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Esistevano, Gairo e Osìni, ar...


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inviato il 12 Giugno 2016 ore 19:44    


Esistevano, Gairo e Osìni, arroccati uno di fronte all'altro su due ripidi versanti contrapposti della gola scavata dal Rio Pardu, in Ogliastra, nella parte orientale della Sardegna, vicino alla cittadina di Lanusei e a circa 20 Km di strada dal mare.








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Esistevano fino all'alluvione devastante del 1951, che li costrinse a diventare dei paesi fantasma. Il loro territorio, un tempo ricchissimo di boschi di leccio conosciuti per la loro estensione e bellezza già dal 1200, aveva subito un disboscamento dissennato da parte dello Stato Italiano fin dal 1700, come peraltro gran parte del territorio sardo. Proseguito per secoli, quel disboscamento aveva reso quei versanti aridi e poveri, e pertanto inesorabilmente esposti all'erosione geologica ed agli smottamenti in caso di forti piogge. Destino crudele, quello di Gairo, secondo alcuni studiosi insito nel toponimo. Pare infatti che derivi dalle parole greche “???, 'terra' e ????, 'scorro' quindi 'terra che scorre', teoria questa che farebbe riferimento alla precaria condizione idrogeologica di quel terreno, fatto di più strati poggiati in precario equilibrio l'uno sull'altro. Questo precario equilibrio era stato mantenuto per millenni grazie ai boschi rigogliosi. Diventato arido e fragile, quel territorio venne man mano devastato dalle precipitazioni. Le piogge cominciarono a smuovere gli strati superiori, che ormai non più trattenuti dalla vegetazione iniziarono a smottare lentamente, ma inesorabilmente, a valle, scorrendo su quelli inferiori. Prima del 1951 i due paesi erano già stati gravemente danneggiati da due alluvioni: nel 1880 e nel 1927, ma entrambe le volte gli abitanti non si erano dati per vinti ed avevano ricostruito le abitazioni danneggiate, o ne avevano costruito delle nuove, vicino alle rovine di quelle antiche, circondandole di grandi muraglioni di contenimento, dimostrando in tal modo una notevole volontà di resistere alla sorte, allo sradicamento, ad un evento naturale traumatico. Ma a dare il definitivo colpo di grazia ai paesi ci pensò la tremenda alluvione dell'ottobre 1951. Dal 13 al 19 ottobre, dopo alcuni anni di grave siccità, la Sardegna orientale venne flagellata per 6 interminabili giorni da precipitazioni incessanti, violente, con punte locali di 1431 mm di pioggia caduti in sole 24 ore. Fu un diluvio di proporzioni bibliche. Frane, allagamenti, ponti crollati, comunicazioni ed elettricità interrotte, paesi isolati per giorni, smembrati o quasi totalmente distrutti, i primi soccorsi paracadutati dagli aerei rendono l'idea di quella apocalisse dimenticata. L'agonia di Gairo e Osini durò una dozzina di anni, finché nel 1963 anche gli ultimi irriducibili dovettero arrendersi all'evidenza del pericolo per la loro incolumità e abbandonarono i due paesi, trasformati da allora in tristi quanto suggestivi paesi fantasma. Osini venne riedificato circa 2 km più a monte. Gairo venne ricostruito in parte sulla costa verso il mare (Gairo Cardedu) e in parte a monte del vecchio abitato (Gairo Sant'Elena), oltre ad un terzo agglomerato, Gairo Taquisara, divenuto famoso per essere una stazione del Trenino Verde. Allo sguardo di chi percorre in auto i sinuosi tornanti della statale provenendo da Ulàssai, Osìni Vecchio potrebbe passare inosservato, e le sue case potrebbero essere scambiate solo per dei ruderi di campagna. Ma lasciando l'auto in qualche piazzola e addentrandosi a piedi tra stradine lastricate e piccole case, dove la vegetazione ha ormai da tempo preso residenza, si può ammirare una fotografia sbiadita degli anni 50 di questa bellissima zona montuosa dell'Ogliastra. Diversi edifici sono ben conservati, con tanto di porte e finestre, e alcuni probabilmente vengono usati come riparo per animali: non è raro infatti incontrare galline, capre o maiali. All'inizio del paese c'è una fonte d'acqua, con annesso un antico lavatoio ormai in disuso. E alzando lo sguardo verso il versante opposto si può ammirare in tutta la sua bellezza il contrasto tra Gairo Vecchio, in cui spiccano anche da lontano il blu ed il rosa delle antiche pareti e, appena sopra, Gairo Sant'Elena, con le nuove facciate multicolori.
Ma è soprattutto Gairo Vecchio, il paese della terra che scorre, ad essere diventato una vera attrattiva, con i suoi vicoli abbandonati, le lunghe scalinate e le case diroccate. E quando arrivano le stagioni fredde e sul borgo cala la nebbia, sembra proprio di immergersi in un paesaggio d'altri tempi, con atmosfere irreali rese ancora più intriganti ed affascinanti dalla presenza di qualche anziano contadino che continua incessantemente a coltivare l'antico orto, o da qualche pastore che non ha smesso di ricoverare i propri animali in qualche vecchio edificio adattato a stalla. In parte costeggiato e attraversato dai tornanti della statale, Gairo Vecchio invita coloro che vogliono qualcosa di diverso dalla solita routine fatta di sole e mare delle spiagge della costa orientale ad addentrarsi