user214553
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inviato il 20 Dicembre 2021 ore 22:19
C'è questa falsa concezione che reale è ciò che i sensi possono percepire; sarò felice di discutere ciò - in un prossimo post. Ora vorrei parlare della realizzazione del Reale e della metafisica; chi dovrà capire, capirà! Mentre gli altri leggeranno - cito testualmente - "una verbosa esposizione di una vuota banalità"... a questi miei fratelli rispondo che, sono responsabile di ciò che scrivo, non di ciò che voi - non - capite! Il problema del reale e non reale, o dell'essere e del non essere, e molto complesso, per cui si hanno differenti risposte secondo la prospettiva da cui ci si pone. L'essere umano è un riflesso individuato della profondità della Realtà, e quindi, non solo è possibile per l'essere umano "scandagliare" quella Realtà, ma realizzarla per identità conoscitiva; uso la "R" maiuscola in "Realtà" poiché la prospettiva da cui mi sto ponendo è quella dell'Assoluto - e non la prospettiva della realtà empirica, la quale sarebbe più corretto chiamare "fenomeno relativo". Spesso si sente parlare di realizzazione del Sè, dell'Atman, dello Spirito, ecc., ma cosa si intende per realizzazione metafisica? Prima di tutto dovremmo capire etimologicamente questi termini, diversamente potremmo cadere in equivoci. Che cosa significa la parola realizzazione? Il verbo realizzare significa "far diventare reale", "tradurre in realtà", "avverarsi", "attuarsi". Il significato che più si avvicina al nostro caso è "attuarsi". Attuare, infatti, significa: "far passare dalla potenza all'atto", "tradurre in attualità ciò che è virtuale". Il termine attuare implica quindi un qualcosa che già esiste. D'altra parte, non potremmo attuare o tradurre nell'effettualità ciò che non esiste o non è. Così il bambino che cresce attua, realizza o porta in manifestazione le sue potenzialità fisiche e psicologiche già esistenti. Da questo esempio possiamo capire che vi è un'attuazione anche delle qualità psicofisiche inerenti all'individualità. La maggior parte degli individui non fa altro che realizzare i propri sogni, i propri ideali, le proprie rappresentazioni, le qualità che sono specifiche del io psicologico e fisico. Se l'essere, nella sua totalità, fosse solo individualità, solo io empirico, codesto tipo di attuazione dovrebbe dare la compiutezza e la beatitudine. Sappiamo però che le cose non stanno così. L'individualità è infelice, è duale, è irrequieta e insoddisfatta, ragion per cui la sua stessa attuazione non è sufficiente, oppure è una falsa attuazione. Il materialista empirico tenta di attuare-realizzare se stesso in quanto io-individualità, ma il mondo dell' io è pieno di conflitti e dolori, e la stessa felicità egoica e sensoriale è così fugace da non potersi neppure assaporare. Per fortuna vi è un altro tipo di realizzazione-attuazione, quella inerente al Sè, alla vera natura dell'essere totale, all'Atman-Spirito, all'Essere in quanto tale, alla controparte Divina in noi, tanto per usare termini comprensibili. Questo tipo di realizzazione è l'attuazione della nostra vera essenza. E nell'attuazione della propria essenza non può esserci conflitto e smarrimento perché è un processo che risponde alla natura dell'essere stesso, non è un evento contro natura. È nella natura dell'essere quello di essere. Nell'individuazione vi è conflitto e sofferenza perché si pone l'accento non sull'essenza, ma sulla falsa rappresentazione che si ha di sè. Sotto questa prospettiva il termine realizzazione può essere sostituito con quello di liberazione. Liberazione Da che cosa? Liberazione dalla falsa rappresentazione che noi siamo un'individualità libertaria, separata, fissa e autonoma dall'essenza dell'essere, dal vero Io che, per evitare confusione col falso io chiamiamo Sè. L'individualità non attua la potenza vera, ma le sue stesse proiezioni che si crea artificialmente e che, di conseguenza, cambiano continuamente. Noi, come individualità, perseguiamo falsi ideali, false passioni, false verità per cui nella non attuazione della vera potenza in noi proviamo conflitto e ci troviamo nella cecità o ignoranza. Così possiamo dire che "per scandagliare le profondità della Realtà e dell'Esistenza" serve la realizzazione metafisica. Abbiamo parlato del termine realizzazione e adesso dovremmo