user206375
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inviato il 20 Dicembre 2021 ore 9:07
Felix, illuminaci allora. Ammetto di non aver capito. Nelle tre opzioni che elenchi affermi sempre che "viviamo" una finzione virtuale. Ma anche se così fosse cosa cambierebbe? L'esistenza di un pesce in acquario è meno reale di quella di un pesce in mare aperto? Hai mai preso sostanze psichedeliche? Reale o non reale tanto ti ritrovi sempre a combattere con i "mostri" della mente. Repulsioni, desiderei, illussioni ecc. ? |
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inviato il 20 Dicembre 2021 ore 9:15
Erba gatta. |
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inviato il 20 Dicembre 2021 ore 12:10
Non posso. |
user126294
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inviato il 20 Dicembre 2021 ore 12:13
Vorrei |
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inviato il 20 Dicembre 2021 ore 12:51
“ Quanto c'è di reale nella realtà che ci circonda  ? „ anni fa me le facevo pure io ste pippe, dopo lunghi maneggi il risultato erano solo profonde occhiaie seriamente, comprendo ma non porta a nulla, é un modo diverso di trovare conforto per il giorno della nostra dipartita, uno si racconta la storiella che tutto é una proiezione del proprio io, oppure di qualche esotico nome indiano, e ci si rasserena per la paura di scomparire per sempre, le dinamiche sono sempre queste come per le religioni monoteiste chissà perché non c'é una religione che ti dica semplicemente di comportarti bene e poi scompari e basta, chi casso sei da pretendere qualcosa, sei già fortunato che dal nulla hai avuto un'opportunità, tutti uguali, vi si da na mano e pretendete il braccio, io fossi Dio o chi per lui non darei la vita eterna a nessuno, devono scomparire tutti |
user214553
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inviato il 20 Dicembre 2021 ore 13:16
Un giorno l'imperatore Janaka venne allertato dalla sua milizia: "mio imperatore, il regno è sotto attacco!" L'imperatore radunò le forze e partì per difendere il regno. Giunto al fronte si trovò schierato di fronte l'esercito più sanguinario di quel tempo, ed in poco tempo le truppe di Janaka vennero trucidate e l'imperatore fatto prigioniero. "Poiché sei di nobile nascita io ti risparmio o Janaka, ma sei bandito dal tuo regno, che ora è il mio". Così si espresse l'imperatore vincente. Janaka, che mai in vita sua ebbe modo di conoscere la sofferenza e la miseria, si ritrovò a vagare per lunghi kilometri nelle terre polverose e desolate sotto al sole cocente, con in spalla il dolore della sconfitta, della morte del suo popolo, con l'amarezza in bocca dell'umiliazione. Janaka patì la fame e la sete, poiché il tirannico imperatore promise la morte a chi lo avesse aiutato. Finalmente l'imperatore giunse ai confini del regno, e poco più avanti vi trovò un piccolo insediamento, dove veniva offerto del cibo ai mendicanti. Janaka si mise in fondo alla lunga fila, ma quando arrivò il suo turno in fondo al calderone non vi era più nulla, solamente l'incrostazione bruciata. E Janaka, che non conosceva la fame prima di allora, volle quel poco di zuppa bruciata da mangiare. L'imperatore, indebolito, prese la ciotola ma all'improvviso soffiò una raffica di vento, che fece cadere dalle mani tremolanti quel poco di zuppa nella polvere. "ahhhhhhhh". "Mio imperatore che cosa succede, è tutto apposto?" Così una guardia irruppe nelle stanze dell'imperatore. "Era solo un brutto sogno sire, non preoccupatevi". Ma Janaka, che era un filosofo, domandò alla guardia: " è quello vero (sogno) o è questo vero (veglia)?" La guardia andò dall'imperatrice: "mia signora, dovete vedere vostro marito, temo non si senta troppo bene". La moglie accorse, ma l'uomo ripeteva a tutti la stessa domanda: "È quello vero o è questo vero?". Dopo qualche giorno fu avvistato in città un saggio delle alture Himalayane in visita alla città, venne convocato a palazzo