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@Angor , sono d'accordo con te, e la tua analisi mi fa pensare alle riflessioni di Dambisa Moyo e ai dati che ho approfondito nel mio lavoro. La storia degli aiuti internazionali, come emerge anche dal libro di Moyo Dead Aid, è un caso emblematico di come la buona volontà possa trasformarsi in un fallimento sistematico.
Tutto ha origine dal modello post-bellico: nel 1944, con gli accordi di Bretton Woods , si gettarono le basi per un sistema finanziario internazionale che portò alla nascita della Banca Mondiale, del FMI e dell'Organizzazione Internazionale del Commercio. Pochi anni dopo, con il Piano Marshall, gli Stati Uniti versarono 13 miliardi di dollari all'Europa tra il 1948 e il 1952, un intervento mirato alla ricostruzione, che si rivelò un successo. Sull'onda di quel modello, negli anni Sessanta si pensò di replicare la strategia in Africa, con massicci aiuti internazionali destinati a infrastrutture come strade, dighe e ferrovie. Tuttavia, quei progetti si rivelarono inadatti: gli investimenti pubblici in Africa non portarono a una crescita economica, bensì a un debito insostenibile.
Negli anni Settanta, con l'insuccesso dei progetti industriali, l'attenzione si spostò sulla lotta alla povertà. Gli aiuti vennero destinati a forniture alimentari, progetti agricoli, campagne di vaccinazione e alfabetizzazione. Verso la fine del decennio, però, l'Africa aveva accumulato circa 36 miliardi di dollari in aiuti, senza che ciò portasse a un reale sviluppo. Anzi, tra il 1972 e il 1982, il debito africano quadruplicò, portando alla necessità di ristrutturazioni e all'intervento di FMI e Banca Mondiale, che imposero riforme strutturali come privatizzazioni e liberalizzazioni. Anche queste, però, furono un fallimento.
Tra il 1978 e il 1989, i paesi più dipendenti dagli aiuti hanno registrato una crescita media negativa del -0,2% l'anno. In quel periodo, paradossalmente, 15 miliardi di dollari all'anno fluivano dai paesi poveri a quelli ricchi per il pagamento degli interessi sul debito. A peggiorare le cose, l'arrivo del nuovo millennio ha visto un ulteriore aumento degli aiuti, con il coinvolgimento di celebrità come Bob Geldof e Bono, che hanno promosso la cancellazione dei debiti in cambio di nuovi aiuti. Tuttavia, come riportato dall'OCSE, tra il 2006 e il 2015 l'Africa ha ricevuto 515,8 miliardi di dollari in aiuti, senza migliorare le condizioni economiche, anzi: in molti casi, la povertà e la fuga dei migranti sono aumentate.
Il caso della Nigeria è emblematico. Nonostante i massicci aiuti ricevuti, il paese è tra i principali esportatori di migranti verso l'Europa. Questi dati dimostrano che gli aiuti, così come sono stati concepiti, non hanno mai risolto i problemi strutturali, ma li hanno aggravati. Lo stesso vale per il Madagascar, tra i paesi più poveri al mondo, con un PIL pro capite di appena 514 dollari, nonostante decenni di aiuti internazionali.
Come dimostrano questi esempi, il vero problema è l'approccio assistenzialista che crea dipendenza invece di promuovere indipendenza economica e governance. Gli aiuti, senza scadenze e senza accountability, hanno spesso finanziato governi corrotti e progetti improduttivi. Il risultato? Una spirale di debito, inefficienza e una fuga di risorse dai paesi poveri verso quelli ricchi.
Dambisa Moyo, e non solo lei, evidenzia che la soluzione non sta negli aiuti infiniti, ma in politiche che promuovano investimenti privati, commercio equo e sviluppo interno. Il cambiamento deve partire dalla governance locale, dal rafforzamento delle istituzioni e da un supporto internazionale che non crei dipendenza, ma autonomia. È un approccio che richiede meno retorica e più responsabilità da parte di tutti: donatori, governi africani e cittadini. Solo così potremo uscire da questo circolo vizioso.
Il fenomeno degli aiuti internazionali, con tutte le sue contraddizioni, si intreccia con un altro aspetto rilevante: il volonturismo . Questa pratica, che combina viaggi e volontariato, spesso nasce con buone intenzioni ma rischia di aggravare la narrativa assistenzialista che ha già fallito in passato.