capire quello di metafisica. In origine il termine metafisica designava la serie dei testi che, nell'ordinamento dato agli scritti di Aristotele, venivano dopo quelle opere denominate fisica. La tematica che Aristotele ha affrontato in quella serie di testi veniva detta filosofia prima. Lungo il tempo il termine ha assunto il significato di "oltre le questioni della sfera fisica", fino a diventare "scienza del reale in sé", considerato di là dalle apparenze sensibili immediate. Sotto questa prospettiva, la metafisica a una sua superiorità rispetto alle altre espressioni conoscitive. Al di sopra delle varie scienze del finito, che si occupano delle relazioni parziali, fenomeniche e incomplete dell'essere, vi è la scienza della realtà in sé. La metafisica è scienza dell'aseità ( proprietà di un essere che ha in sé la ragione è il fine della propria esistenza) mentre la fisica è scienza dell'abalietà (l'essere che trova in altro la ragione della propria esistenza). Potremmo ancora dire che la fisica si interessa del relativo-contigente, il quale dipende dall'altro, mentre la metafisica si interessa di ciò che è o dell'Assoluto, in quanto poggia in sè stesso, con sè stesso e per sé stesso. Se abbiamo compreso il termine metafisica, Allora realizzazione metafisica significa attuazione dell'Assoluto o dell'aseità. La realizzazione metafisica ha, dunque, come mèta l'attuazione di ciò che è libero da relazioni, di ciò che non ha bisogno di essere in rapporto con altro perché appunto è aseità. All'Essere puro si perviene mediante l'Essere, con una presa di consapevolezza che si risolve nell'Identità o nell'essere Essere. In definitiva, vi dirò che non solo è possibile per l'essere umano indagare - e realizzare - la Realtà dell'Esistenza, ma è lo stesso fine dell'esistenza umana. Considerate la vostra semenza: Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza. Dante, Inferno: XXVI, 118. |
user198779
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inviato il 20 Dicembre 2021 ore 23:19
Mi spiace ma non c'è partita |
user198779
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inviato il 20 Dicembre 2021 ore 23:56
Porsi delle domande o non porsele fa la differenza fra esistere o non esistere. ( se si esiste ) |
user214553
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inviato il 21 Dicembre 2021 ore 0:06
Virgolettato di Max Planck, premio nobel per la fisica. "Nel primo paragrafo di questo schema autobiografico sottolineai che per me la ricerca di qualcosa di assoluto è lo scopo più nobile e più degno della scienza. Il lettore potrebbe ritenere contradditorio questo mio confessato interesse per la teoria della relatività. Ma sarebbe fondamentalmente erroneo considerare le cose in questo modo: poiché tutto ciò che è relativo presuppone qualcosa di assoluto e ha un significato solo quando è confrontato con qualche cosa di assoluto. La solita frase "tutto è relativo" è ambigua e priva di senso. Anche la teoria della relatività è basata su qualcosa di assoluto, cioè la determinazione metrica del continuo spazio-temporale; ed è un compito particolarmente importante la ricerca dell'assoluto, che solo può dare senso a qualcosa di relativo. Tutte le nostre misure sono relative. La materia che forma i nostri strumenti varia a seconda della sua origine geografica; la loro costruzione dipende dall'abilità del progettista e del costruttore; il loro impegno è contingente al particolare scopo perseguito dallo sperimentatore. Il nostro compito è di trovare in tutti questi fattori e dati l'assoluto, l'universalmente valido, l'invariante che vi è nascosto". Max Planck, autobiografia scientifica e ultimi saggi. Einaudi, Torino 1956. |
user206375
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inviato il 21 Dicembre 2021 ore 10:29
"per me la ricerca di qualcosa di assoluto è lo scopo più nobile e più degno della scienza.... e l'universalmente valido" la legge dell'amore o di Dio |
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inviato il 21 Dicembre 2021 ore 12:49
Tutto, anche l'illusione. |
user206375
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inviato il 21 Dicembre 2021 ore 14:11
