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“ Per arginare lo tsunami di plastica, secondo una ricerca pubblicata questo mese su Science , sono necessarie quattro misure: obbligare i produttori a usare almeno il 40% di plastica riciclata, porre un tetto alla quantità di plastica fabbricabile, investire per raccolta e riciclaggio dei rifiuti e imporre una piccola tassa sugli imballaggi. „
Il problema dell'eccesso di rifiuti di plastica è legato essenzialmente a 2 fattori: 1 - prodotti che non necessitano di venire realizzati per forza di cose con quel materiale; 2 - durata dell'utilizzo del prodotto stesso.
Escludendo perciò gli usi in campi come quello medico-chirurgico, o comunque dove le materie plastiche hanno portato un reale "sviluppo" applicativo, tutti gli usi che abbiano unicamente un significato commerciale e consumistico diventano problematici. In particolare è il punto 2 a indicare il livello di criticità del problema. Ad esempio, mia madre conserva ancora i piatti in melammina che usavamo per i picnic quando ero ragazzino (significa che hanno più di 50 anni e che ora li utilizza per "usi vari", non più per la tavola); al di là delle problematiche legate all'eventuale tossicità di quel materiale se usato con particolari cibi o in forno a microonde, fatevi un'idea dell'inquinamento che la mia famiglia avrebbe provocato se nello stesso periodo avesse utilizzato, come contenitori per i medesimi scopi, piatti in plastica et similia di tipo "usa e getta"!?! Stesso discorso per gli imballaggi che potrebbero essere realizzati in carta, o in materiali sempre plastici (volendo), ma riutilizzabili più volte, come quei flaconi per detersivi che fino a qualche anno fa si potevano trovare, con relativo erogatore, in alcuni supermercati anche qui in Valle di Fiemme: credo che ora ci sia rimasta solo la classica "lavanderia", dall'altra parte del paese, che ancora vende anche detersivi per la casa con quel sistema; nei supermercati di zona non ci sono più, nonostante che il sistema non presentasse problematiche differenti da quelle di frutta e verdura che il cliente mette autonomamente nel sacchetto per poi prezzarlo all'apposita macchinetta. Alla fine il problema di fondo, per queste tipologie di prodotti, è la sensibilizzazione del cliente rispetto alle problematiche ambientali: se la maggioranza della clientela fosse realmente sensibilizzata in tal senso, gli oggetti in plastica "usa e getta" sarebbero spariti senza necessità di interventi governativi e coercizioni varie, perché la gente sarebbe andata ad acquistare quella tipologia di prodotto solo dove poteva trovare alternative meno impattanti e, alla fine, anche il supermercato più restìo avrebbe imboccato la stessa strada per non rimanere con il prodotto invenduto. Anche la sensibilizzazione però necessita a volte di metodi del tipo del "bastone e la carota", ovvero di campagne educative e, se queste non bastano, di tassare il rifiuto in plastica laddove si faccia una raccolta differenziata minimamente seria.
@Daniele Condivido pienamente la tua analisi. I due fattori che hai identificato – l'uso non necessario della plastica e la durata estremamente breve di certi prodotti – sono davvero al centro del problema. La plastica dovrebbe essere riservata a quei contesti in cui è realmente indispensabile, come il settore medico o tecnologico, ma spesso viene usata senza motivo, solo per comodità o riduzione dei costi, a scapito dell'ambiente.
L'esempio dei piatti in melammina di tua madre è emblematico: se pensiamo al numero di piatti di plastica usa e getta che avrebbero potuto essere utilizzati in 50 anni, il bilancio ambientale sarebbe disastroso. Questo dimostra che la plastica non è di per sé il problema, ma lo è l'approccio "usa e getta" che abbiamo adottato senza riflettere sulle conseguenze.