Il volonturismo tende a presentarsi come una risposta " facile " e immediata alla povertà, ma il suo impatto reale è spesso superficiale e temporaneo. Si tratta, infatti, di esperienze brevi, in cui volontari non qualificati si recano in paesi in difficoltà senza avere una preparazione adeguata o una comprensione profonda delle necessità locali. Questo non solo riduce l'efficacia degli interventi, ma rischia di rafforzare l'immagine dell'Africa come un continente che dipende costantemente dall'aiuto esterno, negandone le potenzialità autonome.
In molti casi, il volonturismo finisce per alimentare una dipendenza culturale ed economica: comunità locali si ritrovano a modellare progetti e richieste in base alle aspettative dei volontari e delle organizzazioni, invece di puntare su soluzioni che nascono dai loro veri bisogni. Inoltre, spesso queste iniziative generano guadagni per le agenzie e le ONG che organizzano i viaggi, più che per le popolazioni locali.
Alla base di tutto c'è una logica di breve termine: più che costruire soluzioni sostenibili e autonome, il volonturismo offre un'esperienza che soddisfa il bisogno di appagamento personale dei volontari, senza affrontare le radici dei problemi. In questo senso, il volonturismo diventa un simbolo dell'approccio assistenzialista che ha caratterizzato decenni di interventi in Africa: buone intenzioni che non si traducono in risultati concreti.
Per cambiare davvero le cose, è fondamentale adottare approcci rispettosi delle comunità locali, lavorando insieme a loro per costruire soluzioni a lungo termine. Gli interventi devono essere guidati da chi vive quei territori, con il supporto di esperti qualificati e progetti sostenibili che promuovano autonomia e crescita, non dipendenza. Solo così possiamo sperare di rompere il circolo vizioso degli aiuti inefficaci e costruire un futuro basato sulla collaborazione reale.
Gerry, il tuo ultimo intervento mette in piena luce quale sia il vero problema africano; se poi aggiungiamo il fatto che quel continente rimane la principale mira delle multinazionali delle attività estrattive, del commercio illegale dei rifiuti e compagnia bella, il quadro è desolante.
Solito refrain.Sento suonare la stessa musica da decenni.
“ Per cambiare davvero le cose, è fondamentale adottare approcci rispettosi delle comunità locali, lavorando insieme a loro per costruire soluzioni a lungo termine „
Ti sfugge un particolare. I loro valori non sono i nostri.Che fai li imponi con l'esportazione della Democrazia? Ma se non siamo capci di applicarli da noi? quis custodiet custodes? Che c'azzecca il volunturismo con i dannati della terra? Rappresenta una goccia d'acqua su di un deserto arido e cadaverico. Qui si continua con esempi tratti dal personale. La presunzione di costituire un modello si accompagna ad una faciloneria un pò bigotta e fine a se stessa.
“Chi non conosce la storia è condannato a ripeterla”.
E qui la Storia è dannatamente complessa. E quella degli aiuti è lì a dimostrarlo. Il Piano Marshall impattò positivamente in Europa.Ma l'Europa non è l'Africa.E' un coacervo inestricabile di culture e di etnie. E' una paralisi mentale tipicamente occidentale.Pretendere che il nostro modello sia applicabile a tutto il globo. Comunque qui si sta deviando. Si discuteva di plastica. Ed io sono in attesa di una soluzione che risolva il problema della plastica non raccolta e riciclata.Quella che per esempio ha invaso l'aeroporto di Bergamo e dintorni. Altrimenti qui si è il bue che dà del cornuto all'asino. Risolviamo i nostri di problemi. E non ricominciamo con il solito refrain: io,io,io,io.
(ANSA-AFP) - La ministra dell'Istruzione del Niger ha ordinato il ritiro immediato dell'educazione sessuale dai programmi scolastici. "L'analisi preliminare dei programmi della scuola primaria e secondaria ha rivelato che alcuni contenuti minano i nostri valori socio-culturali", ha dichiarato Elizabeth Chérif in una circolare inviata ai dirigenti scolastici. "In attesa delle conclusioni dei lavori del comitato interministeriale incaricato di rivedere i programmi di studio" e di "formulare proposte pertinenti e più adatte alle nostre realtà nazionali", la ministra chiede ai dirigenti scolastici "di assicurarsi" che alcuni contenuti "siano immediatamente sospesi dai nostri programmi di insegnamento". Tra gli argomenti presi di mira da questa circolare figurano le informazioni su infezioni sessualmente trasmissibili, il ciclo mestruale, l'anatomia del tratto genitale e la riproduzione degli esseri viventi. Nominata ministra dell'Istruzione dalla giunta militare insediatasi dopo il colpo di Stato del 26 luglio 2023, Chérif ha insistito sul fatto che si tratta di argomenti "rifiutati da una larga frangia dei nostri concittadini". Il Niger ha una popolazione di oltre 26 milioni di abitanti e il più alto tasso di natalità al mondo con sette figli per donna, secondo le statistiche ufficiali.
