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L'attimo prima di entrare nella "matrice"


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avatarsenior
inviato il 28 Aprile 2019 ore 14:34    

qui ho scritto qualcosa io, ma quel libro leggilo.




2500 anni dopo l'inizio di Buddha
Prefazione
Esistono centinaia di sette buddhiste attive, cui milioni di persone fanno
riferimento.
Per molti buddhisti è importante la pratica, la recitazione, la preghiera, la
condivisione.
1
Più o meno, per me vale la stessa cosa ma non appartengo ad alcuna scuola
particolare di buddhismo, né tanto meno, sono interessato a trovare quella che
potrebbe essermi più congeniale.
La pratica, per me, è semplicemente vivere. Vivere significa avere l'opportunità di
esercitare la pratica buddhista. Per me dire vivere o dire esercitare il buddhismo
non fa differenza. Eppure non sono un buddha, non sono arrivato ai massimi
livelli possibili. Sono pieno di difetti e compio azioni disdicevoli che mi allungano
il percorso al raggiungimento della meta di ogni buddhista, ma sono
sufficientemente dentro la buddhità, questo lo so, e ragiono in modo buddhista su
molte cose e per la maggior parte della giornata. Questa è la mia pratica.
La recitazione, dei mantra o delle scritture, la esercito anche questa in un modo
personale. Per me la recitazione dei mantra consiste semplicemente
nell'emissione di suoni, ti espressioni vocali, quando ne sento il bisogno e mi
sembra il caso. Esercito i mantra anche nella musica, che pratico a periodi
alterni ma che sempre è nei miei pensieri, di nuovo al mio modo e non in modo
rituale. Per me la recitazione equivale anche alla discussione, al ragionare con
altre persone di argomenti della vita, di quegli argomento che non sono
2
preconfezionati e terminano in 4 battute. Parlo degli argomenti su cui si
potrebbero intavolare discussioni molto lunghe e sui quali ciascuno porta il
proprio pensiero profondo e si resta aperte e recettivi, per esprimersi e capire,
quegli argomenti che ad alcuni danno fastidio o fanno paura.
La preghiera invece è una pratica che non attuo, questo perché non è adatta a
me, la trovo piuttosto inefficace. Non credo che le cose possano migliorare
pregando e quindi dedico il tempo più ad altro. Fondamentalmente, della
preghiera io non sento il bisogno, ma non biasimo chi invece prega.
La condivisione, anche quella, è parte della mia vita ed è fortemente legata a
quello che io considero molto importante nel buddhismo.
Quindi il mio essere buddhista e praticare il buddhismo, si esplica per lo più tra
persone che non si dicono buddhiste, questo può sembrare strano, ma per me non
lo è affatto dal momento che sono nato e vivo in Italia.
In un certo senso, potrei essere definito “buddhista per caso”. Io non ho cercato
il “buddhismo istituzionale”.
Nato nell'area cattolica in una famiglia non praticante ho cominciato a pensare
3
che erano molte le cose che non mi convincevano nella religione geografica, cioè
quella in cui sono nato. Una volta battezzato si è pensato di farmi fare la
comunione molto presto, a 7 anni, come è d'uso in Italia farla fare prima della
cresima, nonostante la cresima sia un sacramento minore rispetto alla
comunione, poiché la comunione è il momento in cui il cristiano sceglierebbe di
essere parte della comunità cristiana. Io a 7 anni non ho deciso e credo non avrei
potuto decidere proprio un bel niente, ho fatto semplicemente quello che mi è
stato detto di fare. Non voglio criticare la comunità cattolica in sé, ma reputo
× perpetuare questa anticipazione della comunione all'infanzia, per
sperare di carpire in modo quasi coercitivo un altro cristiano, quando ancora
non è in grado di scegliere se vuole veramente essere parte della comunità
cristiana mediante il sacramento della comunione. Una volta non era così, la
comunione coincideva con l'età adulta. L'eucaristia (comunione) rappresenta
fonte e culmine della vita ecclesiale mentre la cresima è la conferma del
significato del battesimo. Nel 1215, il Concilio Lateranense IV spostò l'eucaristia
ai 12 anni. Nel 1910 Pio X la anticipa a 7 anni e tutt'ora è possibile farla a
quell'età.
4
Nonostante questo ho sempre avuto interesse per la conoscenza scientifica e
spirituale, per la ricerca della verità. Ho cominciato a farmi alcune idee su come
vanno le cose del mondo, sui significati della vita, sia in senso spirituale sia in
senso scientifico. Darwin per me è certamente una figura di riferimento con la
sua teoria dell'evoluzione della specie. Ho consolidato molte questioni buddhiste
in connubio con la teoria di Darwin.
Un giorno ho letto un libricino che trattava del buddhismo e mentre lo leggevo ho
cominciato a pensare, “allora non sono solo, non sono solo io a pensarla così, c'è
addirittura tutto un pensiero comune dedicato a queste cose che sento e che
cerco, e si chiama buddhismo!”.
Ovvio che dopo 2 millenni e mezzo molti avevano messo i puntini sulle i e ho
trovato alcuni miei pensieri lacunosi e parziali, concretizzati e identificati in
modo ben preciso da secoli di buddhisti, che si sono preoccupati di identificare le
parole, i concetti, per meglio esprimere gli argomenti più cari e importanti che
