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inviato il 03 Dicembre 2016 ore 11:50
Il libero mercato che si autoregola è un'utopia; ne è la dimostrazione il modo in cui si sono fatti strada, a livello mondiale, i grandi colossi americani (e ora quelli cinesi): sempre e comunque grazie alla spinta del proprio Stato che si faceva forte, spesso proprio con la "forza fisica", imponendo le proprie regole; regole che i singoli imprenditori non sarebbero riusciti ad imporre. E non è che in Europa le cose vadano diversamente: basta osservare la guerra per mantenere o abbattere i riconoscimenti di origine dei prodotti tipici (guerra particolarmente sentita dai produttori italiani), in cui gli evidenti interessi delle diverse categorie economiche vengono sempre e comunque difesi a livello politico, e non semplicemente con azioni di mercato. Negli Stati Uniti, ma anche in Germania, Svezia, Norvegia ecc. è giuridicamente tollerato (quando non sia perfettamente legale) vendere prodotti con indicazioni di provenienza fasulle, o addirittura taroccati in tutto e per tutto come le polverine per autoprodursi il vino "chianti" e regolarmente commercializzate nei supermercati del Nordeuropa. Solamente i rapporti di forze tra Stati nazionali regolano queste cose, e siccome l'Italia non se la fila nessuno, non solo ci tocca lasciar vendere il "chianti" in polvere, ma siamo stati obbligati, in casa nostra, a cambiare nome al Tocai friulano perché, nonostante il vitigno fosse quello importato dall'Ungheria, il Governo ungherese ci ha imposto la cosa, punto e basta! Però mi piacerebbe vedere cosa accadrebbe, in Norvegia, se qualcuno iniziasse a vendere nei supermercati qualche prodotto cinese, ma con nomi e indicazioni che richiamano quelli tipici norvegesi (stessa cosa negli Stati Uniti); alla faccia del libero mercato. Dubito che Steve Jobs avrebbe fatto la stessa affermazione se non fosse nato in America, con alle spalle un sistema statale che privilegia tutto ciò che è americano, tanto in casa propria quanto in casa degli altri. |
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inviato il 03 Dicembre 2016 ore 12:00
si e aggiungerei.. che se le industrie dovessero costruirsi senza l'aiuto dello stato l'infrastruttura da zero.. oggi NON esisterebbe industria. Prendiamo ad esempio... la Fabbrica italiana per eccellenza.. la Fiat. La Fiat ( e le altre automotive) hanno conosciuto lo sviluppo che vediamo GRAZIE AD UNO STATO che ha costruito strade e autostrade sulle spalle dei cittadini (che ovviamente ne hanno ricevuto vantaggio). I famosi frecciarossa PRIVATI oggi non esisterebbero se uno stato non avesse costruito ferrovie e collegato anche i paesini a redditivita' negativa. Idem telefono ..acquedotti etc... Il libero mercato e' un utopia che puo sopravvivere solo dove c'e' un VERO stato che applica POLITICHE di sviluppo e regolamentazione. |
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inviato il 03 Dicembre 2016 ore 12:10
Adesso sono in giro da clienti non riesco a rispondere in maniera articolata. Lo stato deve garantire la sanità, le infrastrutture e tutti gli altri settori strategici, attraverso servizi gestiti da privati. Lo stato è inefficiente nella messa in pratica. Lo stato deve fungere da catalizzatore e ideatore delle strutture, a volte anche finanziarle. Lo stato fallisce nella gestione quotidiana. |
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inviato il 03 Dicembre 2016 ore 12:15
Il tuo...a me sembra lo slogan perfetto per "saccheggiatori dello stato". Non esiste nessun motivo perché uno stato debba essere piu' "inefficiente" di una gestione privata. Se ci pensi bene e' IMPOSSIBILE che una gestione privata di un servizio pubblico possa essere più efficiente di uno stato. E' una contraddizione in termini... |
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inviato il 03 Dicembre 2016 ore 16:01
“ Non esiste nessun motivo perché uno stato debba essere piu' "inefficiente" di una gestione privata „ Questo non è proprio esatto. Che spesso l'efficienza dei servizi gestiti dallo Stato sia inferiore a quella dei medesimi servizi gestiti dal privato, oggi è purtroppo vero per il fatto che si è perso il senso dello Stato persino da parte di chi ci lavora come dirigente, mentre il gestore privato, avendo come obiettivo unicamente il profitto, si presume che mantenga un interesse, sia pure venale, a gestire con efficienza il proprio lavoro (anche se talora questo viene smentito nei fatti, almeno in alcuni settori, vedi quello dei corrieri privati che sono entrati in competizione con Poste Italiane giocando a chi si comporta peggio). Questo