Cito alcune parti di due libri che ho letto recentemente. "È la negazione delle illusioni che evoca "LA VERITÀ", perché negare le illusioni è riconoscere che la paura è priva di significato La proiezione fa la percezione. Il mondo che vedi è quello che TU gli hai dato, niente di piu'. Ma nonostante non sia niente di piu', non è niente di meno. Quindi, per TE è importante. È il testimone del TUO stato mentale, l'immagine esterna di una condizione "INTERNA". Come un uomo pensa, così percepisce. Quindi, non cercare di cambiare il mondo, ma scegli di cambiare la "TUA MENTE" riguardo al mondo. La percezione è il risultato e non la causa. e cito un altro saggio La realtà non puo' essere provata o non provata. Entro i limiti della menta non è possibile, oltra la mente non ce n'è bisogno. Nel reale, la domanda cosa è reale? non si pone. Il manifesto e il non manifesto non sono differenti. Il mondo non esiste senza di te. In ogni momento, non è altro che un rifilesso di te. Tu lo crei e tu lo distruggi. Il tuo universo personale non esiste in sé. Non è altro che una visione limititata e distorta del reale. Non è l'universo che ha bisogno di migliorare ma il tuo modo di vederlo. Ma forse stiamo andando fuori tema.....felix dove sei? |
user206375
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inviato il 21 Dicembre 2021 ore 14:16
“ Felix inviato il 16 Dicembre 2021 ore 21:17 Meglio chiarire che con il termine reale, va inteso tutto ciò che è esattamente quello che sembra essere. Un cucchiaio è reale ? Direste tutti di si, dato che potete vederlo e toccarlo e sentirlo. Ma se lo stesso cucchiaio deve essere percepito da qualcuno sprovvisto dei tre sensi vista, tatto e udito... allora è ancora allo stesso modo reale ? Esiste lo stesso ? Se esiste lo stesso.. come può percepirlo chi è sprovvisto dei sensi ? „ Interessante osservazione. Proprio ieri ho letto un testo a riguardo. Se lo trovo in diigitale lo posto. |
user198779
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inviato il 21 Dicembre 2021 ore 22:32
Se fosse tutta un'invenzione del nostro cervello come fa all'ora una fotocamera a riprodurre tutto ciò che vediamo? Lo dico da sostenitore di tutti i punti di vista. |
user198779
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inviato il 21 Dicembre 2021 ore 22:34
I miraggi non si riescono a fotografare. |
user14408
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inviato il 21 Dicembre 2021 ore 22:49
“ Un cucchiaio è reale ? „ Troppi film matrix Per altro ben fatti Diverso sarebbe discutere di fenomenologia |
user214553
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inviato il 22 Dicembre 2021 ore 0:10
@Giordano Alcuni concetti inerenti alle tue perplessità, sono già stati dilucidati - in maniera più o meno estesa - nella discussione su "matrix resurrection", nei precedenti post su questa stessa discussione, e, in special modo, qui: www.juzaphoto.com/topic2.php?l=it&t=4096658 Secondo la metafisica Advaita Vedanta, l'universo - con il suo moto fenomenico-cangiante- può considerarsi reale o non-reale a seconda che la prospettiva sia empirica-relativa o metafisica-assoluta. Abbiamo quindi tre "gradi del reale": Paramarthika: Aggettivo indicante la Realtà che non può essere qualificata, definita, limitata o contraddetta e che è di per sé assolutamente reale. Vyavaharika: "relativo al contingente". Aggettivo indicante la realtà empirico-fenomenica o relazionata. Pratibhasika: "relativo a ciò che appare". Aggettivo indicante la realtà apparente-illusoria che qualifica l'esperienza dello stato di sogno ad'esempio, o quella del miraggio in questione. Vedi giordano, la nostra mente, la fotocamera e la luce che da essa viene catturata, appartengono allo stesso "livello di realtà"... relativo e contingente: Vyavaharika; il miraggio sovrapposto alla sabbia del deserto appartiene ad'un altro "livello di realtà"... apparente e illusorio: Pratibhasika. I due livelli in questione non sono in contatto tra di loro; in nessun casso le implicazioni di un livello possono ripercuotersi su di un altro. In sanscrito si dice di essi che sono "asparśa", senza contatto. Tutta l'acqua del miraggio non potrà mai bagnare nemmeno un granello di quella sabbia, che è il suo sostrato; se in un'ambiente semi-buio noti una corda a terra, ed erroneamente la scambi per un serpente, scattando una fotografia cattureresti corda, e corda soltanto, poiché la tua illusione inerente all'immagine del serpente sovrapposta alla corda è su un livello di