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inviato il 28 Aprile 2019 ore 14:34
qui ho scritto qualcosa io, ma quel libro leggilo. 2500 anni dopo l'inizio di Buddha Prefazione Esistono centinaia di sette buddhiste attive, cui milioni di persone fanno riferimento. Per molti buddhisti è importante la pratica, la recitazione, la preghiera, la condivisione. 1 Più o meno, per me vale la stessa cosa ma non appartengo ad alcuna scuola particolare di buddhismo, né tanto meno, sono interessato a trovare quella che potrebbe essermi più congeniale. La pratica, per me, è semplicemente vivere. Vivere significa avere l'opportunità di esercitare la pratica buddhista. Per me dire vivere o dire esercitare il buddhismo non fa differenza. Eppure non sono un buddha, non sono arrivato ai massimi livelli possibili. Sono pieno di difetti e compio azioni disdicevoli che mi allungano il percorso al raggiungimento della meta di ogni buddhista, ma sono sufficientemente dentro la buddhità, questo lo so, e ragiono in modo buddhista su molte cose e per la maggior parte della giornata. Questa è la mia pratica. La recitazione, dei mantra o delle scritture, la esercito anche questa in un modo personale. Per me la recitazione dei mantra consiste semplicemente nell'emissione di suoni, ti espressioni vocali, quando ne sento il bisogno e mi sembra il caso. Esercito i mantra anche nella musica, che pratico a periodi alterni ma che sempre è nei miei pensieri, di nuovo al mio modo e non in modo rituale. Per me la recitazione equivale anche alla discussione, al ragionare con altre persone di argomenti della vita, di quegli argomento che non sono 2 preconfezionati e terminano in 4 battute. Parlo degli argomenti su cui si potrebbero intavolare discussioni molto lunghe e sui quali ciascuno porta il proprio pensiero profondo e si resta aperte e recettivi, per esprimersi e capire, quegli argomenti che ad alcuni danno fastidio o fanno paura. La preghiera invece è una pratica che non attuo, questo perché non è adatta a me, la trovo piuttosto inefficace. Non credo che le cose possano migliorare pregando e quindi dedico il tempo più ad altro. Fondamentalmente, della preghiera io non sento il bisogno, ma non biasimo chi invece prega. La condivisione, anche quella, è parte della mia vita ed è fortemente legata a quello che io considero molto importante nel buddhismo. Quindi il mio essere buddhista e praticare il buddhismo, si esplica per lo più tra persone che non si dicono buddhiste, questo può sembrare strano, ma per me non lo è affatto dal momento che sono nato e vivo in Italia. In un certo senso, potrei essere definito “buddhista per caso”. Io non ho cercato il “buddhismo istituzionale”. Nato nell'area cattolica in una famiglia non praticante ho cominciato a pensare 3 che erano molte le cose che non mi convincevano nella religione geografica, cioè quella in cui sono nato. Una volta battezzato si è pensato di farmi fare la comunione molto presto, a 7 anni, come è d'uso in Italia farla fare prima della cresima, nonostante la cresima sia un sacramento minore rispetto alla comunione, poiché la comunione è il momento in cui il cristiano sceglierebbe di essere parte della comunità cristiana. Io a 7 anni non ho deciso e credo non avrei potuto decidere proprio un bel niente, ho fatto semplicemente quello che mi è stato detto di fare. Non voglio criticare la comunità cattolica in sé, ma reputo × perpetuare questa anticipazione della comunione all'infanzia, per sperare di carpire in modo quasi coercitivo un altro cristiano, quando ancora non è in grado di scegliere se vuole veramente essere parte della comunità cristiana mediante il sacramento della comunione. Una volta non era così, la comunione coincideva con l'età adulta. L'eucaristia (comunione) rappresenta fonte e culmine della vita ecclesiale mentre la cresima è la conferma del significato del battesimo. Nel 1215, il Concilio Lateranense IV spostò l'eucaristia ai 12 anni. Nel 1910 Pio X la anticipa a 7 anni e tutt'ora è possibile farla a quell'età. 4 Nonostante questo ho sempre avuto interesse per la conoscenza scientifica e spirituale, per la ricerca della verità. Ho cominciato a farmi alcune idee su come vanno le cose del mondo, sui significati della vita, sia in senso spirituale sia in senso scientifico. Darwin per me è certamente una figura di riferimento con la sua teoria dell'evoluzione della specie. Ho consolidato molte questioni buddhiste in connubio con la teoria di Darwin. Un giorno ho letto un libricino che trattava del buddhismo e mentre lo leggevo ho cominciato a pensare, “allora non sono solo, non sono solo io a pensarla così, c'è addirittura tutto un pensiero comune dedicato a queste cose che sento e che cerco, e si chiama buddhismo!”. Ovvio che dopo 2 millenni e mezzo molti avevano messo i puntini sulle i e ho trovato alcuni miei pensieri lacunosi e parziali, concretizzati e identificati in modo ben preciso da secoli di buddhisti, che si sono preoccupati di identificare le parole, i concetti, per meglio esprimere gli argomenti più cari e importanti che riguardano il buddhismo. Leggendo un po' sul buddhismo mi sono trovato a meditare sui precetti, cioè su alcuni fondamenti che permettono di avere più chiara la comprensione delle cose. 5 Inizialmente i precetti potrebbero sembrare slegati tra loro, nonostante ci si possa rendere conto di quanto siano valevoli. Poi, ad un certo punto ho capito che erano tutti quanti uno legato all'altro, cioè dopo averli interiorizzati uno ad uno li ho capiti tutti insieme. È stata per me un'esperienza meravigliosa, un illuminazione che mi ha dato un grande gioia. Capirli tutti insieme, cioè uniti e legati l'uno con l'altro è stato come capire tutto quanto di più importante ci sia da capire in un solo momento. Sono passati parecchi anni da quel giorno e mi sento sempre stabile nel buddhismo, non è mai venuto meno, ci sono sempre dentro e se penso ad alcuni periodi tristi e bui della mia vita non posso che provare compassione per tutta l'umanità, per tutti coloro che attraversano la sofferenza nel processo di cercare la verità. Ricordo quando non riuscivo mai a trovare una spiegazione convincente alle mie domande e quando in alcuni momenti ero davvero a livelli di sofferenza elevata. La mia, quella della ricerca della verità, era una vera ossessione, e tutt'ora sto sempre attento alla ricerca della verità, ma la differenza è che adesso mi posso interrogare sui dettagli, mentre nei miei periodi oscuri mi domandavo anche le 6 questioni fondamentali. Tanto per dare esempio, domande del tipo “che senso ha vivere e morire”, “perché c'è tanta sofferenza nel mondo”, “perché io provo tanto dolore”, ecc... Queste domande fondamentali non ci sono più, ho trovato delle spiegazioni nella mia crescita personale. Restano comunque altre domande, altre cose più piccole, comunque importanti. È utile trovare risposte per meglio capire e per crescere ancora. 1. La compassione e la non esistenza dell'io Parlando di buddhismo forse per prima cosa vorrei dire della compassione e della non esistenza dell'io. Questo mi riporta subito al fatto che ciascuno si ritrova con la propria esperienza e con un certo stato d'animo che fa parte della sua vita. Sulla non esistenza dell'io c'è poco o molto da dire, se ne potrebbe fare 7 estrema sintesi, ma poi la comprensione sarebbe troppo equivoca, anche in considerazione che solo a nominare la non esistenza dell'io qualcuno potrebbe spaventarsi o pensare al non senso. In sintesi la non esistenza dell'io significa che quell'io definito, individuale e a sé stante in realtà è solo un'illusione e non esiste. Basta la sintesi? Forse no. Allora ne parlo più discorsivamente: Noi sin da piccoli, impariamo la nostra individualità. Questo accade per un motivo evolutivo preciso, che è inerente alla sopravvivenza individuale. Così il bambino piange se cade e si sbuccia le ginocchia, se ha fame, anche da neonato. Quindi si sviluppa fin dall'inizio della vita l'idea dell'io, soprattutto in funzione delle sensazioni sgradevoli. La natura ha fatto si che si accendano le lampadine della fame, del dolore, così che il neonato possa richiamare l'attenzione materna con il pianto, o che l'adulto si nutra. O 8 ancora che il piccolo faccia attenzione a non farsi male, e ogni volta che questo accadrà, cioè ogni volta che maltratterà il suo corpo, gli sarà inflitta la “punizione” del dolore, così che possa imparare a stare lontano dai pericoli e possa conservarsi. Quindi, questa definizione dell'io, così scolpita dalla natura, non solo umana, sembrerebbe cosa buona e giusta, e certamente lo è. Solo, così come “buono e cattivo” sono semplificazioni fanciullesche che il piccolo crea per le sue scelte elementari, così quella dell'esistenza dell'io è una illusione atta alla sopravvivenza. Questa credenza funziona, anche per altri animali e non solo per l'essere umano, ma nella prospettiva della crescita, dell'evoluzione verso la buddhità, rappresenta un limite se non è riconosciuta per quello che è, appunto: una semplificazione. È cosa che serve all'infante tale semplificazione, nell'adulto ha ormai fatto il suo tempo, e l'adulto deve adeguare la sua visione del mondo se vuole essere tale. Le semplificazioni non portano alla comprensione più ampia ma possono 9 essere utili alla sopravvivenza. Un bambino può non avere ben chiaro per quale motivo