tuttavia non costituisce un motivo valido per cedere tutti i servizi al settore privato, perché se non c'è più il senso dello Stato, lo Stato non funzionerà nemmeno come semplice "controllore" del mercato, anzi, il sistema sarà solo peggiorativo nei confronti dell'utente finale perché sfuggirà ad ogni controllo. Inoltre consideriamo che gli Stati moderni hanno rinunciato a quello che era l'unico strumento veramente utile per controllare che le regole base (quelle dettate dal Legislatore) venissero rispettate dal mercato, ovvero: la "proprietà" della moneta e delle Banche Centrali; dagli anni '80 la Banca d'Italia è di fatto privatizzata; l'Euro è a tutti gli effetti emesso da istituti privati (in tutta Europa, non solo in Italia); gli Stati non hanno quindi più alcun controllo sul costo del denaro e nemmeno sugli interessi che gravano sui titoli che loro stessi emettono (questa è la principale causa dell'aumento vertiginoso del debito pubblico, e se ne sono accorti persino gli americani, non solo gli italiani). Solo per rimanere in ambito italiano, la Consob è di fatto un consorzio tra banche private che, guarda caso, se ne impippa altamente delle decisioni del Legislatore. L'unico sbocco alla fine sarà come in America, dove ai servizi primari, come una sanità decente, non riescono più ad accedere persino strati di lavoratori regolarmente impiegati (ovvero: tu lavori, vieni pagato, ma con quello che ti danno non riesci nemmeno a mantenerti in salute; devi sperare che non ti capiti nulla o, viceversa, che sia così definitivo da toglierti il pensiero una volta per tutte); oppure come la scuola, sempre americana, dove chi non può permettersi gli istituti privati (cioè la maggior parte dei lavoratori) frequenta quella che ormai di scuola ha solo il nome, ma non l'utilità (situazione a cui la scuola pubblica italiana è già molto vicina, anche se per altri motivi). Alla fine ci vedo solo una riedizione tecnologicamente ammodernata di quello che fu l'inizio del feudalesimo, con la "nuova" nobiltà che era formata da quelli che avevano avuto la ferocia necessaria a spartirsi le ceneri della vecchia Roma (quelli del "siate affamati, siate folli" dell'epoca), un Sacro Romano Impero (cioè lo Stato) che per alcuni secoli venne mantenuto in piedi solo di nome perché nei fatti ogni vassallo gestiva privatamente il proprio feudo, anche e soprattutto in barba alle Leggi Imperiali; e il resto? Servitù della gleba! Paradosso nel paradosso, persino l'attuale flusso migratorio da Africa e Medioriente è paragonabile a quello dei tempi della caduta di Roma, ed è animato da necessità similari. Insomma, regolamentazione sulla carta, ma deregulation nei fatti oggi come allora. Poi, per carità, io tendo ad essere pessimista, ma a 59 anni è un pessimismo che si è radicato soppesando ciò che vedo da troppo tempo. |
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inviato il 03 Dicembre 2016 ore 17:03
da un punto di vista di principio..uno stato sul lungo termine e' più efficiente di un privato. Non fosse altro perché uno stato,a differenza del privato che guarda il soldo subito, deve applicare scelte che NON sono soggette al ritorno economico immediato. L'ultimo miglio puo essere realizzato solo da uno stato. Infatti lo stato non dovrebbe avere problemia d indebitarsi per tre generazioni per costruire una autostrada. In fondo e' giusto.. dell'autostrada usufuriranno tre generazioni, che pagheranno ciascuna la loro parte. Un privato questi problemi li ha... e deve badare al ritorno immediato. Questo vuole dire che se sei fuori dall'economia di scala sei ×. Non partecipi allo sviluppo. Significa dividere il paese e condannnare intere aree all'abbandono. |
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inviato il 03 Dicembre 2016 ore 19:18
“ Infatti lo stato non dovrebbe avere problemia d indebitarsi per tre generazioni per costruire una autostrada. „ Non se lo può più permettere perché non è più in grado di controllare i tassi d'interesse sul proprio debito; questo inoltre innesca un meccanismo speculativo proprio sul debito pubblico degli Stati più deboli e, francamente, l'idea che questi meccanismi costituiscano anche una forma di ricatto nei confronti di molti stati e delle loro politiche commerciali è più che un semplice sospetto; nei confronti delle loro politiche commerciali, ma non solo: le attività estrattive impiantate con metodi di rapina negli ultimi decenni nei paesi del terzo mondo, ma con utili che finiscono solamente in Cina o in Canada e Stati Uniti sono state favorite spesso da meccanismi analoghi. |
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