realtà inferiore, mentre la corda, la luce e la macchina fotografica appartengono alla stessa sfera - contingente - del reale e possono quindi avere contatto - sparśa. Il presupposto con cui esponi la tua perplessità - ovvero: "se fosse tutta un'invenzione del cervello" - non lo trovo del tutto condivisibile. La realtà empirico-fenomenica detta viavaharika, ha il suo grado di verità, che entro la propria sfera è indiscutibilmente reale, così come per il sognatore la propria attività onirica è altrettanto indiscutibilmente reale. Gli organi di senso captano una sensazione; questa poi viene convertita, elaborata, assimilata e determinata dalle componenti distinte di ciò che l'Advaita definisce "strumento interno", "antahkarana" la mente nella sua totale estensione e nelle sue diverse modificazioni: buddhi-intelletto, ahamkara-senso dell'io, citta-memoria proiettiva e predisposizioni subconscie e manas-mente empirica-selettiva. Per fare un'analogia fotografica - è un'analogia, non cavilliamo sulla luminosità dell'obiettivo, ecc. - la luce che viene impressa sul sensore di due fotocamere differenti è la stessa, ma ognuna produrrà il suo particolare risultato. È già stato più o meno tutto discusso in precedenza nelle sue linee generali; se hai un po di pazienza, io "taglierei la testa al toro": questo è un piccolo trattato sulla metafisica Advaita, o meglio, sui soli aspetti che ritengo essenziali per comprendere il problema del reale-non reale. La dottrina Advaita vede annullata ogni antinomia dialettica, inclusa quella, estrema, tra reale e non-reale. Infatti nella non-duale identità essenziale non solo trova soluzione la apparente contradditorietà formale, ma risultano integrate sia la molteplicità dei piani della manifestazione, con la dualità da cui scaturisce, sia la stessa Unità principiale, in quanto si considera questa come la emergenza di una qualificazione in seno alla infinita possibilità insita nella Non-dualità. Questa concezione, espressa dalle Upanisad, vede il mondo fenomenico, l'universo in continuo cambiamento-divenire, fondarsi su un Sostrato eterno e immutabile: il Brahman, Tad o Quello, 'Il' Vero per eccellenza, il solo che possa defnirsi rigorosamente tale, il Reale puro a cui attribuire la ragion d'essere della totalità, nel complesso e nei singoli domini relativi; questi, dal canto loro, essendo gradi diversi della medesima Realtà, vengono a formare i diferenti piani di esistenza in cui si articolano gli indefiniti corsi di esperienza degli esseri. Quale ente si può considerare il Reale? Come definirlo filosoficamente? Quale necessità vi è di concepirlo? Il Reale è Ciò che è sempre, la Costante presente in tutti gli stati, l'Essere in quanto è, l'Assoluto; è Quello che sussiste identico in ogni condizione e costituisce il Sostrato invariante su cui poggia la totalità delle variabili, di tutto ciò che appare e scompare e che, quindi, divenendo, non è. Il Vedanta Advaita, come qualsiasi altro autentico ramo tradizionale, afferma in primo luogo che tutto ciò che appartiene al piano grossolano della comune esperienza, a quello sottile energetico che lo attiva e persino a quello causale donde questo proviene è apparenza relativa e diveniente, caratterizzata da venuta in esistenza e cessazione, per cui è irreale; poi che il percepibile deve la sua ragion d'essere a un Percipiente non percepibile, e quindi che il divenire necessita immancabilmente di un Essere-Reale in cui sussistere; infine, che oltre i tre piani-stati grossolano, sottile e causale, che appaiono e scompaiono, vi è un Quarto stato, il Nirguna, ovvero il puro Brahman, che è sempre, non muta mai e non ha secondo; pertanto i tre piani non sono altro da Quello, ma sue stesse apparenti modificazioni sovrapposte, ne hanno quindi la natura ed è per questo che sono permeati dalla Coscienza. Il termine brahman, dalla radice verbale brh: sostenere, accrescere, permeare e, per estensione, comprendere e conseguentemente trascendere, non definisce un conceto astratto, un postulato ipotetico concepito per soddisfare una sterile speculazione filosofica, ma esprime l'Ente supremo, il necessario e imprescindibile Fondamento metafsico della totalità, grazie al quale soltanto essa può esistere e manifestarsi e dal quale è interamente pervasa. È dunque il Sostrato ultimo dell'essere e del non-essere, della