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inviato il 12 Settembre 2017 ore 15:05
Forse bisogna contestualizzare le parole. La Munari , come dire, si è appropriata di un articolo che l'autore ha scritto per l' Huffington Post e lui ha pubblicato questo sul suo sito Facebook. Che era una provocazione l'ha scritto MAIUSCOLO. Sulla definizione di street ho l'impressione leggendo i commenti che non si sia capito il suo pensiero. Sul perculare chi vuole fare street con il supertele sono di nuovo d'accordo : "con lenti al massimo 50mm che mi consentano di avvicinarmi e interagire con il soggetto" Interagire è la parola chiave. Altrimenti è guardonaggio... |
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inviato il 12 Settembre 2017 ore 15:10
certamente no, ma non cambia i termini della discussione sull'approccio al genere street |
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inviato il 12 Settembre 2017 ore 15:16
che poi a me termine guardonaggio non mi dispiace, credo che fotografare in strada un po' sia anche quello, osservare la massa che si muove, cosa fa, che comportamenti tiene quindi anche se li voleva essere un dispregiativo credo che un po di voyerismo ci sia e a volte ci stia pure comunque è chiaro che buon settimio ha fatto scuola |
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inviato il 12 Settembre 2017 ore 16:41
“ Il termine "street photography" esiste e rimanda a un'idea, che la cosa ci piaccia o no! „ Totalmente d'accordo con Federico, Labirint e la Munari. E aggiungo... quando un genere è relativamente recente e nasce spontaneamente da un gruppo di persone che la praticano... è normale che i paletti non siano una definizione univoca ma un tentativo di definire un minimo comune multiplo dei lavori di quei fotografi pur tra loro differenti. Genere che peraltro si rinnova con i ricambi generazionali. Anche in musica, per dire, ci sono "sottoinsiemi" più circoscritti come "concerto grosso", "a cappella", "mazurka" e altri ascrivibili a "movimenti" più che a stili definiti e a regole compositive: "new wave", "post rock", "indie" (da etichetta indipendente) ecc... |
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inviato il 13 Settembre 2017 ore 0:00
“ un tentativo di definire un minimo comune multiplo dei lavori di quei fotografi pur tra loro differenti „ E quale sarebbe il minimo comune multiplo? Io ancora non lo ho trovato |
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inviato il 13 Settembre 2017 ore 8:30
A me sembra che lo spieghi bene la Munari. Non trovi? Comunque te lo puoi "estrarre" da solo osservando gli autori appartenenti al genere (non le foto qui dentro) e ragionandoci sopra. A prescindere dal contenuto ci sono poi alcune modalità "espressive" tipiche della street anche se poi possono essere applicate ovunque. Come ad esempio le giustapposizioni e le contrapposizioni. Come dice Federico, anche se il termine "non avesse senso" rimanda comunque a un'idea comune e tanto basta. Che questa idea possa essere un po' modulabile è indubbio (es. Bresson fa Street? per alcuni no). Ma la differenza fra un reportage di Salgado e una foto di Parr credo che sia evidente a tutti... E non a caso dico "una foto" visto che, altra caratteristica, di solito (sempre?) una Street è "autoconclusiva"... Poi, e lo dico senza nessuna polemica, non è detto che la "Street" corrisponda a una tua idea di possibile incasellamento. Ma possono esserci dubbi di definizione anche su altri generi. Ritratto... la foto di un cane può essere considerata tale? Nudo artistico... il paginone di Playboy è "artistico"? Paesaggio, una foto di Ghirri lo è? |
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inviato il 13 Settembre 2017 ore 9:14
Un'ottima risposta che comunque non risponde, ancora non mi dici quale sarebbe, lo chiedo con sana curiosità e non con polemica, il minimo comune multiplo della street. |
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inviato il 13 Settembre 2017 ore 10:27
E io non è che non ti voglia rispondere ho un po' di idee in testa ma non so metterle giù bene come la Munari (riporto il link precedente). saramunari.blog/2017/09/08/la-street-photography-non-esiste-ma-fatemi- Inoltre ho un po' ho di idee "personali" mutuate dalla "vecchia scuola" in cui le contrapposizioni erano meno usate come cartine tornasole del genere. Ma negli anni 70 della Grande Mela, visto il minore bombardamento mediatico, "vai in strada e fotografa quello che succede" poteva già essere una buona approssimazione. Infatti il termine "Street" nasce, credo, proprio da questo... By the way se proprio dovessi dirti a bruciapelo un denominatore comune direi "l'autoconclusività". Il carattere di "mini racconto". In un reportage ci può essere l'immagine icona, come un autore di Street può fare un portfolio. Ma nel primo caso ci saranno comunque immagini che per raccontare vengono legate ad altre. Nel secondo... ci sarà un lavoro coerente dell'autore ma ogni scatto dovrà stare in piedi da solo, o meglio altri scatti non aggiungeranno elementi "diretti" (se non quelli appunto indiretti della visione, es Bresson "attimo decisivo" ecc.) all'interpretazione della foto singola. Non so se l'ho detto bene ma credo di essermi più o meno spiegato... |
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inviato il 13 Settembre 2017 ore 10:54
