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Le considerazioni di Zizola sull'affaire Troilo / World Press Photo : Se il fotogiornalismo perde la sua credibilita


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avatarsenior
inviato il 13 Marzo 2015 ore 11:34    

Ciao, presumendo che tutti sappiano chi è Francesco Zizola, vi linko l'articolo uscito ieri su Internazionale a proposito di Troilo / World Press Photo

www.internazionale.it/opinione/francesco-zizola-2/2015/03/12/world-pre


---------------------------
Per chi dovesse invece approfondire anche chi è Zizola e quanto sia autorevole o meno nel commentare un fatto del genere, consiglio:

noorimages.com/photographer/zizola/

E di sentirlo parlare...

"Il mondo attraverso un obiettivo"

Prima parte


Seconda parte


avatarsenior
inviato il 13 Marzo 2015 ore 13:00    

Come possiamo infatti affermare che la fotografia abbia una relazione con il reale se non dichiarando che essa è un prelievo del reale effettuato da un fotografo che sottoscrive "un patto di onestà" con coloro che vedranno la sua fotografia?

user39791
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inviato il 13 Marzo 2015 ore 13:08    

La fotografia intesa come linguaggio è morta a metà degli anni 80 quando si è persa la fede assoluta nell'immagine fotografica. Il digitale gli ha tolto anche il collegamento inequivocabile tra la realtà e la rappresentazione della realtà, il negativo fotografico. E' morta per per rinascere con nuove spoglie, ovviamente.

avatarsenior
inviato il 13 Marzo 2015 ore 16:26    

Condivido ma solo in parte. E' vero che non c'è più confine tra realtà e fantasia, il digitale lo amo e lo odio, però l'immediatezza è impagabile e la praticità pure!
Siamo noi a fare fotografia, quindi dipende solo da noi cosa e come farlo!
Il mondo gira e io non voglio scendere, almeno per ora!

avatarsenior
inviato il 13 Marzo 2015 ore 17:01    

La fotografia intesa come linguaggio è morta a metà degli anni 80 quando si è persa la fede assoluta nell'immagine fotografica.

Su questo non sono d'accordo, ma non per la fotografia in sé, quanto per il fatto che ogni linguaggio può essere usato per mentire, lo sappiamo da millenni, quindi non può esistere una fede assoluta in un unica forma di comunicazione (tanto più che già Talbot ne dubitava, per quanto riguarda proprio la fotografia, e non era ancora il 1850).
Quello che invece emerge tra le righe del discorso di Zizola è il fatto che ci sia la tendenza a separare didascalie e immagini come se ognuna facesse caso a sé. Giustamente Zizola sottolinea il fatto che il documento è completo quando è formato da un insieme di testimonianze, immagini comprese. Perciò non sono ammissibili "leggerezze" nemmeno sulle didascalie a corredo, anche perché in quel contesto costituiscono pur sempre un elemento "giornalistico".

avatarsenior
inviato il 13 Marzo 2015 ore 17:07    

@Carlo non colgo dove si faccia riferimento al tipo di strumento. Le considerazioni nell'articolo di Internazionale prescindono da analogico o digitale! O ho capito male il tuo intervento?

@Daniele In effetti l'affermazione è un pò forte, e andrebbe approfondita con Zizola. Prova a chiederglielo, mi sa di uno che risponderebbe ad una mail simile.

user39791
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inviato il 13 Marzo 2015 ore 17:12    

Talbot ne poteva dubitare nel 1850 ma la fede "popolare" assoluta nella fotografia è morta a metà degli anni 80. La perdita di questa condizione ha determinato la perdita dell'elemento che la ergeva a linguaggio popolare.

user46920
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inviato il 13 Marzo 2015 ore 18:01    

Sembra che nell'articolo non manchi la sostanza di quello che ritengo sia sempre stata una funzione naturale della fotografia: documentare.
Che poi nel fotogiornalismo il discorso deve essere ampliato sia alla credibilità del fotografo che produce, sia al media che espone, fa parte del pacchetto documentaristico.

Argomento interessante, la credibilità del fotogiornalismo in questo momento di foto-fiction alla quarta ;-)

avatarsenior
inviato il 13 Marzo 2015 ore 19:17    

Sicuramente uno scritto interessante per molti versi. Tuttavia, fuor dalle specificità proprie di determinate situazioni e contesti, personalmente non posso che concordare appieno con l'affermazione, riportata nel blog, di Caujolle:

" In effetti tutto si basa su un'idea sbagliata del fotogiornalismo, considerato un modello di ?verità'. A costo di ripeterci, dobbiamo ricordare che, se da un punto di vista deontologico per un giornalista è vietato mentire, la fotografia è incapace di qualunque verità oggettiva. È tutta una questione di scelta di inquadrature, di estetica, di costruzione di briciole di realtà scomposte, ricomposte e messe insieme ."

L'idea di documento, ancora qui espressa, la capisco. Quella di documento idoneo a formarsi un'idea compiuta su un accadimento, a rappresentare verità, è tutt'altra, e assai difficilmente applicabile a una fotografia...


user46920
avatar
inviato il 13 Marzo 2015 ore 20:17    

A me pare una incongruenza di Coujolle, segnalare l'incapacità del mezzo, descrivendo l'azione del fotografo:
È tutta una questione di scelta di inquadrature, di estetica, di costruzione di briciole di realtà scomposte, ricomposte e messe insieme
... come se una fotocamera fosse capace di decidere cosa riprendere e come presentarla ...