potenza e dell'atto, del non-manifestato e del manifestato, il Principio supremo inqualifcato sul cui sfondo si staglia tutto ciò che è detto essere maya, quindi la stessa possibilità di emergere della qualifcazione principiale e, da questa, una volta apparsa, la manifestazione che in essa si proietta, sussiste e si riassorbe al termine del proprio ciclo. Tra il fenomeno-universo e il sostrato-Brahman non vi è dualismo, relazione o antitesi: il primo è apparenza di Quello secondo una data modalità; la Realtà-Brahman non contempla nessuna entità distinta da sé, un 'altro', un 'secondo', viene descritta come “senza-secondo” (advitıya), per cui il mondo molteplice che constatiamo, il secondo, è una semplice immagine sovrapposta, la sua percezione essendo dovuta alla non-conoscenza o ignoranza della sua vera natura. Questa non-conoscenza (ajnana) è una inscienza di ordine filosofico-metafsico, che non investe cioè la sfera concettuale rappresentativa, quella del sapere ordinario, ma riguarda l'Essere in quanto è, la Realtà trascendente, l'Assoluto in sé e per sé. Nell'ordine individuale, prende il nome di avidya e in quello universale di maya e, dalla visuale dell'ente individuato che le è sotomesso, è considerata come lo stesso potere o capacità del Brahman, ovvero come la infnita Possibilità (Śakti) che in Quello è potenzialmente racchiusa. La maya-avidya possiede un doppio potere, velante (avaranaśakti) e proiettivo (vikśepaśakti); con il primo nasconde il reale, con il secondo proietta il non-reale. Sul sovrastrato velante si innesta la proiezione di una falsa conoscenza (mithyajnana) attraverso cui viene percepito il mondo della forma limitante e della molteplicità fluttuante e contradditoria, il piano di relazione, il continuo mutamento evolutivo e lo stesso divenire universale. Affermare che l'universo nel suo complesso è apparenza non signifca però dire che è un non-reale in assoluto, né attribuirgli natura di vacuità, quasi fosse una illusione insostanziale, ma riconoscerlo come una modalità espressiva dello stesso Brahman, tra infinite possibili, sulla base del quale fonda la propria esistenza; è il modo di apparire del Brahman, o meglio, di essere percepito, modo che è condizionato dalla ignoranza della sua natura. La totalità universale è una immagine mutevole e instabile che si staglia sullo sfondo eterno e immutabile del Brahman attraverso la maya. Il termine maya, proveniente, secondo l'etimologia tradizionale (nirukti), dalla radice verbale mi, che signifca 'misurare', 'defnire' e, per estensione, 'formare', nel senso di dare forma, esprime la capacità dell'infinto di porsi apparentemente come finito, dell'Eterno atemporale di comprendere una temporalità, del Divino trascendente adimensionale di manifestarsi all'interno di una dimensionalità. Dalla maya il reale viene celato del tutto o reso percepibile attraverso una visione alterata, che distorce la cognizione della oggetività percepita agendo a livello della soggetività percipiente. Del resto, è solo dal piano del finito-dimensionale che la maya stessa viene concepita e subìta nei suoi effetti, e non da quello della Realtà. Quindi non vi è dualismo od opposizione tra Brahman e maya, tra la Realtà e la sua apparenza, proprio perché è la Realtà stessa che, non conosciuta nella sua natura, viene vista sotto altro aspetto. Il Brahman, che dalle Scritture viene proclamato come Essere-Coscienza-Beatitudine assoluti (saccidananda), rappresenta inoltre il Soggetto ultimo, il Testimone della totalità, lo Spettatore non-determinato, non-qualificato, acausale di tutto lo Spettacolo del dominio degli enti e delle cose, il Sé universale, l'atman supremo (paramatman o semplicemente atman); Esso si riflette nell'essere vivente come principio di autocoscienza e in tale suo aspetto individuato viene denominato jiva o jivatman, il sé vivente, l'anima individuale. Noi possiamo percepire e conoscere il mondo sensibile e intelligibile perché vi è dietro un Testimone-Conoscitore che è appunto l'atman. Tutto ciò che è percepito, a qualunque dimensione e grado possa trovarsi, è un 'secondo'; secondo che, per pura e inoppugnabile evidenza, appare e scompare, quindi non è. È un secondo irreale tutto ciò che la mente vede, compresa se stessa; è reale solo Quello che vede la mente, ma che può anche non vederla