con la speranza che potesse far recuperare la ragione all'imperatore, poiché ormai per i sudditi era certezza: "Janaka è pazzo!". Il regnante porse la solita domanda anche al saggio, che poté leggere la mente dell'imperatore come fosse un libro aperto. "Oh Janaka, mentre versavate in condizione di miseria, morte e sofferenza, era questo vostro lussuoso regno reale?". "No, non lo era", rispose Janaka. "Ed ora che siete qui, attorniato dalle vostre guardie, dal potere e dall'amore dei vostri cari, è quella condizione di morte e miseria reale?". "No, non lo è". "Allora sire, in questo caso, ne quello (sogno) ne questo (veglia) è reale". "Non vi è quindi nulla che sia reale?", chiese l'imperatore. "Oh Janaka, mentre il vostro regno veniva sconfitto, eravate voi coscienti di ciò, eravate li?". "Si certo, ne ho avuto esperienza". "Ed ora oh Janaka, qui nel vostro regno all'apice della magnificenza, siete voi coscienti di ciò, ne avete esperienza?". "Si, certo, non posso negarlo". "Allora sire, in questo caso, ne questo ne quello è reale, ma la Realtà sei Tu!". Tat tvam asi. |
user203495
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inviato il 20 Dicembre 2021 ore 13:24
Tu sei reale? |
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inviato il 20 Dicembre 2021 ore 13:32
Codeste considerazioni di filosofia teoretica hanno una implicazione pratica? In caso affermativo l'attuazione sarebbe… ? |
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inviato il 20 Dicembre 2021 ore 14:05
“ Non posso. „ Motivo per cui non puoi? |
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inviato il 20 Dicembre 2021 ore 14:25
John una valenza la storiella c'é l'ha, é nelle ultime parole, che poi é la posizione della scuola di Copenhagen, la differenza é che la religione ti dice di credere, la scienza non chiede fiducia, dimostra che é così in ambito matematico e sperimentalmente |
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inviato il 20 Dicembre 2021 ore 14:25
@ Lomography Concordo e aggiungo: la masturbazione mentale porta alla cecità cerebrale. |
user214553
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inviato il 20 Dicembre 2021 ore 14:54
@ john La Filosofia (sia chiaro, visione personale) è la conoscenza discriminante del saggio. È la Conoscenza catartica e liberatrice, quindi essa stessa è Conoscenza Realizzativa. La Filosofia designa anche la natura dell'Assoluto. Nella sua accezione metafisica si riferisce alla conoscenza che trascende il rapporto soggetto-oggetto e che, essendo essenzialmente non-duale, si identifica con il Sé o l'Assoluto stesso. Nella sua accezione generica, vi sono vari tipi di filosofia in relazione al contenuto, alla condizione coscienziale del soggetto conoscente, alla sfera d'azione. Quindi, la Filosofia è Conoscenza. Il suo fine non può e non deve essere quello "discorsivo" che viene sospinto dalle cattedre universitarie. La Filosofia era, deve essere e sempre sarà Conoscenza Realizzativa. Quindi, per essere chiaro; la Filosofia ha il fine di risolvere-trascendere la situazione di incompiutezza-schiavitù-sofferenza umana. Ha il fine di Realizzare la natura eterna ed auto-esistente dell'Essere. Inoltre, "queste considerazioni" non sono affatto teoriche, ma si fondano sull'indagine pratica di ciò che si è, e sull'esperienza umana. |
user206375
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inviato il 20 Dicembre 2021 ore 14:55
Quindi o è tutta scienza o sti cazzi. A saperlo prima. Penso a quei poveri monaci buddisti..... invece di meditare dovevano aspettare la fisica atomica e subatomica. poracci Lomography 20 Dicembre 2021 ore 14:25 John una valenza la storiella c'é l'ha, é nelle ultime parole, che poi é la posizione della scuola di Copenhagen, la differenza é che la religione ti dice di credere, la scienza non chiede fiducia, dimostra che é così in ambito matematico e sperimentalmente |
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inviato il 20 Dicembre 2021 ore 15:23