non deve accedere alla strada ma deve limitarsi al marciapiede, ma è sufficiente per lui sapere che il marciapiede va bene, mentre la strada no. Come fa a saperlo? Glielo ha detto la mamma. Quindi sarà la semplificazione marciapiede SI strada NO, marciapiede buono, strada cattiva. Non importa. Lo scopo della sopravvivenza relativa al periodo del bambino è stato raggiunto ed esempi di questo tipo se ne possono trovare moltissimi. Poi, se riflettiamo sulla questione da adulti, sappiamo bene che non c'è un tutto SI e un tutto NO ma ci sono mille sfumature. La strada va attraversata e ci sono strisce e semafori che permettono meglio di farlo. La strada può essere percorsa dall'interno con un'automobile o un mezzo pubblico, ecc... Quindi non è tutto nero o tutto bianco, la realtà è ben diversa da quella instillata dalla mamma e appresa dal bambino. Tornando all'io, sappiamo che si tratta di una semplificazione per molti motivi, per esempio, sappiamo che esiste il piacere della condivisione, l'esistenza della parentela, ecc... tutte cose che non hanno nulla a che fare 10 con un io separato ed egoistico ma che vanno in direzione dell'estensione di noi stessi, eppure può accadere che restiamo invischiati nella semplificazione dell'esistenza dell'io tanto da credervi in modo quasi unico e totale. Non è così, l'io è solo la semplificazione, è l'approssimazione che fatalmente diventa errore. Tanto più andiamo nella direzione della compassione e tanto più ce ne renderemo conto. Questo l'io in realtà non esiste poiché la nostra essenza è qualcosa di esteso. È estesa ai nostri genitori, che siano vivi o morti, è estesa ai nostri parenti. È estesa ai nostri amici, ai nostri conoscenti e alle persone che incontriamo. È estesa agli oggetti, talvolta in modo addirittura pubblicamente riconosciuto, come per esempio quando si tratta dello strumento musicale che è appartenuto ad un grande musicista estinto. Diamo a quello strumento musicale un valore notevole, talvolta magico, come se quel musicista potesse in qualche modo essere ancora vivo come noi per l'esistenza del suo strumento tra noi. Quello strumento che lo 11 ha accompagnato tanti anni nella sua vita. Perché in effetti, è proprio così, quello strumento è veramente un'estensione di quel musicista. Noi e i nostri rapporti con gli altri, noi e i nostri oggetti, le cose che facciamo, le persone e gli animali che amiamo. Questo “essere io” non ha alcun significato se è estrapolato dal contesto più ampio dell'umano, nonostante possiamo sentirci “tutti noi stessi”. Anche se si trattasse dell'individuo più isolato al mondo, questo avrebbe antenati che gli somigliano, da cui deriva. Non esiste l'io così isolato perché discendente dal resto. Si introduce quindi, con la nostra non esistenza dell'io, sia il pensiero per comprendere quale sia la nostra vera età (non limitata a quella anagrafica), sia la compassione, cioè la comprensione dell'altro. Capendo che l'io ristretto è un falso, si comprende l'estensione vasta al resto e quindi si comprende come la limitatezza della durata della nostra vita sia anch'essa un errore, conseguente all'ostinarsi di pensare all'io, o meglio, del modo di pensare che riconduce all'io. In realtà, sapendo che non abbiamo una recinzione che ci rende monadi, 12 (completamente isolati), sappiamo che il termine dell' “io”, inteso come individualità, non corrisponde a ciò che realmente siamo, poiché la nostra estensione e non la nostra individualità ci rende per quello che veramente siamo. Quindi anche una volta morti, non possiamo dirci completamente svaniti, poiché di noi prosegue molto, nelle idee, nel pensiero, tra i nostri amici e conoscenti. Dobbiamo immaginarci tutti come degli insegnanti che cedono il loro sapere, o se si preferisce, il “proprio modo”, a tutti coloro che incontriamo. L'esempio dell'insegnante è adatto, perché tutti noi possiamo dire di essere formati anche da un nostro maestro che ci ha lasciato qualcosa durante il nostro apprendimento. È come se trasudassimo in continuazione noi stessi agli altri e gli altri facessero la stessa cosa. Possiamo paragonarci a vari ortaggi dentro una pentola che bolle, carote, patate, cipolle, scalogni, finocchi, pomodori. Una volta rimossa la carota, gli altri ortaggi continueranno a sapere anche un po' di carota, continueranno ad assorbire il brodo comune in cui della carota un po' è 13 rimasto il sapore. Allo stesso modo, morendo, non siamo completamente dissolti perché di noi rimane quanto abbiamo dato, quello che siamo stati, nel bene e nel male ovviamente. E non dobbiamo solo pensare alla trasmissione dei nostri più raffinati pensieri, tutto passa di noi, non solo quello che vorremmo lasciare ai posteri, anche le cose più impensate, come il nostro modo di grattarci la fronte o la nostra espressione di stupore, in piena osservanza del precetto della causalità/effetto, dove tutto, ma proprio tutto, anche un semplice respiro, interferisce con il resto dell'universo. Si potrebbe pensare che tutto ciò è inutile per colui che muore, poiché non abbiamo più nulla se non abbiamo la memoria, il ricordo, l'intelligenza, la consapevolezza, la coscienza. Questa è una preoccupazione legata all'ego, cioè all'ignoranza di non considerare la nostra vera identità di esseri estesi. Dipende dal fatto che diamo un enorme valore ad alcune cose. A quelle cose che hanno un valore fortemente legato all'io, e come poteva essere diversamente? Vorremo restringerci alla nostra intelligenza, 14 consapevolezza, coscienza, piuttosto che riconoscerci nella nostra reale estensione. La memoria storica della singolarità umana ha un valore che normalmente riconosciamo come non fondamentale, (quando non si tratta della nostra), anche se su questo pensiero forse non ci siamo mai soffermati. Qualcuno forse soffre particolarmente perché non conosciamo la memoria di un contadino del tempo di Aristotele? Forse solo lo storico di professione, per motivi specifici. Quanto più ci interessa è invece il pensiero collettivo, il senso delle idee, gli usi, la storia di quel periodo nell'Antica Grecia, che ci arrivano anche attraverso gli scritti greci e attraverso ricerche geologiche che ci permettono di capire come vivevano i contadini di allora. Vediamo quindi quale sia il reale significato dell'io guardando ai tanti io del passato, dispersi, diluiti nella storia, in una memoria collettiva archiviabile e studiabile. Allora in questo caso, è più chiaro come l'intelligenza, la memoria, la consapevolezza, siano da considerarsi della complessità umana, del 15 popolo dell'Antica Grecia per esempio, e non nel singolo individuo, (individuo che solo per una questione cronologica non siamo noi). Questa complessità umana, non è null'altro che l'estensione di ogni singolo individuo, di allora, che aveva rapporti con gli altri individui, che generava il fenomeno della causa-effetto con le proprie azioni che si riversavano nella collettività interagendo nell'estensione di ogni individuo fino all'annullamento del significato individuale ma abbracciandone uno esteso, ampio, di cui tutti fanno parte, esattamente come sta accadendo adesso con ciascuno di noi. (Rileggere attentamente e lentamente questo ultimo periodo perché un po' complesso). Dicevo che è semplice comprendere la non esistenza dell'io mettendo in atto la compassione, ascoltandola, registrandola. È sufficiente vedere qualcuno che prova una sofferenza, anche se fosse assolutamente fuori dai nostri parametri, e pensare a quello che l'altrui sta provando, comprenderlo (anche senza capirlo realmente), riconoscere la difficoltà, 16 anche se su di noi quella causa di sofferenza potrebbe essere irrisoria e ci scivolerebbe via come niente fosse. Esercitando la compassione l'io si dissolve, perché vediamo la realtà. Si pensi per esempio ad un bimbo che muove i primi passi e cade per terra. Questi si mette a piangere, in realtà più per lo spavento, per l'imprevisto, per il fallimento, che non per il reale dolore di aver dato una sederata per terra dentro il suo pannolone. Proviamo a trasferire la stessa scena su di un adulto, sarebbe ridicola. Prenderebbe una sederata per terra, ammortizzata da una maxipannolone, ci rimarrebbe male per l'imprevisto e si metterebbe a piangere. Ridicolo dicevo, comico, ci metteremmo a ridere forse, una scenetta da teatro, una cosa grottesca e caricaturale. Allora come è possibile capire e avere compassione per quello che succede al bambino? Stiamo esercitando la nostra compassione che è un connubio di comprensione ed empatia. Stiamo considerando che il bimbo è diverso da noi e capiamo il suo disagio, la risposta a quel disagio, nonostante che noi reagiremmo in tutt'altro modo come adulti. Attiviamo le 17 nostre capacità di comprendere la diversità. Sottolineo a questo punto, la diversità dal nostro io (io che non esiste), perché in qualche modo noi siamo anche quel bambino per cui proviamo compassione. Ma essere “anche” quel bambino non prevede alcuna invasione di campo, non ci sostituiamo a lui, non prendiamo il suo posto, non rubiamo il suo spazio. Stiamo semplicemente esperendo la nostra estensione e pensiamo il vantaggio non in funzione dell'io egoistico ma dell'io esteso, se va male a lui, noi penseremo a come è possibile migliorare la situazione per fare andare meglio le cose a lui e quindi per stare meglio anche noi. Questa si, che è una