restando come pura Consapevolezza, nella sua natura di totale pacificazione, identità ultima, vera e sola, immobilità onninclusiva e purezza perfetta quale Testimone-Osservatore immutabile. E se si intende stabilire un valore assoluto, fra i due, Uno-Testimone e secondo-apparenza si dovrà senz'altro indicare l'Uno-Testimone. Il messaggio del Vedanta Advaita di Śankara, come quello dell'Ajativada di Gaudapada, può essere sintetizzato in queste parole: 'Tu sei quel Testimone-unità il quale sussiste di là dal secondo, dallo Spettacolo-apparenza'. Ora, se si dovesse realizzare, attualizzare lo stato dell'essere Testimone privo di nascita-morte, e quindi di modifcazione-movimento, l'ente dormiente non potrebbe non rivoluzionare il suo mondo di prospettive e il suo modo di essere così da risolvere alla radice il proprio problema esistenziale; qualunque altra operazione agirebbe invece sempre all'interno dello Spettacolo-divenire e per lo Spettacolo-secondo (sensibile e intelligibile) senza affatto modificare la causa del conflitto e delle contraddizioni esistenziali. Si tratta, dunque, di una operazione esclusivamente coscienziale, l'esito della quale investe la totalità dell'essere in tutta la sua portata, persino al di là della ordinaria collocazione contingente. Infatti, poiché il secondo che è l'universo non è altro dall'Uno, cioè dal Brahman, essendo una sua apparenza filtrata dalla maya, si deve concludere che 'tutto è Coscienza' e, quindi, che anche la nostra natura è assoluta Coscienza (cit, caitanya), sempre libera e infnita. Tuttavia, tramite la mente, che subisce l'effetto di maya, l'ente-coscienza illimitato pare assumere una condizione di limitatezza, legandosi apparentemente alla forma od oscurandosi in essa. Dunque, tutti noi si è l'atman, quella pura Consapevolezza infinita, unica, integrale, libera e senza forma ma, in quanto rifessi, ci si affaccia come forme nel mondo della forma; ed è proprio per questo che possiamo vederci, conoscerci e relazionarci ma, anche, delimitarci e condizionarci fittiziamente. Anche nel suo stato individuato, infatti, l'essere è sempre l'atman ma a causa di maya-avidya si immedesima con ciò che non è l'atman; così si pensa jiva e, identifcandosi con il proprio veicolo e la sua condizione contingente, dunque con il corpo, la mente, le emozioni, i pensieri, i desideri, ecc., sperimenta passivamente una natura manchevole, imperfetta soggiacendo al destino inesorabile e doloroso che tali enti evanescenti, cioè il veicolo e i suoi contenuti cangianti, finiti e in continuo divenire, debbono necessariamente esprimere. La instabilità e la conflittualità che l'essere umano vive non sono a lui connaturate ma appartengono propriamente alla condizione individuata e sono dovute, in fondo, allo scambio (adhyasa) del reale con il non-reale, alla sovrapposizione (adhyaropa) di una falsa natura diveniente, qual è quella della forma-individualità, a quella, reale, della pura Essenza. L'ente in generale, e l'essere umano in particolare, è dunque essenzialmente il Brahman ma a causa di una ignoranza, che i Veda stessi defniscono 'senza inizio', ha obbligato la sua natura immaginandosi forma, corpo, azione, desiderio, in definitiva, un ente incompiuto alla continua ricerca della compiutezza. Poiché, però, la ricerca esteriore come tale non può restituire all'essere la sua natura, peraltro mai perduta ma solo sovverchiata da illimitate proiezioni fallaci, egli vive nella conflittualità psicofisica e nella schiavitù esistenziale; in tale stato proietta la propria brama di esistenza in indefinite acquisizioni, esperienze, ecc. sospinto dalla illusione che l'oggetto, il dato, l'atto o l'evento possano ridargli la Compiutezza-Pienezza che va cercando. Questa correlatività io-mondo, rapporto che l'anima non risvegliata intende inconsciamente mantenere, trattiene l'essere in tale sfera illusoria impregnata di precarietà e caraterizzata dalla inevitabile, indefinita reiterazione di esperienza relativa, nella quale l'ente, identificato a sé stesso quale centro di conoscenza-esperienza-azione, passa continuamente da una condizione manifesta grossolana a una sottile e viceversa (nascita-morte-rinascita) per ere indefnite, sospinto dal gravame karmico acquisito e proteso ad acquisirne di ulteriore. Questo comporta il ripetuto ritorno alla esistenza