La tua esperienza con i flaconi riutilizzabili per detersivi è un altro esempio perfetto: soluzioni sostenibili esistono, ma spesso vengono abbandonate per mancanza di sensibilizzazione o convenienza percepita. Se i clienti fossero più consapevoli e scegliessero prodotti a basso impatto ambientale, la domanda cambierebbe e con essa anche l'offerta, senza bisogno di imposizioni governative. Ma come dici giustamente, la sensibilizzazione da sola non basta sempre: a volte servono incentivi concreti e, se necessario, disincentivi come tasse sui rifiuti per spingere tutti a fare la propria parte.
Alla fine, è una questione di responsabilità condivisa: consumatori, aziende e istituzioni devono collaborare. Se ognuno di noi facesse scelte più consapevoli, prodotti usa e getta e superflui finirebbero per sparire dal mercato. Il bastone e la carota sono strategie valide, ma il cambiamento vero inizia sempre dalla consapevolezza e dalla volontà di fare la differenza.
@ M.S. La coca va bene ma, in lattina o bottiglia. Poi come dice Taralluccievino senza zuccheri e caffeina, ma che schifezza meglio Classica ma, per me con o senza sono da buttare, meglio un calice di vino, bianco o rosso che sia ma, sempre in vetro, perché senno di che cosa stiamo parlando, di " Plastica ". Un Saluto.
“ Questo dimostra che la plastica non è di per sé il problema, „
Lo è.Eccome se lo è.
“ al di là delle problematiche legate all'eventuale tossicità di quel materiale „
Eventuale tossicità?Prova a metterlo sul mercato. Francamente siete degli inguaribili ottimisti. Propositi condivisibili certo.Ma,ahimé,inappliccabili. Ripetita iuvant. Quanti immigrati clandestini vi sono in Italia? Pensate che questi si dispongano alla raccolta differenziata? Ma se non la fanno gli Italiani.Almeno non quando sono fuori dalle mura domestiche. Andate voi anime candide a convincere il Paesi del "Terzo Mondo" a fare la differenziata? Applicate voi la tassa sui rifiuti a chi non ha redditi?Dove pensate che finiscano i rifiuti degli invisibili? Ditemi,come pensate di intervenire per eliminare le tonnellate di plastica che si riversano sui bordi delle strade? Aeroporto di Bergamo.Fatevi un giro nei dintorni.Una cloaca.Una discarica a cileo aperto.Plastica.Lattine.Vetro.Mozziconi.Cetini?Pieni sino all'orlo ed inutilizzabili? E come pensate di intervenire per evitare che i fumatori non cospargano il suolo dei loro rimasugli?Aumentando il prezzo delle sigarette?Responsabilizzando il fumatore?Ma se nonostante le avvertenze in merito ai rischi sulla salute questi non demordono,cosa si può fare?Chiudergli la bocca? Con multe salate?Già la nostra Giustizia ha tempi bilblici,aggiungiamo anche il reato di inquinamento da mozzicone et voilà.Les jeux sont fait.Paralisi totale. Ditemi,con cosa suggerite di sostituire la plastica?Con il vetro?Con la stoffa? Ditemi,siete in condizione di vietare al cliente l'acquisto delle acque in bottiglie di plastica?Eppure l'acqua del rubinetto è potabile.O dovrebber esserlo. I vostri interventi sono infarciti di se,se,se,se.Anche se comprensibili.Ma indicate soluzioni che,francamente,sono ingenue. Responsabilità condivisa?Da chi?Come pensate di convincere l'inquinatore seriale?Con il catastrofismo prossimo venturo?Sai che timore. Ma qui,tout se tient.Non è concesso questo e quello.Vale la logica del aut-aut.O questo o quello. No.Quando si produrrà "plastica" che si dissolve e si integra con l'ambiente avremo risolto una parte del problema. Ne resteranno altri,numerosi,da affrontare. E per favore:uscite dal recinto.In quel paese,in quella Valle,in quel posto........ La realtà è complessa.
