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inviato il 20 Maggio 2015 ore 16:25
Ho trovato questo articolo del foto-giornalista Luca Sciortino che mi piace condividere con voi (se non lo avete già letto...) La mia prima volta è stata sulla strada che porta da Vancouver a Whistler,un tortuoso nastro nero che segue i contorni frastagliati dei fiordi canadesi della Britisch Columbia e poi si srotola lungo la valle del fiume Fraser, fino a infrangersi nella maestosa barriera delle Rocky Mountains. Fino a quel momento le "bald eagles", come i nordamericani chiamano le Aquile più grandi al mondo, le avevo soltanto immaginate. Kevin Pepper, uno dei foto-giornalisti canadesi che mi accompagnavano nel mio reportage, mi indicò il cielo. Erano due,altissime, ad una quota inarrivabile per qualunque altro uccello. Nella fioca luce dell'alba, le loro sagome tracciavano traiettorie ondulate: andavano giù a corpo morto a prendere il vento e risalivano con pochi battiti d'ali, spinte dalle correnti. "Cosa fanno?" chiesi. "Giocano" fu la risposta di Kevin. Ogni mattina si lasciano trasportare dal vento incuranti del resto,per il solo gusto del gioco, esolo più tardi, scendono sulla terra per catturare le loro prede. Una lezione di vita. Fotografare le BALD EAGLES è un po' come andare a caccia. Il verbo è lo stess, "to shoot", sparare o fotografare, ma il cacciatore lo fa con il fucile, il foto-giornalista con una buona macchina fotografica e una lente di almeno 500mm. di focale. Bisogna appostarsi, nascondersi, aspettare...e, soprattutto, indovinare le zone dove proprio in quel giorno andranno a cacciare il salmone. Una buona dose di fortuna è necessaria, ma poi ci sono i trucchi che tutti i fotografi di reportage canadesi conoscono. Uno di loro, Len Silvester, mio compagno di viaggio,quando cercavamo di avvicinarci ad un'aquila, anche da enorme distanza, mi ripeteva di non guardarla negli occhi. " Sono uccelli capaci di vedere le nostre pupille da parecchie centinaia di metri e il loro occhio ha un angolo di visione di 300 gradi. Se sentono di avere lo sguardo addosso scappano". La prima volta che sono riuscito ad avvicinarmi ad un'aquila abbastanza per ottenere una foto sufficientemente a fuoco è stata in una zona chiamata Harrison Hot Spings,poche centinaia di miglia a sud delle Rocky Mountains. in quella parte della British Columbia i fiumi Harrison e Fr4aser si confondono e s'inseguono l'un l'altro formando paesaggi di una bellezza mozzafiato. Le loro acque siestendono basse e limpide per centinaia di metri così da diventare un favorevole territorio di caccia pewr i rapaci: i salmoni vi vanno a morire dopo aver depositato le uova sul fondale: Le aquile li catturano ancora moribondi e li divorano sulla riva, difendendosi apiù riprese dagli attacchi di altri individui della loro specie. sono fra le scene più belle da fotografare. Avevamo raggiunto le rive del fiume Fraser alle sette del mattino. Le aquile arrivano sempre almeno un'ora dopo per nutirsi. Qui comincia la parte più inspirata e coinvolgente del racconto con un parallelismo uomo-aquila-mezzo tecnico,secondo me, molto azzeccato nel momento descritto! Quel lasso di tempo è tra i più entusiasmanti della giornata: la poca luce mette le aquile nelle condizioni peggiori per vedere e i fotografi nelle condizioni peggiori per fotografare. Le prime hanno pochi recettori per la visione notturna nelle loro retine; i secondi hanno difficoltà a mettere a fuoco con le loro macchine fotografiche a grandi distanze. E' UNA LOTTA AD ARMI PARI. Riuscimmo ad avvicinarci abbstanza alla riva e a restare immobili sdraiati nell'erba sotto la pioggia battente senza essere visti da un'aquila che sopraggiunse poco dopo. Quelle furono le mie prime foto decenti di uno di questi rapaci mentre divorava un salmone di mezzo metro di lunghezza. Catturare un'aquila in volo è un'altra cosa. Chiunque parta per un reportage sulle "bald eagles" non ha mai la certezza di riuscire a fare una buona foto di un'aquila mentre sta volando. "Bisogna ascoltare i segni della natura" dicevano i fotografi canadesi. L'occasione è arrivata alla foce del fiume Fraser, una sorta di santuario degli uccelli che si affaccia sull'oceano. Eravamo a circa 300 metri da uno stormo di migliai di oche canadesi selvatiche. Migravano verso il Messico e sostavano sulla riva alcune ore per riposarsi. D'improvviso si udì uno stramazzare acuto e prolungato seguito da un fuggi fuggi generale che letteralmente oscurò il sole. Ci tenemmo pronti. L'aquila sopraggiunse una ventina di secondi dopo passando proprio sopra le nostre teste. Vederla dal basso con i suoi tre metri di ali spiegate è un'emozione che non si dimentica. Soprattutto da quelle parti, dove i maestosi profili innevati delle montagne rocciose fanno da sfondo all'oceano in tempesta. Un saluto a tutti, Andrea |
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