individuata nelle condizioni concepite consciamente o meno, ma comunque legate all'aspetto forma, anche su altri piani e in altre dimensioni, e quindi alla limitatezza e al continuo cambiamento che ne sono la natura stessa. È la trasmigrazione, il samsara, la peregrinazione del jiva lungo una serie ininterrotta di successive e concatenate condizioni di esistenza relativa via via aderenti al proprio stato coscienziale. Quello della trasmigrazione non è un concetto avulso dalla esperienza di ciascuno: anche in vita l'essere trasmigra continuamente da una condizione all'altra, muovendosi fisicamente sospinto dal desiderio o anche mentalmente concependo e perseguendo volizioni sequenzialmente collegate e mutando senza sosta il proprio mezzo di esperienza e azione. Al decadimento del veicolo fisico, venuta meno la resistenza opposta dalla 'materialità' di questo, materialità che, per quanto inconsistente da un punto di vista superiore, oppone comunque una resistenza inerziale, il mentale, con tutto il proprio carico dinamico-energetico di contenuti consci e non consci, trasporta l'anima nella condizione adeguata per dare corso alla corrispondente esperienza. Infatti il rifesso-jıva è bensì l'atman quanto alla propria natura intrinseca ma, come riflesso, è immerso nella maya, fa parte di questa unitamente ai suoi veicoli: l'ente che si identifica al proprio stato contingente si autolimita in quello e ne sperimenta la natura, facendo una esperienza che si ripete ininterrottamente in modi analoghi. È, il samsara, un globale 'confuire' della forma, nel divino, ininterrotto gioco di formazione e trasformazione che all'ente appare come il divenire ciclico esistenziale-trasmigratorio: se l'essere individuato è limitato dalla forma, è solo comprendendo questa nella sua natura e funzione che può trascenderla e sottrarsi alla costrizione che esercita. Ciò diviene ancor più evidente quando si considera che l'ente umano, paradossalmente, insegue la forma per esperirne il contenuto non-formale, si pensi al desiderio in sé, al piacere, alla brama oggetuale, alla sete di esperienza, alla immagine mentale capace di dirigere pensiero e azione, ossia pensa ed agisce in subordine al non-formale, attribuendo però erroneamente il potere attrattivo di questo alle forme nelle quali si manifesta. La Conoscenza espressa dalle Upanisad ricorda all'essere la sua originaria e divina natura di Essere, di là dal divenire, dal relativo e dalla stessa coercizione formale. Qualora, poi, si riconosca la reale 'assenza di nascita' (ajati) di qualsiasi entità, condizione, stato, esperienza, ecc. e persino di sé stessi come rifessi della coscienza dell'atman, si risolve all'istante la propria condizione di jiva e, realizzando di essere l'atman, si esce, per così dire, di colpo dall'incessante divenire della esistenza relativa, estinguendo la causa stessa della rinascita. Ne consegue che, poiché lo stato di assoggetamento nasce dalla ignoranza, la liberazione da tale condizione acquisita può essere conseguita solo grazie alla Conoscenza (jnana), tramite cui si può riacquistare la primeva dignità di Essere e affrancarsi dal circolo esistenziale, e non attraverso ciò che, come l'azione, anche sacrale, il rito e persino la meditazione, appartiene ancora alla sfera della dualità. Si tratta, però, di attualizzare una conoscenza-realizzazione a livello coscienziale, che coinvolge l'essere nella sua integralità, e non solo di avere una cognizione concettuale, infeconda e persino aggravante. La emancipazione da tale condizionamento è la Liberazione (mokśa, mukti), cioè il recupero consapevole e la effettiva realizzazione della propria natura di Brahman. Si è prima detto che il Brahman, quale Principio primo avulso da ogni determinazione, non è conoscibile ordinariamente, quindi che, occultato dal suo stesso potere di maya appare come il mondo della molteplicità diveniente e, infine, che tale potere non tocca il Brahman ma agisce sull'ente individuato alterando la sua capacità di percezione-conoscenza. È proprio attraverso tale sembianza fallace che sembra emergere non solo il Principio ontologico impersonale ma anche la controparte divina costituita dal Dio-Persona universale, il Signore (Iśvara), e infine lo stesso dualismo tra l'essere vivente individuale e il mondo in cui svolge la propria esperienza