migliore percezione della realtà che, come si può notare, è in direzione della dissoluzione dell'io. E non poteva essere altrimenti. È chiaro quindi che per provare compassione (che non ha nulla a che vedere con la pietà) non abbiamo bisogno di osservare gli eventi che accadono ad un nostro gemello. Possiamo invece avere compassione per esseri diversi da noi, umani o animali. In realtà facendolo stiamo usando noi stessi e ci stiamo espandendo. Stiamo accartocciando le false barriere 18 dell'io egoistico e ristretto e quindi lo stiamo annullando, semplicemente applicando la compassione. La cosa che è maggiormente straordinaria e che tutti possono avvertire, è la caratteristica dell'infinità della compassione. Non esiste un limite alla compassione, si espande in tutti i sensi. Possiamo avere compassione per la foresta Amazzonica e per i bambini denutriti dell'Africa, possiamo estenderla al passato, considerando gli stenti per vivere del nostro bisnonno o dell'ominide che ci ha preceduto, oppure al futuro, per i pronipoti nostri o dei nostri amici, che respireranno già piccoli un'aria più inquinata di quella che respirammo noi da piccoli oppure per qualsiasi altro motivo nefasto che prospettiamo per il futuro e per le generazioni che lo vivranno. Questo significa che con la compassione ci estendiamo non solo nello spazio ma anche nel tempo, mentre il nostro io si dissolve ancora più, sempre più, restando come un ricordo di un nostro tempo passato della nostra vita anagrafica, di cui avere compassione a sua volta, provando compassione per quel bambino piccolo che aveva un tale egoismo, atto a 19 farlo sentire sé stesso, e a difendersi dalle prime difficoltà nel percorso della vita, per poi crescere e allontanarsi da quella che era cosa buona e giusta in quel contesto di crescita ma che poi risultava involucro stretto per la continuazione. Quel bambino eravamo noi. Quel modo di bambino, l'aspetto egoistico di quel bambino muore, e anche questa morte in vita dice qualcosa inerente il buddhismo, riguardo il vivere e il morire, riguardo la catena del vivere e del morire che ci riguarda in continuazione (samsara), nonostante la nostra coscienza e memoria tenda a chiudere il cerchio solamente tra l'inizio e la fine della nostra età anagrafica. Diamo molto valore all'età anagrafica, all'inizio e alla fine della vita scritta negli uffici anagrafici, dimenticando che viviamo e moriamo in continuazione e questo flusso è la vera normalità e fa da conio a tutto il fluire del tempo che ci riguarda e che non è limitato al periodo del nostro io, poiché l'io è rimasuglio di una percezione infantile. Anche ora accade che muoiono molte cellule del nostro corpo, ad esempio 20 in qualche settimana le cellule del nostro intestino saranno tutte morte e rimpiazzate da altre che ancora non ci sono, non per questo diremo che tra qualche settimana non sarà più il nostro intestino. Invece molti pensano che alla fine del loro corpo, non saranno più loro. Eppure di esempi la natura ne offre molti per capire, per analogia, come il termine di un corpo, di una coscienza, di una intelligenza, di una memoria, sia legata solo alla morte dell'io, alla morte di una percezione fanciullesca quindi, e non al termine di un percorso che ha una lunghezza ben maggiore di una singola vita. La durata di una singola vita equivarrebbe alla pretesa di fare la gravidanza in un solo giorno. La gravidanza umana è ben più lunga, così, se occorre un determinato periodo di tempo per poter avere una nascita, allo stesso modo occorre un periodo ben più lungo per fare un percorso fondamentale che rispecchia i tempi dell'Universo, una sola vita anagrafica è quindi insufficiente. Chi vive nel buddhismo è abituato a ragionare in eoni, in periodi di tempo particolarmente grandi rispetto alle contingenze dell'oggi e del domani, o 21 rispetto alla prospettiva di una singola vita. Questo modo di pensare “alla grande” non avrebbe alcun senso se credessimo all'esistenza dell'io. In effetti coloro che credono all'esistenza dell'io talvolta, anche se anagraficamente adulti, si pongono al mondo come infanti e non riescono a dimostrare grandi capacità genitoriali, neanche quando hanno decine di figli. Come non provare compassione per loro? Come non provare compassione per l'arretratezza in cui versano nel percorso verso la buddhità, essendo ancora fermi a modus vivendi infantili pur essendo in età avanzata? Solo che nascondono la loro reale posizione di crescita interiore, con modi mascherati per credersi grandi, per credersi adulti nel loro percorso, nei casi in cui magari l'automobilina è diventata una vera auto sportiva (comunque un giocattolo), il vestito del supereroe è diventato la giacca e la cravatta di un uomo d'affari, in cui è tutto da verificare se è attivata la capacità genitoriale. Avere un'età anagrafica da persone mature non è la prova che l'estensione di sé mediante la compassione, è davvero maturata. Si può restare infantili, nel senso peggiore del termine, cioè 22 nell'assenza della propria crescita universale, anche essendo ormai diventati uomini e donne anziani. Alcune persone che ormai si apprestano al termine della propria vita hanno ancora forti attaccamenti a cose effimere, piuttosto che aver esercitato la propria espansione mediante la compassione. Verso la fine della vita, se anziani, il nostro io dovrebbe essere sempre più vacuo. Ci rendiamo conto di come lentamente sia meno prestante e poi vada a sfaldarsi, a funzionare sempre peggio. Sono, queste riduzioni della prestanza fisica, come dei suggerimenti ulteriori, che ci vengono forniti ancora e che servono per renderci conto di come realmente stiano le cose, per capire quanto sia errato credere all'esistenza dell'io in questa fase, in cui tutto l'io è in procinto di scomparire come tutti noi sappiamo. La vecchiaia, la sofferenza fisica, la malattia sono lì per dirci ancora una volta come stanno le cose e quanto l'esistenza dell'io sia un pensiero erroneo. Continua invece a lasciarci di buon umore, anche nella sofferenza fisica e psichica, la consapevolezza che la fase va si concludendosi, ma che nel frattempo ci siamo liberati della concezione infantile di un io ristretto e 23 abbiamo esercitato la nostra compassione espandendoci. Suscita compassione un anziano che ha trascorso il periodo di tempo della sua vita anagrafica fermo allo start della sua marcia o avendo fatto ben pochi passi avanti nel suo percorso universale. La conoscenza della non esistenza dell'io non deve necessariamente essere espletata in modo scritto o verbale perché essa esista. Anche persone umili, povere di linguaggio, possono essere arrivate a conoscere la non esistenza dell'io nella loro crescita, oppure essere arrivate piuttosto vicine alla conoscenza di tale errore di considerazioni, magari non traguardandola completamente. Mentre persone di vasta cultura generale, di grosse capacità specifiche e professionali che abbiano dato a loro stessi anche la possibilità di lauti guadagni economici e alte posizioni sociali, potrebbero essere molto lontane dal raggiungimento di questa conoscenza e vivere pienamente nella credenza dell'esistenza dell'io. Anche in questo caso, si noti come alcuni valori normalmente attribuiti, 24 (carriera, danaro) siano inutili nel raggiungimento di un traguardo universale. Non porteremo con noi queste cose al termine della nostra vita anagrafica. Si noti l'analogia con il significato che attribuiamo alla memoria, alla consapevolezza, e come queste risultino del tutto inutili dal punto di vista “ereditario”, nella prosecuzione del nostro cammino universale che passa le varie vite carnali come un podista attraversa sentieri, ponti, prati. La nostra consapevolezza, memoria, ecc... sono strettamente parte dell'io. Possiamo trovarci a considerarle estremamente rilevanti un po' come l'avaro è attaccato al suo sacchetto di danaro. Vorrebbe portarselo nella tomba, come se potesse servire a qualcosa. Questa percezione fanciullesca del portarsi con se i propri beni nonostante la morte, è legata all'io, alla credenza che esista veramente. Si noti la similitudine al nostro attaccamento per ciò che più sembra rappresentare il nostro io, cioè consapevolezza, memoria, ecc... Non ci servono nel nostro percorso, non passeranno dall'altra parte, se ne 25 formeranno di nuove esattamente come nuovi organi si formeranno per renderci adeguati ad una nuova vita carnale. Non sarà quello, che rimane di noi, non la memoria, perché non serve, anzi, sarebbe deleteria nel nostro percorso. Un accumulo di coscienza e di memoria ci devierebbe dal nostro percorso fatto di amore. Infatti, penseremmo che il sapere è più rilevante della compassione. Tenderemmo all'archiviazione della memoria diventando dei mega- computer con archiviazioni enormi e consapevolezze straordinarie, se alla nostra morte potessimo conservare la memoria, il sapere e la conoscenza, e ci reincarnassimo accumulandone una nuova, in una nuova vita, con gli accumuli di memorie e coscienze delle vite precedenti. Diventeremmo vita dopo vita dei veri mostri, fallendo miseramente come esseri umani. Anche se l'unica cosa che passasse alla nostra morte fosse quel minimo di memoria utile per avere cognizione di sé e coscienza, dopo qualche decina di passaggi saremmo tutti spostati sul versante cervellotico e filosofale dell'essere. Saremmo tutti persi in congetture metafisiche 26 perdendo completamente di vista la via per la buddhità che è il traguardo del percorso. La memoria e la consapevolezza sarebbero quindi un'eredità nefasta che ci porterebbero ben lontani dal percorso verso la buddhità. Quello che resta di noi quindi non può avere memoria, per necessità e non per caso. Non può avere consapevolezza come noi siamo abituati ad intenderla, sempre per lo stesso motivo. È la compassione che invece resta, ed è identica, uguale, la stessa che possiamo esperire ora in qualsiasi momento, e non c'è grossa differenza, se noi in questo momento siamo vivi o morti, per il traguardamento di questo obiettivo. Così la paura della morte è un'altra illusione, legata strettamente alla credenza dell'io. La paura del Nirvana, la totale dissoluzione nel tutto, è ancora un'altra paura derivata dalla nostra ignoranza, dal nostro attaccamento al ristretto, piuttosto che l'espansione di noi stessi nella compassione. 