@ T. Che ci siano tanti altri problemi da affrontare è normale, senno che vita sarebbe, penultima tua riga. Guarda che da parte mia non sono per niente dentro un recinto, ultima riga. Per ultimo abbiamo detto che cominciare a " sostituire " la plastica è un buon inizio, nessuno di noi ha detto di avere la bacchetta magica. Un Saluto, di Vetro, quello vero.
“ Per ultimo abbiamo detto che cominciare a " sostituire " la plastica è un buon inizio, „
Con cosa? A quale prezzo? Si indicano esperienze e comportamenti efficaci ma che sono possibili in ambienti"chiusi" e facilmente controllabili. Ma il mondo non è chiuso.E' aperto e complesso.Non è riducibile ad un Paese,una regione,un villaggio o un' isola felice. Ai "dannati della terra" non puoi proporre od imporre le tue soluzioni.Sono inapplicabili.E sarebbe un'ulteriore violenza. Uno sguardo alle discariche dove si aggirano i mendicanti delle periferie,spazza via ogni pretesa di universalità. Ma veramente pensate di "costringere" gli occidentali a portarsi appresso il flacone ricaricabile del detersivo?Suvvia. Pessimismo?No.Sano realismo. Scusate,quanti rasoi usa e getta si producono ed utilizzano giornalmente?Che si fa?Ci si rade una volta all'anno? Condivido,ovviamente,la necessità di mitigare l'impatto ambientale dei ns stili di vita.Ma chi comincia?I dotti.gli analisti,gli esperti ripetono all'unisono: i consumi ristagnano.Si deve incentivare la crescita.Stimolare la spesa personale.Ma avete guardato dentro i carrelli della spesa nei centri commerciali? Quante persone prendevano l'aereo per spostarsi qualche decennio orsono? Oggi si permettono comparsate giornaliere in questa o quella città.Partono al mattino e rientrano alla sera.Mordi e fuggi.Ma qualcosa in giro lasci.E' il benessere bellezza. Decrescere?Non lo so.Ma ritengo sia utopico.
@Taralluccievino, hai mai provato ad andare a vedere come si comportano i norvegesi nel loro Paese? Eppure sono i discendenti di quei Vichinghi che all'epoca erano considerati barbari, rozzi e incivili. In altre parole, ci si può civilizzare, ma bisogna volerlo; è troppo comodo tirare i remi in barca dicendo che tanto non cambierà nulla. Se
“ in quel paese,in quella Valle,in quel posto „
la cosa funziona, quel paese, quella Valle, quel posto vanno analizzati per capire perché accade questo e, magari, cercare di imitarli. Se al posto di Valle di Fiemme avessi scritto Val di Non, Trento città, Bolzano o Valle Aurina la cosa non sarebbe cambiata di molto; se una regione intera riesce ad essere meno disattenta rispetto a queste problematiche, perché la stessa cosa non dovrebbe poter accadere in altre regioni dello stesso Paese? E ti assicuro che poveri e senza tetto non mancano nemmeno qui, come non mancano gli immigrati clandestini (e te lo dice un emiliano trapiantato prima in Veneto, poi in Trentino); non parliamo poi del numero di turisti che, beninteso, non sono più d'élite come alla fine dell'800, è turismo di massa, quello che senza un minimo di esempio e di controllo ti ridurrebbe i boschi trentini come le residue spiagge libere dell'Adriatico o del Tirreno. Esempio e controllo, ancora una volta la carota ed il bastone; e a quanto pare funziona, ma bisogna volerlo! Qualche "sbavatura" c'è ovviamente anche qui, ma si cerca di risolverla. Ma anche ragionando in termini di solo profitto, prova a pensare che attira molto di più l' "immagine" di un'intera regione che quella dei "Bagni Maria" e chissenef.... di cosa c'è intorno! Nonostante tutto, anche l'imprenditoria è riuscita a costruirsi una mentalità diversa, da queste parti; in questo non è ancora al top, ma nemmeno al palo come nel resto d'Italia. Quello che il consumismo e la globalizzazione hanno fatto crollare è quel "senso di appartenenza" ad una comunità di persone anziché solo a sé stessi, che oggi viene demonizzato come "populismo" o "sovranismo" (ok, se mal guidato dall'alto lo è), ma che in realtà era la vera forza dei più deboli ed allo stesso tempo la loro coscienza civica.