vitale, acquisisce la conoscenza ordinaria e promuove il proprio agire impulsato. Il relativo presuppone e implica un Assoluto, come il divenire sottende necessariamente un Essere sul quale stagliarsi, ma l'ente sembra non avvedersene. Come attribuire ragionevolmente all'Assoluto qualcosa che è inerente al relativo, che ha origine dal relativo e che sussiste solo in quanto relativo? La pura Realtà è esente da ogni determinazione perché questa comporta la forma, l'esclusività, la suddivisione, mentre la Realtà, che è il puro Essere non-duale, è informale, onnicomprensiva e indivisibile in quanto Una-senza-secondo. Può mai lo spettacolo cangiante di un flm alterare lo schermo su cui esso viene proiettato o venire scambiato con quello? Può mai la figura rappresentata su un dipinto esser presa per la tela su cui è raffigurata? Sostrato e sovrapposizione non sono paritetici, dove l'uno è reale l'altra è accidentale, dove l'uno permane l'altra va e viene. Disconoscere questa evidenza porta a una regressione senza fine che non può non condurre alla esigenza filosofica di un Sostegno invariante e indipendente. La Conoscenza che il Vedanta prospetta non è una conoscenza ordinaria, perché questa è relegata nel dominio del relativo, del rapporto duale e della condizione contingente. La Conoscenza tradizionale, espressa non solo dal Vedanta, ma da qualunque dottrina metafsica, è una Conoscenza di identità, per la Tradizione 'conoscere è essere', per la quale sono necessarie precise qualifcazioni. Lo strumento per accedere a tale Conoscenza non è quello percettivo-sensorio o mentale-razionale, essendo questi mezzi inidonei data la loro limitatezza e dipendenza dalla forma e dalla contingenza, ma è la intuizione intellettuale superconscia (buddhi). Questa, per quanto assopita nell'essere ordinario, adeguatamente risvegliata viene a costituire un ponte tra il piano umano e il Divino, tra la sfera terrena individuale e i Princìpi universali, tale da portare successivamente la stessa consapevolezza a una integrale presa di coscienza della Realtà intuita. Pertanto, onde poter svelare e realizzare la vera natura dell'essere, il Vedanta Advaita studia l'ente individuato nella sua totalità, cioè non limitandosi soltanto al comune stato di veglia, ma estendendo la investigazione anche alle condizioni di sogno e di sonno profondo, sia nella loro normale entità sia in analogia ai corrispondenti stati coscienziali. Il Vedanta Advaita, essendo metafsica realizzativa, non prescrive modi o atti, ma pone il ricercatore di fronte alle proprie responsabilità rendendolo consapevole della sua condizione e della sua vera natura da svelare. Così la rinuncia non costituisce un'automortifcazione suscettibile, questa di esaltare il potere dell'io anziché neutralizzarlo, ma una graduale e spontanea disidentificazione da quello che si è compreso di non essere. Il rinunciatario totale (samnyasin) pone in atto il distacco da tutto l'universo di attualità e possibilità nella sfera individuale e anche in quella universale, avendone riconosciuto la natura irreale, rendendosi pronto ad incarnare fattivamente la pura Realtà senza secondo. Samnyasa è conseguenza di discernimento e presa di consapevolezza, non coercizione deliberata né separazione artefatta. È evidente che tale operazione, oltre a presupporre la presenza dei suddetti requisiti, implica un singolare rapporto tra il Maestro e il discepolo, rapporto che trascende il mero aspetto sensibile per instaurarsi, agendo osmoticamente o per risonanza, su piani più elevati e informali. Grazie della pazienza. |
user206375
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inviato il 22 Dicembre 2021 ore 7:27
Mi ero perso la discussione precedente, è stato detto quasi tutto. E interessante intervento di Alex, molti di quei bellissimi e interessanti concetti li avevo dimenticati. E pensare che qualche pagina fa alcuni parlavano di tutte le religioni con disprezzo. |
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inviato il 22 Dicembre 2021 ore 8:10
“ E pensare che qualche pagina fa alcuni parlavano di tutte le religioni con disprezzo. „ . . . senza contare che ci sarebbero anche: le conoscenze sciamaniche, la quarta via, l'antroposofia, la teosofia, ecc. e mi dimentico pure altre forme di conoscenza. |
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