Le ideologie religiose e politiche implicano il credere. La scienza il conoscere. Nel primo caso il credere è una imposizione. Nel secondo non c'è imposizione |
user214553
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inviato il 20 Dicembre 2021 ore 16:07
Finalmente il vecchio pentax si è accorto di essere troppo vecchio per fare il troll, ed è passato dal parlare dei muppets alle cose serie - anche se continuando a cercare lo scontro con tentativi futili e vani di offese personali, che non si addicono certo ad'un vecchio che saggiamente dovrebbe sapere di essere sulla via del tramonto, ed in definitiva dovrebbe già aver risolto certe istanze limitanti e corroboranti. Solitamente le religioni - in verità quelle di stampo teista e dualista - prevedono il credere, in quanto la conoscenza del dio teista può essere solo indiretta. Questo non è il caso del Darśana ortodosso del Sanatanadharma "Advaita Vedanta", il quale si fonda sull'indagine personale, sulla discriminazione tra spettacolo e spettatore, sulla riflessione in merito ai tre stati di coscienza - o per meglio dire, stati della mente - veglia-sogno-sonno profondo, ecc.; da questi discernimenti personali e che riguardano esclusivamente la propria sfera d'esistenza, si perviene a conoscere l'universalmente valido che è il Sostrato dei tre stati e del mondo empirico-fenomenico. Essenzialmente quindi, ciò di cui parlo è conoscenza; è una conoscenza diversa da quella che tu stai indicando - presuppongono - come l'unica possibile, in quanto quella empirica degli scienziati, si basa sul rapporto di conoscenza tra sogetto-oggetto, mentre quella di stampo metafisico - se sai cosa vuol dire - è comoscenza d'identità del Puro soggetto. Ma lascia che ti spieghi meglio: Gli empiristi considerano fantastici, evasivi e fuori della realtà i metafisici: questi a loro volta fanno rilevare a gli empiristi che stanno investigando e considerando assoluto un evanescente transitorio: non fanno in tempo a definire un dato che sparisce dalle loro mani come un miraggio nel deserto. Gli empiristi sono dei bambini che vogliono stringere nella loro mani l'aria, la nebbia che li circonda. Un vero metafisico, ponendosi da un punto di vista più sintetico e universale non può non comprendere l-empirico, mentre il più delle volte per ovvie ragioni, l'empirico non comprende il metafisico. Stiamo parlando di due momenti coscienziali diversi, e potremmo dire necessari per entrambi; gli empiristi hanno il loro da fare nel mondo dei nomi e delle forme, e forniscono il loro prezioso apporto. I metafisici sono sulla via della trascendenza del mondo dei nomi e delle forme. Sono due approci diversi, non per forza uno deve essere meglio dell'altro però. Ogni cosa a suo tempo. L'empirista ricerca all'infuori di esso, tramite il rapporto soggetto-oggetto. Il metafisico è impiegato nella ricerca della pienezza interiore, che non dipende da nessun oggetto esterno. Il metafisico sta svelando ciò che è universalmente, senza inizio, metà o fine, e lo svela dentro di Sé; l'empirista vorrebbe scoprire i segreti dell'atemporale, aspaziale e acausale, ma sbaglia approccio, cercando un'altro oggetto all'infuori del soggetto tramite un mezzo limitato che è la mente empirica-selettiva, che può concepire solo ciò che è finito. È una ricerca persa in partenza. Sul piano delle limitazioni, del relativo-contigente, comunque, l'empirico svolge egregiamente il suo compito, che d'altronde però, non potrà mai essere l'autorealizzazione definitiva, poiché è essenzialmente indagine del transitorio evanescente. Proviamo ora a comprendere quale significato recano parole come "fede" o "credo", poiché da come ne parli sembri attribuire una connotazione dispregiativo e limitante ai termini in questione. La certezza-fede, frutto di un'intuizione superconscia, costituisce il primo passo del sentiero spirituale. Questa certezza-fede trascende la stessa