@Taralluccievino Hai sollevato punti molto validi e realistici, che non possono essere ignorati. È vero, il mondo non è un sistema chiuso, e soluzioni che funzionano in contesti " felici " e controllati spesso non sono replicabili nei luoghi dove la sopravvivenza stessa è una lotta quotidiana. Proporre o imporre soluzioni universali a chi vive nelle periferie del mondo, tra discariche e povertà estrema, rischia di essere non solo irrealistico, ma anche eticamente discutibile.
Detto questo, non si tratta di imporre regole impossibili, come chiedere a tutti di usare flaconi ricaricabili o di rinunciare a comodità come il rasoio usa e getta. Si tratta di iniziare dai contesti dove il cambiamento è possibile, riducendo gli sprechi dove abbiamo il privilegio di farlo e cercando alternative che possano essere gradualmente adottate su scala più ampia.
La questione della crescita economica, del consumismo e del benessere è centrale. È vero, siamo incastrati in un sistema che incentiva i consumi, spingendo a comprare sempre di più per alimentare l'economia. Ma questo modello non è sostenibile all'infinito: già ora stiamo vedendo gli effetti devastanti su risorse, ecosistemi e clima. Decrescere potrebbe sembrare utopico, ma forse non si tratta di "decrescere" nel senso di rinunciare a tutto, bensì di " crescere diversamente ": migliorare la qualità della vita senza necessariamente aumentare la quantità di consumo.
Non possiamo ignorare i dannati della terra o i carrelli pieni dei centri commerciali, ma possiamo iniziare a lavorare su una transizione lenta e consapevole. Non sarà perfetta, non sarà universale, ma ogni passo verso un modello più sostenibile conta. Come dici tu, mitigare l'impatto è necessario. Non sarà facile, ma ogni rivoluzione inizia con piccoli cambiamenti. E magari, guardando avanti, potremo trovare un equilibrio tra benessere e sostenibilità.
@Daniele Ferrari Hai toccato un punto fondamentale: il cambiamento è possibile, ma richiede volontà, esempio e controllo. I norvegesi, che hai citato, ne sono un esempio lampante: una comunità che, partendo da una storia di rozzezza e violenza, è riuscita a civilizzarsi e a costruire uno dei Paesi più attenti alla sostenibilità e alla qualità della vita. Non è stato un miracolo, ma il risultato di un processo lungo, guidato da valori condivisi e da politiche concrete.
Hai ragione anche a dire che luoghi come il Trentino dimostrano che si può fare, persino in contesti con turismo di massa e sfide simili ad altre regioni d'Italia. La chiave è quel mix di "carota e bastone" che citi: esempio, controllo, incentivi e sanzioni dove serve. Ma, soprattutto, è il senso di appartenenza che fa la differenza, quel legame con la comunità e il territorio che dà valore alle azioni di ognuno e che purtroppo sembra sempre più assente in molte parti del mondo.
La globalizzazione e il consumismo hanno spinto verso un individualismo sfrenato, riducendo l'importanza della comunità e del bene collettivo. Ripristinare quel senso di appartenenza non è populismo, ma un modo per ridare forza e coscienza civica alle persone. Non si tratta solo di imitare i modelli di successo, ma di adattarli e farli funzionare ovunque. Se funziona in una regione, può funzionare anche altrove, a patto che ci sia la volontà di provarci e di investire nel cambiamento.
È troppo facile arrendersi e dire che " non cambierà nulla ". Il vero cambiamento richiede fatica, ma come dimostrano i tuoi esempi, è possibile. Bisogna volerlo davvero e smettere di cercare scuse per non agire.
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