27 2. L'assenza dell'assoluzione Un buddhismo senza perdono potrebbe sembrare un modo di pensare crudele, freddo, non umano. In realtà ancora una volta si preferisce una direzione matura piuttosto che la vita da figli. Qualcosa di strano, si nota nella dizione di Padre e figli, inteso come dio e discepoli. Simile anche la dizione Pastore e pecore. In realtà il buddhista non ha un dio, quindi non ha un Padre o un Pastore, 28 e per lo stesso motivo non si rivolge ad un'entità superiore come figlio o come pecora. L'essere figlio o l'essere pecora in qualche modo include la legittimazione all'errore, la prevede fin dall'inizio, nella sua natura. Il figlio peccherà, combinerà qualche marachella, la pecora si smarrirà perdendo il gregge o da pecora nera, sarà deviante, polemica e bisognosa di perdono. Entrambi potranno fare riferimento ad un'entità superiore, che sia il Padre o il Pastore, che sia l'Immenso in prima persona o un suo intercessore. Per essere buddhista è necessario il rifiuto di una posizione di sudditanza, d'inferiorità, e questo potrebbe essere visto da alcuni come arroganza, presunzione, quasi innalzamento a credersi dio. L'equivoco può nascere proprio per la dualità padre/figli, così rimarcata in molte religioni. La pratica comune in molte religioni è quella di chiedere perdono a dio, talvolta in modo davvero metodico, con una sequenza di preghiere giornaliere. Il pensiero comune è che, è praticamente impossibile non avere peccati e quindi, anche non ricordando esattamente come e dove si 29 è peccato si chiederà il perdono, la redenzione, l'assoluzione, talvolta dopo aver espiato mediante una penitenza. L'assoluzione è qualcosa di grandioso all'occhio del credente. La natura umana è portata a peccare costantemente, ma dopo, l'assoluzione restituirà una nuova purezza e i peccati scivoleranno via, come se non fossero mai esistiti. Solo questa condizione permette di entrare in comunione con dio, e in alcune religioni di introdurre simbolicamente il suo corpo dentro di sé con l'ostia consacrata della comunione. Un buddhista invece non ha perdono. Chi è abituato a vivere usufruendo dell'assoluzione potrebbe domandarsi come possa fare un buddhista a sopravvivere, portandosi con sé un'infinità di sensi di colpa, poiché si dà per scontato che l'uomo pecchi, ma nel buddhismo non c'è redenzione e assoluzione. In realtà è vero, non è previsto il perdono, come è possibile dunque sopravvivere? 30 Considerando la questione da un punto di vista diverso, che è quello che segue: Un buddhista, non può negare la sua natura di essere umano. Anche questa considerazione fa parte della compassione, nel senso che un buddhista guarda a sé stesso con gli stessi occhi compassionevoli con cui guarda al resto del mondo. Un buddhista quindi prova compassione anche per sé, per le sue limitazioni, per i propri errori, o in una parola, per la propria natura. Tutto questo non significa affatto che si autocommiseri, significa invece che ha coscienza d'essere in un percorso e non al traguardo, poiché ha ancora da crescere, e il fatto stesso che debba crescere, sottintende il fatto che sia ignorante e migliorabile. Accetterà quindi quell'uomo che è lui stesso, così come accetta tutti gli altri, senza alcuna sostanziale differenza. Oggi la scienza e la tecnologia offrono possibilità molto più elevate rispetto al passato, per identificare una natura umana che fino a non molto tempo 31 fa era solo approssimata. I primi lumi in proposito li ha dati Charles Darwin, offrendo con l'evoluzione delle specie una serie di congetture logiche a dimostrazione della natura presente davanti ai nostri occhi, non solo di quella umana. Vegetali, animali, sia selvatici sia domestici, hanno trovato spiegazione logica nelle affermazioni di un uomo che pareva instradato alla vita sacerdotale cristiana per volontà e usi della sua famiglia. Lui invece sceglierà un destino diverso per sé stesso, arrivando a comprendere, dopo le molte intuizioni che dovevano essergli paventate davanti agli occhi, che tutto nella natura era interconnesso (il principio della causalità/effetto), e che le questioni non erano limitate a 6000 anni, come era d'uso credere nella sua Inghilterra cristiana di quei tempi, ma che le cose generali, che riguardavano anche noi si muovevano in periodi di tempi molto lunghi, esattamente negli eoni definiti nel buddhismo. In seguito quella che doveva sembrare come una bizzarra teoria ai più di quell'epoca, continua a trovare conferma oggi ogni giorno, all'accrescimento delle possibilità di dare validazioni scientifiche o anche 32 semplicemente logiche al pensiero di un uomo che provò a conoscere e capire passando per le potenzialità della sua capacità di osservatore e la sua applicazione della logica, anche se questa era ben lontana dal pensiero comune della sua epoca. È stato un lavoro di logica quello che ha portato alla teoria dell'evoluzione della specie, a cominciare dall'osservazione degli animali domestici che seguivano un'evoluzione particolare per le interferenze umane. Anche la considerazione dell'uomo, come animale derivato da una certa evoluzione deve per forza aver coinvolto Darwin in considerazioni ben diverse dalle canoniche di concezione cristiane, portandolo a pensieri intimi sulla natura umana che forse difficilmente prima erano stati formulati dagli uomini della sua Inghilterra. Lo stesso vale per ciascuno di noi, che voglia veramente guardare l'uomo nella sua natura di derivazione da un passato ben più lungo di quello biblico o in altri scritti religiosi. Con Darwin si innesca un pensiero che lascia le porte aperte allo studio approfondito che oggi porta alla considerazione dell'antenata Lucy, come ovvia conseguenza di una 33 conoscenza migliore del nostro passato. Non sono quindi 300 le generazioni che ci separano dal primo antenato come intuibile dalla storia biblica, ma sono 230.000 generazioni, padri e madri, solo per arrivare a nonna Lucy, e volendo continuare in senso retrogrado sono molte, ma molte di più. Il buddhismo si nutre più di conoscenza che di credenze. Ben contento anche il Dalai Lama, per le acquisizioni offerte dalla scienza e dalla tecnologia, riguardo al crearsi dell'universo, del bigbang. Un buddhista quindi non può che avvantaggiarsi e sposare logiche della teoria dell'evoluzione che sono oggi anche, sempre, e costantemente comprovare sul versante scientifico. Sarà un viaggio introspettivo quello della conoscenza umana e personale, si prenderanno in considerazione le proprie debolezze, la propria attitudine a fare cose che non sono giuste, non nella direzione della “via di mezzo” che porta alla buddhità, ma strade che invece girano intorno, poiché il percorso di ciascuno di noi è tutt'altro che rettilineo. 34 Quelle cose che non ci portano affatto alla buddhità ma semmai ci allungano la strada per raggiungerla, non saranno né negate, né demonizzate, ma saranno accettate nella consapevolezza della nostra natura, del nostro karma, del come siamo in questo determinato momento. Quindi non c'è peccato, nonostante non ci sia completa rettitudine. Qualora si compia un'azione sbagliata in modo grave, questa pure, non potrà essere lavata, non potrà mai essere cancellata. Resterà con noi, per tutta la nostra vita anagrafica e gli effetti di questa anche oltre. Non potremo mai purificarci per grazia ricevuta, potremo solo migliorarci nel percorso del cammino universale. Ma che senso ha tanta “spietatezza”, la negazione dell'assoluzione, quali risultati porta? Il primo risultato è che non potremo mai pensare di tornare a fare azioni tanto nefaste senza ricordarci quelle già compiute, o detto alla maniera di alcune religioni, non potremo tornare a peccare gravemente senza pensare di averlo già fatto senza avere ottenuto alcuna assoluzione. Un sincero pentimento permette di avere l'assoluzione in molte religioni. 