user39791
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inviato il 30 Marzo 2017 ore 9:45
smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it/2017/03/29/attentato-westm ....... L'intera opera di grandi fotografi "dura" un paio di minuti. Eppure li consideriamo narratori di un'epoca, "occhi del secolo". Di cui però hanno "visto" fotograficamente meno del tempo di un trailer cinematografico. ....... Prendo spunto da questo articolo di Smargiassi per chiedere il vostro parere su questo interessante argomento. |
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inviato il 30 Marzo 2017 ore 12:31
Ottima riflessione Credo che quanto "visto" e fotografato in un certo istante non sia da mettere alla gogna per il proprio significato intrinseco, e in situazioni come questa non fa testo per esprimere un giudizio perchè magari appunto la foto un attimo prima vede la donna in stato di dolore o preoccupazione. Mi fa molta più paura invece il modo in cui viene volutamente manipolata la realtà scegliendo solo alcune foto piuttosto che altre, il modo in cui si susseguono, ecc, possono radicalmente stravolgere tutto. E spesso e volentieri ci si casca a piedi pari |
user39791
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inviato il 30 Marzo 2017 ore 12:43
Aveva forse un po' ragione lo scultore Rodin a dire che la fotografia analizza il movimento congelandolo in pose scientificamente esatte ma irreali, mentre gli artisti lo interpretano sinteticamente, restituendogli la vita della durata. Quasi cent'anni dopo, abbiamo metabolizzato quello scarto. Non lo vediamo più. Il tempo della realtà e il tempo dell'immagine si sovrappongono e si identificano. Il gesto congelato in una fotografia è un vero gesto, anche se nella realtà, dove esiste un prima e un dopo, nessuno l'avrebbe visto così. Riflettiamo sull'effetto devastante di questo ribaltamento tra realtà e immagine, paradossale nell'era delle manipolazioni digitali, eppure così potente, come questo caso dimostra. Significa che non ci basta più, quando usciamo di casa, indossare una maschera sociale accettabile. Questa maschera ora deve essere fotografabile. Deve poter resistere anche al bisturi che la taglia a fettine di una frazione di secondo. Dobbiamo controllare l'emissione delle nostre espressioni senza concederci il minimo spiraglio. Dobbiamo produrre espressioni che "funzionino" nella durata dello scatto fotografico, e questo, come sanno bene gli attori e le modelle, è possibile solo al prezzo della massima innaturalità. Per non correre il rischio di apparire quello che non siamo, dobbiamo diventarlo. Condannati ormai a passare dalla prossemica fluida della vita quotidiana (gesti, mimica, espressioni facciali) alla rigida prossemica fotografica, ci stiamo trasformando in fotografie ambulanti. Questo stralcio dell'articolo mi fa molto riflettere. |
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