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inviato il 13 Gennaio 2022 ore 19:39
Il mio percorso nella naturalistica (?) è recente, forse risalgono a settembre/ottobre del 2020 i primi scatti. Mi capita di riflettere, oggi, su come continuare il percorso. I temi sono quelli della tecnica (migliorare scatti "facili", mettermi alla prova su scatti più complessi, affinare la post produzione, ...) ma più ancora quelli che riguardano lo stimolo fotografico rispetto allo specifico soggetto da ritrarre. Perchè si arriva ad un punto in cui la ricerca della specie "in più" (la famosa "lista" da allungare) prevale sul piacere dell'incontrare il singolo soggetto fotografato, nella sua unicità (di essere vivente, di atteggiamento, di contesto, di luce, ...), per quanto comune e "già visto" possa essere? Certo ci sarà chi dice "per me non è così" (io stesso cerco di sposare questo sentire e cinciallegre, pettirossi, fringuelli rimangono specie "facili" ma non per questo ... reiette!), tuttavia col passare del tempo e maturando esperienza avverto lo stimolo della ricerca del diverso, del nuovo, anche del raro. Scorrendo i social, confrontandomi con appassionati è evidente questa ricerca da parte dei più: non sto dicendo che ciò che fanno i più sia la cosa giusta! Sto facendo una mia constatazione, eventualmente confutabile. La fotografia naturalistica è fatica, è pazienza, è dedizione ma, soprattutto, è ricompensa, è la felicità, la sorpresa dell'inatteso, la delusione del mancato scatto ma subito dopo la programmazione della nuova uscita, colma di speranza. è il dirsi "va bene lo stesso anche se non ho fatto l'incontro sperato nonostante mi sia svegliato alle 4, abbia fatto 200km e mi sia incamminato in montagna, tra i boschi con 600 metri di dislivello e magari con freddo e pioggia" è il dirselo ma in fondo percepire una delusione che per fortuna poi passa e si riparte. Per scarsa "prestanza" fisica e a volte anche per timore (zone impervie per auto, per camminare, condizioni meteo avverse, zone frequentate da malintenzionati, ...) mi trovo a scontrarmi interiormente tra quello che vorrei fare (tanto) e quello che decido di fare (poco). Può un percorso di naturalistica avere dei limiti di ricerca? Può lo stimolo essere anche altro dalla ricerca della specie più difficile, più rara, nel contesto più wild possibile? Può dirsi fotografo naturalista chi si pone dei limiti di questo tipo? Chi "addirittura" fotografa da capanno (altrui o proprio, creandosi posatoi che fanno da scenografia per la miglior foto del soggetto desiderato, perchè sennò, si sa, qualcuno commenterà che "è un brutto posatoio")? Riflessioni, niente di più. Esiste una categoria diversa dal fotografo naturalista forse? Magari si tratta di fotografia artistica di natura? |
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