35 Questo è strettamente correlato al fatto di essere figlio del Padre, o pecora del Pastore. In pratica è un modo per devolvere la responsabilità ponendosi al di sotto di un dio. “Se dio vorrà” è una frase che si sente spesso, è una sorta di risposta la dove stentiamo e non sappiamo rispondere. Piuttosto che assumersi la responsabilità e ammettere la propria insicurezza si preferisce devolvere la responsabilità al volere dell'Assoluto e avere la sicurezza di una risposta certa che fa appunto riferimento a qualcosa di non conoscibile ma comunque certamente esistente: il volere di dio. Avere un padre può essere liberatorio e deresponsabilizzante, nell'oblio di essere totalmente figlio, anche rassicurante. Gli scempi mossi dall'uomo, dalle comunità, anche se negativi come le guerre o le lapidazioni avranno sempre un'ultima spiegazione che in qualche modo coincide con il volere del Signore, sia diretto, sia indiretto per la sua volontà di non intervenire per evitare tanto scempio. Quante volte nella storia si è evitato di bussare la porta della nostra 36 intelligenza di adulti, alla nostra coscienza di uomini, chiedendo ad un dio onnipotente e al suo volere per avere la risposta. E per quel che riguarda l'umano peccare, quello si sa, così è costantemente, ogni giorno. Ma per certi aspetti è un po' come dire che non è mai quel peccare, perché con il perdono di questi peccati, l'assoluzione sembra poter essere una garanzia, un'aspirazione a cui tutti possano attingere. Si tratta quindi di una grande deresponsabilizzazione: non noi adulti siamo i responsabili ma dio, peccherò ma un dio mi toglierà il peccato. Che tradotto significa nella pratica che posso attuare quasi ogni comportamento, anche palesemente sbagliato, sia perché io non ne sono il totale responsabile, poiché non fulminato sotto un cielo divino, (se dio volesse mi fulminerebbe per le mie nefandezze, se non lo fa ci sarà un motivo), sia perché alla fine della giornata chiederò perdono al Signore, chiederò l'assoluzione che mi rimetterà nell'ambito della purezza e della comunione con dio. Questi sono stati gli stessi meccanismi mentali che hanno permesso tutte le guerre sante della storia, con sottostanti motivi economici ma motivate, 37 per mezzo della propria deresponsabilizzazione, come battaglie nel nome di dio. L'estensione di questi atteggiamenti e comportamenti figlio/padre, pecora/pastore, alla fine porta una libertà ben maggiore di quanto non ne permetta il buddhismo. Libertà di scempio, libertà di guerra e devastazione. Il libero arbitrio sublima attraverso una presunta devozione, una presunta sottomissione verso l'assoluto. Si esprime nella rimozione della responsabilità. Non sempre si arriva a livelli così estremi, sia chiaro, ma la forma di questo modo di porsi nel mondo ha dei connotati come quelli sopra descritti. Si provi a trovare la compassione in tutto ciò. Non c'è. E non sarà perché l'uomo ha poca memoria che tornerà a peccare, dimenticandosi di aver peccato il giorno prima. Semmai sarà proprio la memoria e la consapevolezza del perdono, che porrà il peccare, o il cattivo agire, se così lo vogliamo così chiamare, come una condizione possibile, non necessariamente evitabile, perché come figli o pecore, possiamo peccare, previsto nella nostra natura, e l'appuntamento 38 all'assoluzione successiva è considerato una garanzia, un bonus per perpetuare quei comportamenti negativi che con una certa leggerezza definiamo inevitabilmente umani. Per un buddhista un atteggiamento del genere equivale ad un comportamento infantile, egoistico. Un modo per rifiutare di crescere, un raccontarsi la favoletta che quanto possiamo fare di male è rimovibile con gli effetti di un colpo di spugna. Un buddhista rifiuta questo atteggiamento da figlio o da pecora del gregge e sa che un atto malevolo resterà dentro di lui per tutta la sua vita anagrafica, come una cicatrice. Il buddhista non vuole lavare questo “peccato”, questa cicatrice, una volta che è stata creata. Vuole invece tenerla per sempre perché possa essere visibile, possa essere motivo di riflessione. Vuole chiedersi come è avvenuta e il perché, quindi non vuole affatto dimenticarla, lavarla, rimuoverla. L'assoluzione per un buddhista sarebbe solamente un danno. Sarebbe la perdita della propria storia, la possibilità di incappare di nuovo negli stessi errori con maggiore facilità. 39 Un buddhista, esercitando la compassione, tende a sentirsi maggiormente come un padre e non come un figlio. Il figlio lo lascia nella sfera dell'infanzia, non nell'ambito degli adulti. Mira a sentirsi come un padre, cioè sviluppare quella caratteristica degli adulti che porta alla responsabilità genitoriale, (non è necessario avere figli o nipoti per possederla). Un buddhista quindi non accetterà il passivo ruolo di pecora, poiché la sua direzione è esattamente all'opposto, cioè alla volontà di dirigere le proprie azioni sotto la spinta della compassione e non sotto la ricerca di pretese egoistiche, alleggerite dal beneficio dell'assoluzione. La pecora o il figlio, sono percorsi che ha attraversato nel suo cammino di vita, ma una volta raggiunta la maturità, ricorda con compassione l'egoismo che aveva quando era figlio, quando restringeva, per motivi naturali e di percorso, la sua credenza all'esistenza dell'io figlio. Ovviamente un buddhista non deve necessariamente essere un “santo”, anzi, se non avesse alcuna lacuna di percorso, la sua strada sarebbe dritta al raggiungimento della buddhità. 40 Un buddhista si accetta come essere umano, nella sua natura e nella sua ignoranza, nella consapevolezza di averle entrambe, la natura e l'ignoranza. Tenderà alla resa migliore dei suoi risultati, pur sapendosi imperfetto. Conserverà i propri gravi errori in memoria, gli saranno molto cari e utili, sia per ricordarsi un percorso negativo da evitare personalmente sia per interagire con il resto del mondo con le basi di queste conoscenze, che potrebbero trovare utile applicazione nell'interagire con gli altri. Poi al momento del passaggio questa memoria non gli servirà più, ma la sua buddhità sarà ulteriormente migliorata. 41 3. Una sola vita, difficile da spiegare Uno nasce un certo giorno, fa la sua vita, poi un altro giorno, metti dopo un'ottantina d'anni, muore. Possiamo dire certamente qualcosa sul periodo di questa vita, l'adolescenza, il lavoro, gli hobby, nel periodo trascorso, mentre sembra che attorno a questo argomento, poco si possa dire del prima e del dopo di questa vita. Così, questo pensiero, applicato a tutte le vite esistenti, rende ogni vita isolata e a sé stante, quella del verme, quella del microbo, quella della sequoia, quella di un uomo o di una donna. Fosse davvero così dobbiamo pensare a tante vite separate e indipendenti, che si sono svolte fin ora, si svolgono adesso, in una percentuale irrisoria rispetto a quelle di tutto il tempo passato, e si 42 svolgeranno in futuro per un periodo di tempo a noi sconosciuto. Concentrandosi sull'ora, vediamo che come esseri umani siamo poco più di 7miliardi, se proviamo invece a considerare tutti gli esseri viventi, solo del Nostro pianeta, inclusi i batteri, i funghi, i vegetali, gli animali, non saprei se qualcuno è in grado di esprimere un numero, di certo si tratta di una cifra molto elevata. Si consideri che ogni essere umano per esempio ha 10 o 100 volte più batteri intestinali che cellule umane che sono circa 100 mila miliardi in un uomo di 70Kg. Quindi tutti gli esseri umani presi insieme dovrebbero avere circa 500.000.000.000.000.000.000.000, o 5 alla ventitreesima batteri intestinali, tralasciando gli altri, quelli della pelle per esempio. Ma è noto, i microrganismi, non sono solo addosso e dentro gli esseri umani. Proviamo a domandarci quanti esseri viventi possano esserci in un prato. E con quale velocità si riproducono, nascono e muoiono. Dicevo, tutto questo, considerando solo l'ora, l'adesso. Ma invece, mentre leggendo queste poche righe sono nati e morti miliardi di esseri viventi, proviamo a pensare non tanto ai viventi di adesso, ma a 43 tutti gli esseri viventi che sono vissuti dall'inizio della vita sulla Terra fino ad ora. Qualche problema ad immaginarne il numero? Credo proprio di si. Noi possiamo continuare a considerare ogni essere vivente attuale, del passato e del futuro come un caso a sé stante, come un essere indipendente, applicando il principio errato dell'esistenza dell'io. Se esiste l'io individuale ci sono davvero tutti questi io, tutti questi esseri viventi a se stanti che esistono adesso ma per la maggior parte sono esistiti nel passato, e in modo solo prevedibile ma incerto ci saranno nel futuro. Ora si provi a darne una spiegazione sensata. Perché dovrebbero esistere tanti io, tanti esseri distinti? Credo che possa essere molto difficile trovare una risposta. Se invece prendiamo in considerazione non l'io di tutti questi esseri, ma le correlazioni che ci sono tra loro, allora tutto è più chiaro e logico. 