e diventa la capacità creativa a fare davvero la differenza.

Anche nella storia dell’arte il rapporto con gli strumenti è sempre stato in continua evoluzione. Ci sono stati periodi in cui i pittori preparavano da soli i pigmenti, sperimentavano leganti, cercavano nuovi materiali e nuovi procedimenti perché il colore, così come lo intendiamo oggi, non era disponibile o perché la ricerca tecnica apriva possibilità espressive inedite. Quella ricerca era parte integrante del processo creativo, ma nessuno ha mai confuso il valore dell’opera con il fatto di essersi costruiti i colori. Lo strumento ampliava il linguaggio, non lo sostituiva.

Forse la crisi creativa che molti percepiscono oggi non nasce tanto dall’eccesso di tecnologia, quanto dal fatto che strumenti sempre più automatizzati e semplificati fanno perdere quel senso di conquista che un tempo derivava dal doverli dominare. L’eroismo tecnico si è in parte attenuato, ma questo non significa che sia venuta meno la possibilità di creare immagini autentiche. Semplicemente, oggi ancora più di ieri, è l’intenzione dell’autore a fare la differenza.

avatarsenior
inviato il 17 Luglio 2026 ore 18:06    

L’analisi è chiara, Ivo, non necessita di reiterazioni compositive diverse.
Quali soluzioni o rimedi proponi?
Sai, di discussioni come questa ce ne sono un’infinità, qui sul forVm, e tutte senza sbocchi, non dico risolutivi, ma perlomeno esplicativi.
Tutti episodi descrittivi di una crisi che conosciamo, ma che non sappiamo come processare.
Si tratta di episodi infausti, in tutti i casi? Oppure si lamenta un sintomo che ancora non ha una diagnosi, ma che evidentemente non ne ha bisogno?

avatarsenior
inviato il 19 Luglio 2026 ore 8:52    

Vedi Filo, vedi Ayps, il punto è proprio questo: la mia non voleva essere un’analisi sociologica su dove sta andando il mondo o una lamentela sulla crisi del sistema. Voleva essere una domanda diretta a specchio. Voi avete spostato il discorso sull’intento dell’autore, sulla democratizzazione dello strumento, su cosa fa la "massa" o sui massimi sistemi dei forum che non portano a nulla. Ma parlare di cosa fa la massa è il modo più sicuro per non parlare mai di se stessi.

La consapevolezza non si nutre di teorie esterne, si nutre di esperienza personale. Parte da quel momento esatto in cui spegni la luce della stanza, guardi il tuo file a monitor e ti chiedi, in totale onestà: "Questo contrasto, questa transizione tonale, questa saturazione, la sto decidendo io perché so esattamente come modellarla canale per canale, o sto accettando il compromesso che l’algoritmo ha confezionato per me perché non so come spingermi oltre?"

La mia sfida non era legata all’"eroismo tecnico" del passato. Era legata al presente e al costo del progresso personale. Per me, ad esempio, studiare la separazione delle frequenze, la stabilità strutturale di un file prima dell'upscale, o la gestione chirurgica delle curve in LAB, non è un feticismo per la tecnica fine a se stessa. È l’unico modo che conosco per rendere il mezzo trasparente rispetto alla mia visione. Solo quando domini lo strumento puoi dimenticartene; se non lo domini, sei tu a essere dominato dalla sua estetica standardizzata.

Basta guardarsi intorno per vedere gli effetti di questa deriva: una proliferazione di immagini con ombre sistematicamente schiarite al limite dell'impossibile e contrasti quasi inesistenti. Si viaggia verso un'estetica piatta, una sorta di finto HDR automatico e privo di qualsiasi carattere, dove la paura del nero profondo o del bianco puro spinge a livellare tutto. Il software, impostato per "salvare" ogni dettaglio, decide al posto del fotografo, cancellando il dramma, il mistero e la tridimensionalità della luce reale in favore di una nitidezza artificiale e omologata.

Il vero limite visivo non è la mancanza di idee (l’intento di cui parlava Filo), ma l'incapacità di tradurle fisicamente sul supporto finale perché si è delegata la competenza al software per pigrizia.

Ed è qui che la discussione trova il suo sbocco concreto, Ayps. Il rimedio non è una formula magica da manuale, è un cambio di postura individuale: smettere di accumulare hardware ridondante come scudo per le proprie insicurezze artistiche e iniziare a investire lo stesso tempo e lo stesso denaro nello studio della luce e della materia digitale. Meno giocattoli, più disciplina visiva.

La consapevolezza è una conquista solitaria e passa inevitabilmente attraverso i propri fallimenti davanti al file.

Che cosa ne pensi di questo argomento?


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