Mi piace la tua interpretazione, ma, purtroppo, non fa che aggiungersi ad altre decisamente molto differenti. Io credo che in fondo la fotografia street sia solo un nome, una moda a cui, data la scarsità di idee nel mondo dell'arte in genere, e quindi anche nella fotografia, ci si rivolge per avere un "tema" un riferimento a cui rapportarsi. Personalmente non faccio street, anche se per alcuni è street pura, ma preferisco utilizzare la terminologia di fotografia sociale, ossia, detto davvero in due parole, l'interazione di persone e ambienti. Mi sento molto più libero, o meno costretto, in questo contenitore |
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inviato il 13 Settembre 2017 ore 11:21
Comprendo il tuo pensiero. Ma tieni presente che: Il genere è nato spontaneamente e ha avuto i suoi capiscuola che hanno segnato il tracciato su cui proseguire. E dove per dare un nome al nuovo "genere" qualcuno si è inventato un nome per dare un nome al fenomeno. Ovvero adesso è una moda ma la nascita ha poco o niente a che vedere con quello che dici. Poi comunque l'importante moda o no è dividere le foto buone da quelle da cestinare... Inoltre ai tempi la fotografia non era quasi considerata arte. Anzi, non vorrei dire fregnacce, ma è stato il direttore del MOMA dell'epoca a sdoganarla come arte esponendo, guarda caso, anche i fotografi "Street" (Friedlander, Winogrand tra gli altri). Per la serie è nato prima l'uovo o la gallina? Inoltre la Street (come qualsiasi etichetta) deve essere preso come una catalogazione utile ai fruitori per ricerche, ai critici per analisi "collettive" e agli autori per "presentarsi" nella biografia. Poi ogni autore (a meno di non avere "paletti commerciali") è libero di fare quello che vuole. Un Bresson, un Klein, un Friedlander... Sono autori diversissimi fra loro. Klein per dire era praticamente l'antitesi di Bresson e se ne impippava beatamente di non interagire con la scena... |
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inviato il 13 Settembre 2017 ore 12:37
“ Poi comunque l'importante moda o no è dividere le foto buone da quelle da cestinare... „ Questa è forse una delle frasi più sagge inerenti al fotografia, la condivido in pieno. “ Inoltre ai tempi la fotografia non era quasi considerata arte. Anzi, non vorrei dire fregnacce, ma è stato il direttore del MOMA dell'epoca a sdoganarla come arte esponendo, guarda caso, anche i fotografi "Street" (Friedlander, Winogrand tra gli altri). Per la serie è nato prima l'uovo o la gallina? MrGreen „ Diciamo che il dibattito se la fotografia sia arte o meno nasce con la fotografia, ricordo la condanna di Boudelaire: "...Bisogna dunque che essa (la fotografia n.d.r.) ritorni al suo vero compito, che è d'essere la serva delle scienze e delle arti, ma la più umile serva, come la stampa e la stenografia, che non hanno né creato né sostituito la letteratura. Che arricchisca essa rapidamente l'album del viaggiatore e restituisca ai suoi occhi la precisione che potrebbe mancare alla sua memoria, che essa abbellisca la biblioteca del naturalista, ingrandisca gli animali microscopici, rafforzi con qualche informazione le ipotesi dell'astronomo; che essa sia infine il segretario e il taccuino di chiunque ha necessità nella sua professione d'una assoluta esattezza materiale, fin qui nulla di meglio. Che salvi dall'oblio le rovine cadenti, i libri, le stampe e i manoscritti che il tempo divora, le cose preziose di cui va sparendo la forma e che chiedono un posto negli archivi della nostra memoria: essa sarà ringraziata e applaudita. Ma se le si permette di invadere il dominio dell'impalpabile e dell'immaginario, soprattutto ciò che vale perché l'uomo vi ha aggiunto qualcosa della sua anima, allora sventurati noi!..." ovviamente il dibattito era molto acceso in entrambi i sensi. |
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inviato il 13 Settembre 2017 ore 14:24
“ Questa è forse una delle frasi più sagge inerenti al fotografia, la condivido in pieno. „ Un minimo di "catalogazione" in realtà serve anche a questo (nel giudicare la foto). Poi la contestualizzazione è certamente più complicata dell'appiccicarci un'etichetta... Interessante quello che dice Boudelaire. Anche se un po' ne è passata di acqua sotto i ponti. Appena ho tempo approfondisco. Le mostre che ti dicevo del MOMA credo fossero le prime "personali" di fotografi in America (e nel mondo?) in uno spazio espositivo "artistico" ed importante. Il nome chiave è il direttore del MOMA John Szarkowski (devo fare sempre il copia incolla per scriverlo ) In pratica: “ When Szarkowski took over at Moma, there was not a single commercial gallery exhibiting photography in New York and, despite Steichen and Newhall's pioneering work, the form had still not been accepted by most curators or critics. Szarkowski changed all that „ “ he curated a show called New Documents at Moma. It featured the work of three relatively unknown photographers: Diane Arbus, Lee Friedlander and Garry Winogrand , and was, in its visceral way, as out of step with the times as the urban, edgy, atonal music of the Velvet Underground. It caused a stir. „ da www.theguardian.com/artanddesign/2010/jul/20/john-szarkowski-photograp Questo per quanto riguarda la Street (contribuì fortemente al "successo" di Eggleston). Quanto meno quella più "verace" Americana (meno umanista di Doisneau meno alla ricerca di estetiche perfetta alla Bresson). |
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