44 Di nuovo, Charles Darwin ci dice come siano concatenate tutte queste vite, sia sul piano orizzontale dell'adesso, sia sul piano verticale della discendenza. Sul piano verticale andando all'indietro nel tempo troviamo esseri nella Terra attorno ai 3,5 miliardi di anni fa, quando si stima all'incirca, che la vita sul Nostro pianeta sia cominciata. Da molecole organiche che cominciavano ad avere un'inusuale complessità, probabilmente è comparsa una molecola più complessa delle altre che era in grado di dividersi, e una volta divisa, poteva richiamare a sé elementi circostanti per reintegrarsi alla forma originaria. Da questo insolito comportamento deve essere nata la possibilità di riprodursi. Successivamente devono essersi aggregati altri atomi a queste molecole, dando origine a sistemi leggermente differenti dall'originale. Così erano partite sia la riproduzione sia l'evoluzione. Si pensi quindi alla duplicazione che è avvenuta (e che avviene tutt'ora) e alla differenziazione che in certi casi funzionava bene e meglio, mentre in 45 altri casi abortiva perché inefficace. La differenziazione vincente, in un determinato ambiente, portava vantaggi. Così le differenziazioni sono accresciute secondo i differenti vantaggi della circostanza, fino a differenziare gli essere viventi in tutta la vita che conosciamo oggi. Ma in ogni caso, tutto ha un inizio comune e le differenziazioni dei vari essere sono tutte correlate tra loro. La teoria dell'evoluzione della specie in un certo senso dice che siamo tutti fratelli, ma proprio tutti. Guardando la cosa in quest'ottica tutti questi esseri viventi esistiti ed esistenti hanno già un altro modo d'essere ai nostri occhi, rispetto al ristretto e incomprensibile determinarsi di tanti piccoli io. Non sono più una caotica moltitudine ma una estesa discendenza in cui tutti i viventi presenti sono il culmine, il punto d'arrivo dell'adesso. Esseri umani di oggi, balene, moscerini, querce, margherite e microrganismi di oggi, tutti leggermente differenti da quelli di ieri, molto differenti invece dagli esseri del lontano passato dove le differenze tra un essere e l'altro vanno a dissolversi e le 46 similitudini convergono. Dobbiamo quindi aspettarci ulteriori differenziazioni per i viventi del futuro? Certo, se è sempre avvenuto è prevedibile che accada ancora, proprio come è più probabile pensare che un fiume continuerà il suo transito all'insegna di come lo ha protratto finora, anche se non è del tutto impossibile un cambiamento di percorso. I ragionamenti più logici quindi non portano al restringimento della concezione di ciascuna vita ma al fluire vitale correlato in ogni sua parte. Bene, la nostra singola vita non è avulsa da questo contesto, noi facciamo parte dello stesso flusso. Così come la determinazione dell'io è illusoria riguardo al reale significato della nostra vita, allo stesso modo è illusoria nel pensarci nati/viventi/morti. Di esempi in natura, ne abbiamo parecchi. Si pensi all'uovo, quanto è differente rispetto all'essere successivo che ne scaturirà fuori. Si pensi alla larva del maggiolino, che trascorre 3 anni sotto terra, mangiando tuberi e radici, più grande dell'animale che gli succede e 47 che saprà volare. La libellula, predatore volante da adulto e predatore acquatico quando è nella fase larvale. La pupa della formica, completamente bianca , il bruco della farfalla, il girino della rana e del tritone, l'avannotto del pesce. In natura abbiamo questi esempi palesi, in cui c'è in qualche modo, una sorta di rottura o di profonda trasformazione della vita, ci sono passaggi incredibili. Pensare che dentro il bruco che mastica la foglia ci siano le ali per volare, in quel corpo molliccio e grassoccio... è vero e falso nello stesso tempo e può sembrare assurdo. È falso, perché le ali vere e proprie non ci sono ma è vero perché c'è tutta la predisposizione per crearle durante la trasformazione nella crisalide. Quale è la verità dunque? Quale è la normalità? Come si svolgono realmente le cose in natura e che suggerimenti possiamo trarre dagli andamenti naturali? La stessa riproduzione può essere considerata come una continuità. Si pensi che spesso non serve neanche la riproduzione mediante il maschio e la femmina. Basta fare una talea di geranio e presto ci sarà un altro geranio, a cui 48 riesce davvero difficile attribuire un io determinato e separato. Ma anche senza mano dell'uomo, le propaggini naturali sono del tutto simili alle talee, e gli stoloni delle fragole danno altre piante di fragole che sono la stessa pianta di fragola originaria in qualche modo, anche se ormai l'originaria non esistesse più. Questo ci suggerisce la natura, e la natura è come una specie di calco di ciò che è vero. Questi passaggi di vita somigliano moltissimo ad un lascito del testimone, ad un passaggio in una corsa a staffetta, in cui il testimone è il vero destinatario della partenza e dell'arrivo mentre i corridori costituiscono il mezzo di transito, i custodi, la spinta. Se si parla di reincarnazione molti storcono il naso. Dicono: “perché io dovrei reincarnarmi”, dicendo in quell' ”io” l'idea impossibile della reincarnazione. L'io non si reincarna affatto perché ciò che non esiste non si può reincarnare. Reincarnarsi significa lasciare una forma corporea per averne un'altra. Ma 49 non significa affatto farlo scientemente, volontariamente e consapevolmente. Ci piacerebbe tanto comandare tutto, controllare tutto, ma le cose vanno da sé anche senza controllo. I semi dell'acero o del tiglio si formano senza comando e si diffondono senza volontà, senza decisione. Lo stesso battito cardiaco e la peristalsi sono atti involontari. Morire e nascere sono atti che non necessitano di decisione. Alcune cose “automatiche” ci stanno bene e le accettiamo, non ci sconvolgono la vita, le diamo piuttosto per normali e scontate, altre invece, come il passaggio senza controllo da un corpo ad un altro ci suscitano incredulità e sgomento, anche rabbia forse, se non possiamo averne né consapevolezza, né memoria e quindi neanche controllo. Noi siamo quelli che sono iniziati miliardi di anni fa, non distinti ma uniti, e ci siamo differenziati per motivi di crescita ed evoluzione. Crescere significa proprio estendersi e differenziarsi, quindi è normale trovarsi di fronte ad un complesso di esseri viventi. Noi percepiamo questo complesso come tanti e separati, talvolta antagonisti e nemici, ma anche 50 lo squalo che mangia la seppia, seppia e squalo, hanno la loro natura complementare e l'atto di attacco/nutrizione/morte non è molto dissimile da quella di un macrofago nei confronti di una cellula morente del nostro corpo. Se pensiamo ad un computer, cui vengono costantemente sostituiti e aggiunti componenti, per potenziarlo, per migliorarlo ed estenderlo nelle sue funzioni, siamo propensi a pensarlo sempre come il nostro computer che migliora, cambia e si evolve, anche se non avesse più nulla dell'originale. Se invece questo accade nel flusso della vita, con il nostro passaggio da un corpo all'altro, abbiamo più problemi a credere che questo possa essere vero e che una certa determinazione si perpetui in direzione della crescita. Chissà perché? Il perché è abbastanza semplice da individuare e si trova sempre nell'io egoistico, in quello che più d'ogni altra cosa ci impedisce di vedere oltre l'illusorio. In realtà facciamo della nostra paura della morte la nostra bandiera dell'io egoistico. Se abbiamo paura della morte, è ovvio che noi esistiamo in 51 quanto io. Quindi la paura della morte è conseguenza e conferma di quell'io che ci tiene lontani dalla comprensione di come si muovano le cose negli eoni (nei periodi di tempo molto grandi). Preferiamo la nostra vita puntiforme nell'io, alla vita continua nel fluire, dimenticando che al termine l'io sparirà comunque, perché illusorio e destinato a morire con la vita. La comprensione del fluire della vita, del passaggio da un corpo all'altro ci costringe ad accettare anche il passato in cui eravamo meno evoluti. Forse non fa piacere pensare di avere posseduto delle forme anche brute, da cellule semplici, da pesci fugaci e corazzati, da anfibi buffi o da sauri aggressivi. Lo troviamo forse umiliante e non lo accettiamo. Ma ricordiamoci che siamo stati tutto questo dal concepimento e nel grembo di nostra madre, dove siamo stati si, con riscontri anche scientifici, cellula, pesce con branchie, essere caudato, fino a somigliare sempre più all'umano, ancora prima di nascere. Possiamo pensare che la vita abbia conosciuto momenti di gloria nel 52 Nostro pianeta, che adesso abbia un periodo più fosco. Ma si provi a pensare al fluire della vita, fin dai primi tempi, in senso generale e non nelle singole parti. C'è stato un evolversi, a diversi livelli. I viventi hanno percorso cammini differenti e quello che approda all'umano è certamente un processo evolutivo importante, e non per motivi campanilistici di appartenenza al genere. Pure un extraterrestre sarebbe costretto ad ammettere una certa particolarità rispetto alle altre specie, nell'evolversi che ha portato all'essere umano. Questo essere umano è anche la forma in cui si è concretizzato il Buddha 2,5 millenni fa. In effetti, per quanto si possa dire che l'uomo compia atti atroci, possiamo dire che l'evoluzione c'è stata. Possiamo anche piangerci addosso dicendoci che l'uomo è peggiore degli altri animali perché compie atrocità maggiori. Ma le atrocità umane sono semplicemente rapportate alla natura umana, alla sua espressione e alle sue capacità. 