ragione. Non è necessario dimostrare con parole che noi esistiamo: ciò è un dato di fatto, è una certezza. Se il nostro corpo è un relativo allora deve esistere un assoluto da cui esso possa dipendere. Se esiste l'ignoranza deve necessariamente esistere la conoscenza, se esiste la schiavitù deve ovviamente esistere la liberazione. Tutto ciò non è una semplice credenza sentimentale, ma una dimostrazione intuitiva essenziale. La vera conoscenza porta con sé la fede! Se in noi non c'è questa convinzione evidenziale ( e la fede è un gradino elevato di riconoscimento inconscio), se in noi manca la fede o l'assenso alla nostra assolutezza e incondizionatezza, come possiamo muoverci verso la liberazione o reintegrazione? Avere questa certezza intuitiva significa penetrare lentamente nel dominio della pace perfetta. Il profondo riconoscimento dell'Esistenza Una o dell'Intelligenza che tutto illumina. Questa sola caratteristica spinge già verso il contatto con l'infinito, rende l'impossibile possibile. La vera acqua di vita è la consapevolezza che in noi scorre Sat-Cit-Ananda incausato, senza inizio, metà o fine. Certezza della via e devozione all'ideale liberatore e affrancatore vanno di concerto. Il riconoscimento di un tesoro fa nascere l'aspirazione e la devozione a conquistarlo. Laddove esso si trova, il nostro cuore si dirige devotamente. Non c'è essere umano che non sia devoto a qualche cosa: denaro, carriera, famiglia, ufficio, piaceri mondani, arte, scienza, etc. L'aspirazione è la fiamma che brucia tutte le scorie che impediscono lo svelamento del Sè. "Śraddha" è la fede che aderisce per un atto deliberato di comprensione mentale alla Verità, quale è esposta dalle sacre scritture e dal proprio Guru; con la fede si perviene ad apprendere il Reale. Fra i mezzi che portano alla liberazione, la devozione o Bhakti occupa un posto elevato. Quella ricerca che attua l'aspirante per realizzare la sua propria vera natura, si chiama "devozione". A coloro che cercano la liberazione, la Śruti indica la fede, la devozione e la pratica della meditazione come le tre fonti di emancipazione. Quelli che vi si dedicano in modo persistente si affrancano dalla schiavitù del corpo grossolano che vive della forza dell'ignoranza. Non la ricchezza né le azioni meritorie né l'osservanza del semplice codice familiare, ma la fede, il discernimento e il distacco sono la forza risolvente che trascende la dualità. Distacco da ogni coppia di polarità: attrazione-repulsione, bene-male, finito-infinito, manifesto-immanifesto, gioia-dolore, etc. Ogni polarità non è altro che "respiro" cosmico che nasce, cresce e si trasforma. Il distacco dal processo trasformante dualistico porta al Centro-Principio-Assoluto. Il "respiro" è composto di un'intercondizionalità e compresenza di trascendenza e immanenza, di non-essere sostanziale e di essere, di processo-divenire (quale moto ellittico) e di immobilità, quale moto roteante su sé stesso. Al di là di tutto questo arcobaleno coscienziale esiste il sostrato onnipresente, onnipervadente, inafferrabile dalla logica razionale che, pur influenzando ogni evento duslistico, rimane indifferente. Esso è un potere di presenza, irresistibile, impersonale, ma fuori di ogni fare e di ogni intenzione particolare. Il mondo dei nomi e delle forme contingenti o "samsara" e l'aformale non-manifesto o "nirv?na" sono due aspetti dell'Uno-senza secondo, dell'Assoluto incausato, dell'Atman quale centro dell'intero essere non-agente. Chi è riuscito a distaccarsi dalla morte come dalla stessa vita, si pone nell'incommensurabilità del Centro. La dinamica della fede e del distacco implica profonda discriminazione, ritiramento da ogni periferia, comprensione della propria spazialità psicofisica e conoscenza delle leggi che regolano il giusto rapporto polare. Distacco non è né abbandono né rinuncia immotivata né inibizione né tantomeno fuga o evasione. |
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