a piedi tra i vicoli, tra le scalinate e gli edifici diroccati con le caratteristiche pareti rosa e blu, a soffermarsi davanti alle porte, alcune ancora intatte, a provare a bussare, per avere come risposta il silenzio.Esistevano fino all'alluvione devastante del 1951, che li costrinse a diventare dei paesi fantasma. Il loro territorio, un tempo ricchissimo di boschi di leccio conosciuti per la loro estensione e bellezza già dal 1200, aveva subito un disboscamento dissennato da parte dello Stato Italiano fin dal 1700, come peraltro gran parte del territorio sardo. Proseguito per secoli, quel disboscamento aveva reso quei versanti aridi e poveri, e pertanto inesorabilmente esposti all'erosione geologica ed agli smottamenti in caso di forti piogge. Destino crudele, quello di Gairo, secondo alcuni studiosi insito nel toponimo. Pare infatti che derivi dalle parole greche “???, 'terra' e ????, 'scorro' quindi 'terra che scorre', teoria questa che farebbe riferimento alla precaria condizione idrogeologica di quel terreno, fatto di più strati poggiati in precario equilibrio l'uno sull'altro. Questo precario equilibrio era stato mantenuto per millenni grazie ai boschi rigogliosi. Diventato arido e fragile, quel territorio venne man mano devastato dalle precipitazioni. Le piogge cominciarono a smuovere gli strati superiori, che ormai non più trattenuti dalla vegetazione iniziarono a smottare lentamente, ma inesorabilmente, a valle, scorrendo su quelli inferiori. Prima del 1951 i due paesi erano già stati gravemente danneggiati da due alluvioni: nel 1880 e nel 1927, ma entrambe le volte gli abitanti non si erano dati per vinti ed avevano ricostruito le abitazioni danneggiate, o ne avevano costruito delle nuove, vicino alle rovine di quelle antiche, circondandole di grandi muraglioni di contenimento, dimostrando in tal modo una notevole volontà di resistere alla sorte, allo sradicamento, ad un evento naturale traumatico. Ma a dare il definitivo colpo di grazia ai paesi ci pensò la tremenda alluvione dell'ottobre 1951. Dal 13 al 19 ottobre, dopo alcuni anni di grave siccità, la Sardegna orientale venne flagellata per 6 interminabili giorni da precipitazioni incessanti, violente, con punte locali di 1431 mm di pioggia caduti in sole 24 ore. Fu un diluvio di proporzioni bibliche. Frane, allagamenti, ponti crollati, comunicazioni ed elettricità interrotte, paesi isolati per giorni, smembrati o quasi totalmente distrutti, i primi soccorsi paracadutati dagli aerei rendono l'idea di quella apocalisse dimenticata. L'agonia di Gairo e Osini durò una dozzina di anni, finché nel 1963 anche gli ultimi irriducibili dovettero arrendersi all'evidenza del pericolo per la loro incolumità e abbandonarono i due paesi, trasformati da allora in tristi quanto suggestivi paesi fantasma. Osini venne riedificato circa 2 km più a monte. Gairo venne ricostruito in parte sulla costa verso il mare (Gairo Cardedu) e in parte a monte del vecchio abitato (Gairo Sant'Elena), oltre ad un terzo agglomerato, Gairo Taquisara, divenuto famoso per essere una stazione del Trenino Verde. Allo sguardo di chi percorre in auto i sinuosi tornanti della statale provenendo da Ulàssai, Osìni Vecchio potrebbe passare inosservato, e le sue case potrebbero essere scambiate solo per dei ruderi di campagna. Ma lasciando l'auto in qualche piazzola e addentrandosi a piedi tra stradine lastricate e piccole case, dove la vegetazione ha ormai da tempo preso residenza, si può ammirare una fotografia sbiadita degli anni 50 di questa bellissima zona montuosa dell'Ogliastra. Diversi edifici sono ben conservati, con tanto di porte e finestre, e alcuni probabilmente vengono usati come riparo per animali: non è raro infatti incontrare galline, capre o maiali. All'inizio del paese c'è una fonte d'acqua, con annesso un antico lavatoio ormai in disuso. E alzando lo sguardo verso il versante opposto si può ammirare in tutta la sua bellezza il contrasto tra Gairo Vecchio, in cui spiccano anche da lontano il blu ed il rosa delle antiche pareti e, appena sopra, Gairo Sant'Elena, con le nuove facciate multicolori.
Ma è soprattutto Gairo Vecchio, il paese della terra che scorre, ad essere diventato una vera attrattiva, con i suoi vicoli abbandonati, le lunghe scalinate e le case diroccate. E quando arrivano le stagioni fredde e sul borgo cala la nebbia, sembra proprio di immergersi in un paesaggio d'altri tempi, con atmosfere irreali rese ancora più intriganti ed affascinanti dalla presenza di qualche anziano contadino che continua incessantemente a coltivare l'antico orto, o da qualche pastore che non ha smesso di ricoverare i propri animali in qualche vecchio edificio adattato a stalla. In parte costeggiato e attraversato dai tornanti della statale, Gairo Vecchio invita coloro che vogliono qualcosa di diverso dalla solita routine fatta di sole e mare delle spiagge della costa orientale ad addentrarsi a piedi tra i vicoli, tra le scalinate e gli edifici diroccati con le caratteristiche pareti rosa e blu, a soffermarsi davanti alle porte, alcune ancora intatte, a provare a bussare, per avere come risposta il silenzio.

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