53 Lo stesso vale per tutte le atrocità degli animali, se così le vogliamo definire. Insetti inoculano le uova in corpi vivi di altri animali dentro i quali cresceranno come nel film Alien. Edere salgono lungo gli alberi fino a soffocarli. Coccodrilli e scimpanzé divorano i propri simili. Leoni e tigri uccidono cuccioli indifesi della loro stessa specie solo perché non ne sono padri. La lista degli orrori potrebbe proseguire, e la lista delle cose meravigliose potrebbe cominciare. Ma ci sarebbe l'errore dell'antropomorfizzazione di questi comportamenti, cioè, noi tenderemmo a interpretarli nel bene e nel male secondo nostri umani criteri, con il nostro io egoistico. Sta di fatto che le atrocità non le compiamo solo noi. L'essere umano è quindi quello che certamente sarebbe percepito come più evoluto, anche da un “osservatore esterno”. L'essere umano ha una forma idonea a comprendere alcune delle illusioni più evidenti dettate dai livelli primari della vita, per il protrarsi ed il sostentamento della vita stessa. L'inganno è parte della vita stessa. Pesci 54 come la rana pescatrice agitano un'esca per attirare l'attenzione di un pesce cui stanno tendendo un'imboscata. La tela del ragno sembra effimera, appare inesistente ai sensi degli insetti che vi finiscono impigliati. Il mimetismo difensivo ed aggressivo sono illusioni ed il camaleonte cambia colore per diventare uguale all'ambiente, mentre caccia. La natura prevede l'inganno anche nel corteggiamento e il pavone esibisce un orpello inutile, se non per la funzione di fare colpo sulla femmina e permettere la riproduzione. L'orchidea fa credere al bombo di essere una sua femmina pronta all'accoppiamento per innestargli in testa il polline da portare ad un altro fiore, e l'insetto cade nell'illusione asservendo il fiore. Così la natura prevede l'illusione e l'inganno, al pari di come possiamo percepire le cose fino a quando non ci liberiamo da una visione primitiva e infantile. Noi come esseri umani abbiamo la possibilità di fare molti passi avanti e un passo fondamentale è quello di diventare adulti, ragionare da padri e da madri e acquisire una mentalità genitoriale e compassionevole. 55 Il Buddha si è concretizzato nell'umano, in un tempo relativamente recente, ed essere degli umani è certamente un passo avanti per traguardare la buddhità. chiedo scusa , ne posto un'altro, non ci sta tutto. |
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inviato il 28 Aprile 2019 ore 14:39
4. Conoscere e interiorizzare. Conservare l'insicurezza In quale modo arrivare a conoscere le cose, e saperle, capirle, interiorizzarle? Nella scienza si usa il metodo scientifico, che sarebbe poi il metodo sperimentale. Il metodo sperimentale prevede la possibilità di ripetere il fenomeno, per un numero di volte potenzialmente illimitato, per poter affermare che la cosa è sottoscrivibile nell'ambito degli eventi scientifici e quindi la prova 57 scientifica dice che la questione è reale e il fenomeno ripetibile. Questo metodo ha i suoi limiti. Uno dei limiti è che frequentemente l'evento, quando è riprodotto per appurarne la veridicità, è svolto in laboratorio e non nel contesto naturale dove è stato osservato. Così modificando alcune variabili non possiamo più avere la garanzia di aver riprodotto fedelmente il fenomeno. In questo modo il fenomeno è si replicabile potenzialmente all'infinito ma sulla base delle variabili in cui viene riprodotto e non sulle variabili che forse lo caratterizzavano al momento della prima osservazione. Così, parleremo di distanze tra pianeti e potremo esperire alcuni moti ellissoidali in laboratorio ma non potremo mai verificare scientificamente il moto ellissoidale di un pianeta dentro il nostro laboratorio perché quel moto necessita di una vastità spaziotemporale che noi non sappiamo avere, ottenere, gestire, perché è quella dell'orbita ellissoidale del pianeta stesso, le nostre sperimentazioni saranno solo analogie e non possiamo affermare che il principio sarà identico poiché l'analogia è per definizione un'approssimazione. 58 Non sarà un caso allora, che molte teorie scientifiche che sembravano certe sono poi svanite nel nulla ho hanno subito una “piega differente”, come la concezione tolemaica dell'universo, che ha poi lasciato spazio a quella copernicana, e la teoria newtoniana, che poi ha lasciato spazio a quella einsteiniana. Ma il buon Albert, è morto, nella consapevolezza che c'era una teoria universale, pur non riuscendo a raggiungerla. È questa la fatica e lo studio dell'ultimo periodo della sua vita. Quando si tratta di perlustrare realtà non sondabili dai mezzi scientifici attualmente disponibili, si usano altri mezzi per arrivare alla conoscenza. Si utilizzano l'intuizione ed il ragionamento logico. L'intuizione è l'insieme delle risultanti per le esperienze acquisite, che non riesce ad avere un disegno definito e chiaro poiché il divenire delle molte informazioni che la creano agisce in modo caotico. Il ragionamento logico invece, è atto a far si che l'intuizione possa trovare un suo svolgimento più chiaro fino e identificarne tutti i suoi pregressi passaggi, fino a renderlo comprensibile, con il linguaggio, a se stessi e agli 59 altri. In un certo senso, l'intuizione è la matassa, il ragionamento logico è l'arcolaio. La realtà fondamentale e universale attualmente è sondabile per lo più con l'intuizione e il ragionamento logico. Le informazioni scientifiche, le conoscenze storiche, sono una piattaforma importantissima sulla quale poggiarsi, non senza accendere il nostro senso critico, ma il fatto che esistano è un vantaggio enorme. E la loro esistenza, dell'informazione storica e scientifica (dico per inciso ma ci si rifletta) è parte della compassione diffusa e non dei vari io. Conoscere le cose quindi spesso non è un processo scientifico, non per questo è meno valevole. Viviamo in famiglie e società che passano il sapere e noi lo prendiamo come buono fino a prova contraria, quando magari incontriamo una possibile rottura di questa credenza che poi ci pone in modo critico sulla questione mettendoci in dissenso. 60 Tra i modi di conoscere esiste anche la meditazione conoscitiva, che ci aiuta molto a capire ed interiorizzare alcuni argomenti. Interiorizzare non è uguale a sapere. Io per esempio potrei sapere che i panni bagnati al sole asciugano. Ma interiorizzare questa conoscenza significa qualcosa in più che sapere. Interiorizzare significa che ho ben presente il principio del fatto che i panni asciugheranno al sole. Potrò quindi applicare lo stesso principio ad altre circostanze, potrò asciugare al sole carta o legna, avendo interiorizzato chiaramente il principio. Posso fare considerazioni attorno a questa circostanza che estendono ulteriormente il mio ragionare. Posso immaginare l'acqua dei panni che evapora, pur non vedendola. In un'isola deserta, senza acqua potabile, posso bagnare delle fronde nell'acqua del mare, scavare una fossa e metterle dentro, mettere in centro una tazza poi mettere sopra un telo di nylon trasparente fermato con dei sassi tutti attorno e mettere un sasso in centro al nylon, in modo che l'acqua che evapora dentro questa serra improvvisata finisca sul nylon e piano piano scorra lungo l'inclinazione 61 creata dal sasso centrale per far si che le gocce condensate possano cadere al centro, dove ho messo la tazza per raccoglierle. Questo significa interiorizzare, significa conoscere profondamente tanto da estendere il concetto interiorizzato su diversi piani di pensiero, su differenti applicazioni, conservando il principio dentro di sé per poterne usufruire con maggiore facoltà. Tornando alla meditazione conoscitiva, cosa è e a cosa serve? La meditazione conoscitiva è una pratica che richiede alcune condizioni favore voli per avere una buona resa. Una delle prime condizioni e quella di non avere sonno, condizione questa, auspicabile per ogni tipo di meditazione. Infatti, meditare significa anche rilassarsi molto, sfiorando il limite che ci porta prima al sopore e poi all'addormentamento. Se quindi, non vogliamo addormentarci ogni volta che tentiamo una meditazione di qualsiasi tipo, è bene cominciarla senza essere stanchi e soprattutto senza avere bisogno di dormire. 62 La meditazione porta un rallentamento del pensare che non equivale al pensare meno ma equivale a direzionare il pensiero. Al posto di pensare più cose contemporaneamente e far girare il nostro cervello a mille ma senza un risultato apprezzabile, rallentiamo e andiamo più diretti ad un determinato pensare. Nel caso della meditazione conoscitiva questo pensare è inizialmente guidato e può essere contenuto e direzionato anche durante la meditazione. Faccio un esempio per essere più chiaro. Supponiamo che vogliamo interiorizzare la vastità dell'Universo. Abbiamo già appreso che questa vastità corrisponde a circa 13,8 miliardi di anni luce, cioè il tempo impiegato dalla velocissima luce per percorrere tutto l'universo è 13,8 miliardi di anni. Così, abbiamo l'informazione, abbiamo il sapere, ma la nostra conoscenza stenta, poiché non abbiamo interiorizzato la reale portata di questa informazione, la sappiamo ma non la conosciamo nel profondo, non la immaginiamo veramente, non è dentro di noi per davvero, è solo nozione. 