“ E' una paralisi mentale tipicamente occidentale.Pretendere che il nostro modello sia applicabile a tutto il globo „
Al solito non hai capito i discorsi che ti abbiamo fatto e continui a pensare che stiamo parlando di imporre il modello occidentale; tra l'altro tiri in ballo Paesi con governi dittatoriali che, anche in Europa, hanno sempre rifiutato sia la cultura degli altri che quella costruita da secoli in casa propria. Per fortuna esistono anche "modelli" opposti e per nulla adottati su proposta dell'occidente, ma elaborati "in proprio", come ad esempio quello delle cosiddette "Prime Nazioni" (quelli che ci ostiniamo a chiamare "indiani d'America") del Canada che stanno portando avanti una lotta contro lo scempio che le compagnie petrolifere vorrebbero continuare a perpetrare nelle loro foreste, ma contemporaneamente anche contro le modalità con cui il governo canadese, e prima quello inglese, le ha discriminate per decenni e in parte continua a discriminarle; e dagli anni '90 le Prime Nazioni stanno anche ottenendo importanti successi sul piano giuridico e legislativo, nonostante l'enorme sproporzione numerica tra la popolazione indigena e quella dei discendenti dei "colonizzatori" europei del Canada. Ci sono alcune pubblicazioni, come "Il risveglio del totem - Cambiamento climatico e diritti umani" di Max Unterrichter, che purtroppo (guarda caso) sono praticamente introvabili, che spiegano bene la situazione di quelle popolazioni e di come siano riuscite ad organizzarsi proprio attraverso il recupero della propria identità culturale e coesione sociale.
“ Ed io sono in attesa di una soluzione che risolva il problema della plastica non raccolta e riciclata.Quella che per esempio ha invaso l'aeroporto di Bergamo e dintorni. „
“ Risolviamo i nostri di problemi. „
Evidentemente non hai letto quello che ho scritto circa la perdita dell'identità culturale degli italiani di cui, aggiungo, rimangono poco più che gli aspetti puramente folcloristici o che servono a far presa sulla massa del turismo straniero (vedi la tanto sbandierata gastronomia). Il problema di noi italiani è che abbiamo aderito all'ideologia consumistica molto più pervicacemente della maggior parte degli altri europei; siamo ormai capaci di "sentire" un problema soltanto se ci tocca di persona e possibilmente dalle parti del portafoglio, mentre siamo diventati indifferenti ai problemi che hanno un impatto di tipo "pubblico" (cioè del bene "comune"); il pensiero più diffuso oggi in Italia è che se un bene è "comune" non è di nessuno, men che meno "mio", quindi perché preoccuparmene. Sono pronto a scommettere che la maggior parte di quelli che hanno contribuito agli accumuli di plastica all'aeroporto di Bergamo, tengono la propria abitazione più pulita e lucida della tua o della mia (e che nessuno di quelli sarebbe disposto a tenere d'occhio l'integrità dell'abitazione del vicino quando è assente, come si faceva una volta). Ma questi sono esattamente i primi segnali della perdita di una identità culturale comune. A Trento e a Bolzano stanno partendo progetti in comune con le forze dell'ordine per la sicurezza di vicinato; a Modena, dove sono nato, sarebbero improponibili, anche se 60-70 anni fa erano una pratica comune.
@ T. Attenzione perché anche io preferisco la " Giungla " ma, non quella dove vivono gli umanoidi ma, quella dove ci sono gli animali, perché quelli, gli " Animali ", si che ragionano. Un saluto animale, della giungla.
“ Il vs mondo esiste solo nei vostri desiderata.Ed è un inferno „
... un inferno? Finalmente ti sei smascherato; sei il solito personaggio qualunquista e individualista che non vuole che le cose cambino, ma non vuole essere tacciato di qualunquismo e individualismo perché non fa figo!!!
@ Angor Secondo me oggi le persone hanno perso nei confronti degli animali quindi continuo a preferire poche persone ed un esercito di animali, e sai perché, nella stessa parola è contenuta l' " Anima " li. Forte questa, cosa ne pensi. Un Saluto, da u' " Anima " le, mi piace molto l' Aquila, quella reale.
“ gli animali non ragionano, non hanno abbastanza intelligenza da fare qualcosa che non sia una mera risposta istintiva e men che meno ragionare. „
Ovviamente non è vero. Gli Animal Studies, ma anche chi ospita in casa un gatto, cane ecc. sa che non è affatto così.
Ma che te lo dico a fare... questo forum a volte è desolante.
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