In effetti l'avevo notato anch'io, che Zizola concordava con quelle parole, ma poi il concetto uscito fosse ben più chiaro riguardo la potenza del mezzo.

Preferisco la versione di Zizola come sostanza.

avatarsenior
inviato il 13 Marzo 2015 ore 20:25    

Occhiodelcigno, credo voglia dire semplicemente che ogni fotografo, piaccia o meno, sceglierà un'inquadratura e non un'altra, cosa inquadrare e cosa lasciar fuori, quale momento/espressione fermare. E questo costituirà quindi un pezzo solo, inevitabilmente parziale e per questo erroneo, di ogni possibile (virgoletto) "realtà". Nulla più direi. Ma basta e avanza ;)

Prendi proprio una foto presente nell'articolo (quella del carcere iracheno) e pensa se si fosse inquadrato solo il sorriso dei militi americani: era vero, verissimo. Realtà. Ma la storia successiva sarebbe stata un tantino diversa, no?!? ;-)


avatarsenior
inviato il 13 Marzo 2015 ore 21:59    

Talbot ne poteva dubitare nel 1850 ma la fede "popolare" assoluta nella fotografia è morta a metà degli anni 80. La perdita di questa condizione ha determinato la perdita dell'elemento che la ergeva a linguaggio popolare.

Questo però significa che tutti quelli che fino a quel momento hanno presentato la fotografia al grande pubblico gli hanno sempre mentito rispetto a quello che la fotografia poteva fare; una fede basata sulla menzogna, forse è un bene che sparisca. Comunque non mi pare che la fotografia abbia perso la condizione di linguaggio popolare, anzi, direi che il linguaggio fotografico non è mai stato tanto utilizzato come oggi; semmai c'è da chiedersi se la gente di oggi sia in grado di fare discorsi personali e originali, ma questo indipendentemente dalla tipologia di linguaggio adottata.

user39791
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inviato il 13 Marzo 2015 ore 22:05    

Ho scritto che è morta per rinascere. Il fotografo ora opera dentro ad una società che vive della sua riproduzione, quindi da fotografia come documento a fotografia come esistenza.

avatarsenior
inviato il 13 Marzo 2015 ore 22:49    

Io credo che le scorciatoie, come quella che ha cercato di fare Troilo, non portano da nessuna parte, e bene ha fatto Zizola a precisare questo aspetto ; per quanto riguarda la decisione della giuria del Word press photo di ritirare il premio, anche se ritengo la decisione corretta, credo che in questo caso non abbiano fatto una gran figura: prima di dare un premio cosi prestigioso ben potevano fare le verifiche del caso, invece questo modo di operare mette un po in ombra il prestigio stesso del concorso.

avatarsenior
inviato il 13 Marzo 2015 ore 22:59    

A me pare una incongruenza di Coujolle, segnalare l'incapacità del mezzo, descrivendo l'azione del fotografo

Uno strumento è sempre incapace; la macchina fotografica non scatta senza un comando e non decide da sola l'inquadratura, quindi alla fine è sempre l'uomo che sta dietro al mirino l'artefice di tutto. La "potenza del mezzo" è molto più una nostra autosuggestione che non una realtà; è la speranza che la tecnologia ci liberi dalla responsabilità delle nostre scelte, mentre invece dovremmo ammettere che quel mezzo è potente solamente nelle mani di chi lo sa far fruttare.
Se decido di descrivere ciò che ho di fronte, la macchina documenterà; se decido di non scattare quella foto, la macchina, da sola, non documenterà nulla; se decido di raccontare una mia fantasia, la macchina racconterà una fantasia mia, non sua; mentre se decido di mentire, la macchina mentirà. La vera potenza del mezzo fotografico è quella di fare apparire reale tutto ciò che "vogliamo che appaia" come tale; cosa che rimane negata alla pittura!
Quando, una volta rientrati a casa a rivedere le foto della giornata, ci accorgiamo di uno scatto migliore rispetto a quello che ci sembrava perfetto al momento dell'esecuzione, diciamo che "la macchina ha visto meglio di noi"; beh, diciamo un emerito controsenso, unicamente per non confessare che qualche scatto lo abbiamo effettuato a casaccio o senza darci la pena di studiarlo. Per non ammettere che non sempre siamo perfettamente consci delle nostre scelte, siamo disposti ad affibbiarne la colpa/merito alla macchina; ma anche in quel caso la macchina ha solo eseguito un ordine e lo ha eseguito esattamente come glielo abbiamo detto noi.
Quella frase:
la fotografia è incapace di qualunque verità oggettiva

è verissima perché è sempre frutto delle decisioni del fotografo, non del mezzo, e il fotografo non sarà mai completamente oggettivo!
Che poi tutto nasce dall'equivoco di considerare la fotografia un "mezzo", qualcosa cioè che farebbe da tramite "diretto" tra una presunta realtà e l'osservatore, mentre invece è il "risultato di un'azione" più o meno cosciente da parte del fotografo; è questo equivoco che porta a confondere le caratteristiche dell'apparecchio fotografico con quelle dell'immagine, rafforzando l'illusione che in questo modo costituiscano un'entità autonoma, completa e in qualche modo autocosciente; ma il risultato dell'utilizzo di uno strumento è sempre il frutto di due cose: le scelte operate dall'utilizzatore e la sua abilità nell'usare quello strumento, nient'altro.
L'onestà è un obbligo del fotografo, non una caratteristica naturale della fotografia; il risultato di uno strumento e di procedimenti inventati dall'uomo non può avere caratteristiche naturali perché, per definizione, le invenzioni non esistono in natura.

Che cosa ne pensi di questo argomento?


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