63 Con la meditazione conoscitiva si può invece interiorizzare (o per lo meno si può provare ad interiorizzare) anche un'informazione così lontana dal sentire comune di un essere umano. Una volta raggiunto il livello meditativo, con le dovute premesse, è possibile cominciare ad indirizzare il nostro pensare su una distanza a noi familiare, per poi moltiplicarla tante volte quanto è necessario per immaginarsi un'altra distanza a noi familiare ma più lunga, per poi applicare questa distanza maggiore anche a distanze non familiari ma note, in cui noi applichiamo la moltiplicazione delle nostre distanze familiari. Si può continuare con questo processo meditativo per lungo tempo e senza perdere la concentrazione, fino ad arrivare a distanze molto elevate, e addirittura fino ad arrivare alla dimensione totale dell'universo, accorgendosi che la dimensione non è affatto separabile dal concetto di tempo. Al termine di questa meditazione conoscitiva, che può essere anche molto lunga, avremo dentro di noi non la semplice nozione, il semplice sapere della dimensione dell'Universo, ma avremo interiorizzato questa 64 conoscenza. La sapremo dal di dentro e non come fatto semplicemente appreso. Contenerla invece è un'altra questione. Se l'interiorizzazione di questa informazione ha richiesto molte delle nostre risorse mentali per raggiungerla potremmo beneficiare di questa interiorizzazione solo per un periodo di tempo breve, ed essere incapaci di conservarla. Se invece la meditazione conoscitiva ha richiesto una quantità di nostre risorse ben inferiore, tanto da lasciarci la possibilità di memorizzare bene una questione non troppo “sovradimensionata”, possiamo anche ricordare per tutta la vita la questione meditata e interiorizzata. Volevo, sulla questione conoscitiva, sottolineare come questa non sia univoca, come non sia affatto vero che la conoscenza scientifica sia quella vera a discapito di tutte le altre (anche se risentiamo ancora adesso dell'epoca del positivismo), come sia importante l'aspetto anche storico, intuitivo, del ragionamento. La storia non è una sequenza di eventi ma è lo studio supportato dagli eventi che si sono susseguiti e narrati sulla base di una ricerca critica. 65 Occorre avere fiducia, pensare che le nostre potenzialità sono tanto maggiori quanto ci teniamo veramente “accesi”, la nostra conoscenza termina dove non vogliamo sapere. Si consideri che una caratteristica importante per aumentare la conoscenza è quella della “sospensione” nei casi di impossibilità a sapere. Ovvero, quando si capisce che la nostra conoscenza non riesce ad andare oltre, al posto di darsi delle risposte di comodo oppure al posto di dire è impossibile andare oltre, è possibile applicare la sospensione. In pratica si accettano le nostre insicurezze e si trattengono come “risposta provvisoria”. La conoscenza quindi, in questo caso consiste unicamente in una risposta provvisoria tutta incentrata sulla nostra insicurezza, sul dubbio di conoscere veramente o non conoscere. Non sappiamo dare una risposta, quindi si tiene accesa la domanda senza però riempire lo spazio con una risposta qualsiasi, che sarebbe certamente errata. Questo metodo può 66 sembrare forse un po' strano ma è una delle maggiori fonti di conoscenza. La nostra insicurezza è molto preziosa, ammetterla è già informazione condivisa e quindi compassione esercitata. Esprimere insicurezza su alcune questioni è davvero meraviglioso e compassionevole. In tal modo si comunica che la questione è aperta e contemporaneamente interessante. È sottinteso che sia interessante perché se non lo fosse non avremmo percorso la strada che ci ha portato fin sulla soglia di quell'argomento. Può accadere che le questioni lasciate in sospeso restino così per anni. Dopo anni potremmo trovare la risposta da soli oppure nella conversazione con qualcuno o in qualche libro, oppure non trovarla. Se invece ci fossimo dati una risposta un po' a caso, magari prendendola da qualche fonte anche se non ci convinceva abbastanza, potremmo poi averci costruito sopra delle errate fondamenta per costruirci ancor sopra un castello errato. Ci sono persone che pur di darsi una risposta perché non hanno saputo accettare la propria insicurezza, hanno formato il proprio sapere spirituale 67 su basi traballanti. Si può immaginare quanto sia difficile poi, potersi liberare da costruzioni non adatte alla nostra reale e profonda conoscenza. È quindi una potenzialità umana il beneficio dell'insicurezza, è come tenere in mano le chiavi di 3 porte, senza gettarne via alcuna, in modo da poter avere la chiave per aprire la porta giusta, quando potremo identificare la porta da aprire. Non è certo una questione fatale, quella della conservazione dell'insicurezza, ma è semplicemente un vantaggio in termini di tempo e di risorse. È più semplice partire quando si sa dove si deve andare che tornare indietro e rifare un altro percorso. Nel frattempo possiamo invece percorrere le strade ben individuate, rafforzando così il nostro percorso anche in condivisione con gli altri, e offrendo loro quanto meglio conosciamo, assieme alle nostre insicurezze. |
user111807
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inviato il 28 Aprile 2019 ore 14:51
Cos'è uno scherzo |
user15476
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inviato il 28 Aprile 2019 ore 14:53
“ [...] ricorda tutte le vite precedenti e raggiunge l'illuminazione „ Raggiunge il "vecchio che si finge nuovo" e se a qualcuno piace questo gioco va bene. Se si costringe la mente, ci si può immedesimare in quello che si vuole. |
user111807
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inviato il 28 Aprile 2019 ore 14:59
Non il contenuto che non ho letto é la lunghezza del post mi lascia perplesso |
user117231
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inviato il 28 Aprile 2019 ore 15:08
W la sintesi. |
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inviato il 28 Aprile 2019 ore 15:11
ha detto tutto quello che c'era da dire, ho riconosciuto invece un tentativo di sintesi per quanto possibile di tutto il pensiero occidentale e orientale, filosofico e scientifico per tentare di spiegare il mondo, o meglio di vedere il mondo per come è io poi che sono cresciuto a pane e documentari della BBC, del National Geographic, della Rai ecc ho apprezzato la parte relativa alla natura e alla sua evoluzione. La natura è sempre la migliore maestra |
user117231
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inviato il 28 Aprile 2019 ore 15:14
Forse..ma così confondiamo le cose.. rendendo complicata una cosa semplice. |
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inviato il 28 Aprile 2019 ore 15:33
La cosa semplice è che la natura è sempre la migliore maestra. Gli esempi che ci offre la natura ci permettono di capire come funzionano le cose. La scienza interviene solo dopo per accertare che è così, anche se a volte in maniera imprecisa o fallace (perchè è pur smpre una costruzione umana e quindi imperfetta), e su questo hai ragione tu felix e mi pare anche Ooo lo dica. Ma la scienza non ha mai preteso di spiegare tutto, è uno strumento impreciso e imperfetto, e chi dice il contrario è in malafede o ha un interesse. Le religioni come il buddismo o la filosofia occidentale come quella greca non fanno altro che osservare i processi naturali e applicarli all'uomo che non è una realtà separata ma ne fa parte. Capito questo hai capito metà della storia, la scienza cerca di dare una misura più precisa di questa comprensione della natura che altrimenti resterebbe pura speculazione filosofico-religiosa |
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inviato il 28 Aprile 2019 ore 15:33
Ah! La terapia Gestalt! |
user15476
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inviato il 28 Aprile 2019 ore 15:40
I buddisti hanno costruito una colossale struttura su quel pensiero filosofico; hanno parlato del vuoto, del nulla. Tutta la filosofia buddista si basa sull'affermazione che non esiste la mente. Ma si sono inventati tecniche tremende per liberarsi dalla mente. Ma lo strumento che usate per liberarvi di quella cosa che chiamate "mente", è la mente. Non esiste altro che possiate chiamare "mente", se non l'attività stessa che alimentate per liberarvi dalla mente. Ma quando, per una stranezza della sorte o per un miracolo, vedete con estrema chiarezza che lo strumento che usate per capire non serve affatto a questo scopo, e che, anzi, non esiste alcuno strumento che serva a questo scopo, vi sentite come se all'improvviso fosse stati colpiti da un fulmine. |
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inviato il 28 Aprile 2019 ore 15:41
Il vero terapista Gestalt è più di uno psicologo, è una sottospecie di shamano declinata in chiave contemporanea |
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inviato il 28 Aprile 2019 ore 15:41
ovviamente non ho scritto ora quello che c'è in quei due lunghi post. ho fatto un copia incolla da quanto avevo già scritto. la forma discorsiva per alcuni è + comprensibile della sintesi per altri è una specie di confusione. |
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inviato il 28 Aprile 2019 ore 15:51
“ I buddisti hanno costruito una colossale struttura su quel pensiero filosofico; hanno parlato del vuoto, del nulla. „ beh anche la filosofia occidentale si è concentrata per secoli sull'essere e il non essere e sull'essere del non essere che pare qualcosa è, Parmenide per esempio ma anche la filosofia più moderna. Per me non c'è mai stato conflitto fra ricerca scientifica, filosofia e religioni o come le volgiamo chiamare, e più ci sono scambi di idee meglio è, alla fine tutte cercano a loro modo di raggiungere uno scopo comune: la conoscenza della verità. Da quello che ha scritto Ooo penso che anche per il buddismo sia così. Lo stesso Dalay Lama è molto appassionato di scienza e spesso discute con eminenti scienziati di meccanica quantistica relatività ecc pur non avendone le nozioni tecniche (come molti di noi), ma con l'intuizione e la logica anche lui (e noi) può comprendere e interagire. Molti filosofi sono anche eminenti scienziati, per dire Cartesio o lo stesso Einstein |
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