riguardano il buddhismo.
Leggendo un po' sul buddhismo mi sono trovato a meditare sui precetti, cioè su
alcuni fondamenti che permettono di avere più chiara la comprensione delle cose.
5
Inizialmente i precetti potrebbero sembrare slegati tra loro, nonostante ci si
possa rendere conto di quanto siano valevoli. Poi, ad un certo punto ho capito
che erano tutti quanti uno legato all'altro, cioè dopo averli interiorizzati uno ad
uno li ho capiti tutti insieme. È stata per me un'esperienza meravigliosa, un
illuminazione che mi ha dato un grande gioia. Capirli tutti insieme, cioè uniti e
legati l'uno con l'altro è stato come capire tutto quanto di più importante ci sia da
capire in un solo momento.
Sono passati parecchi anni da quel giorno e mi sento sempre stabile nel
buddhismo, non è mai venuto meno, ci sono sempre dentro e se penso ad alcuni
periodi tristi e bui della mia vita non posso che provare compassione per tutta
l'umanità, per tutti coloro che attraversano la sofferenza nel processo di cercare
la verità.
Ricordo quando non riuscivo mai a trovare una spiegazione convincente alle mie
domande e quando in alcuni momenti ero davvero a livelli di sofferenza elevata.
La mia, quella della ricerca della verità, era una vera ossessione, e tutt'ora sto
sempre attento alla ricerca della verità, ma la differenza è che adesso mi posso
interrogare sui dettagli, mentre nei miei periodi oscuri mi domandavo anche le
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questioni fondamentali. Tanto per dare esempio, domande del tipo “che senso ha
vivere e morire”, “perché c'è tanta sofferenza nel mondo”, “perché io provo
tanto dolore”, ecc...
Queste domande fondamentali non ci sono più, ho trovato delle spiegazioni nella
mia crescita personale.
Restano comunque altre domande, altre cose più piccole, comunque importanti. È
utile trovare risposte per meglio capire e per crescere ancora.
1. La compassione e la non esistenza dell'io
Parlando di buddhismo forse per prima cosa vorrei dire della compassione
e della non esistenza dell'io. Questo mi riporta subito al fatto che ciascuno
si ritrova con la propria esperienza e con un certo stato d'animo che fa
parte della sua vita.
Sulla non esistenza dell'io c'è poco o molto da dire, se ne potrebbe fare
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estrema sintesi, ma poi la comprensione sarebbe troppo equivoca, anche
in considerazione che solo a nominare la non esistenza dell'io qualcuno
potrebbe spaventarsi o pensare al non senso.
In sintesi la non esistenza dell'io significa che quell'io definito, individuale e
a sé stante in realtà è solo un'illusione e non esiste. Basta la sintesi?
Forse no.
Allora ne parlo più discorsivamente:
Noi sin da piccoli, impariamo la nostra individualità. Questo accade per un
motivo evolutivo preciso, che è inerente alla sopravvivenza individuale.
Così il bambino piange se cade e si sbuccia le ginocchia, se ha fame,
anche da neonato.
Quindi si sviluppa fin dall'inizio della vita l'idea dell'io, soprattutto in
funzione delle sensazioni sgradevoli. La natura ha fatto si che si
accendano le lampadine della fame, del dolore, così che il neonato possa
richiamare l'attenzione materna con il pianto, o che l'adulto si nutra. O
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ancora che il piccolo faccia attenzione a non farsi male, e ogni volta che
questo accadrà, cioè ogni volta che maltratterà il suo corpo, gli sarà inflitta
la “punizione” del dolore, così che possa imparare a stare lontano dai
pericoli e possa conservarsi.
Quindi, questa definizione dell'io, così scolpita dalla natura, non solo
umana, sembrerebbe cosa buona e giusta, e certamente lo è. Solo, così
come “buono e cattivo” sono semplificazioni fanciullesche che il piccolo
crea per le sue scelte elementari, così quella dell'esistenza dell'io è una
illusione atta alla sopravvivenza. Questa credenza funziona, anche per
altri animali e non solo per l'essere umano, ma nella prospettiva della
crescita, dell'evoluzione verso la buddhità, rappresenta un limite se non è
riconosciuta per quello che è, appunto: una semplificazione. È cosa che
serve all'infante tale semplificazione, nell'adulto ha ormai fatto il suo
tempo, e l'adulto deve adeguare la sua visione del mondo se vuole essere
tale.
Le semplificazioni non portano alla comprensione più ampia ma possono
9
essere utili alla sopravvivenza. Un bambino può non avere ben chiaro per
quale motivo non deve accedere alla strada ma deve limitarsi al
marciapiede, ma è sufficiente per lui sapere che il marciapiede va bene,
mentre la strada no. Come fa a saperlo? Glielo ha detto la mamma. Quindi
sarà la semplificazione marciapiede SI strada NO, marciapiede buono,
strada cattiva. Non importa. Lo scopo della sopravvivenza relativa al
periodo del bambino è stato raggiunto ed esempi di questo tipo se ne
possono trovare moltissimi.
Poi, se riflettiamo sulla questione da adulti, sappiamo bene che non c'è un
tutto SI e un tutto NO ma ci sono mille sfumature. La strada va
attraversata e ci sono strisce e semafori che permettono meglio di farlo. La
strada può essere percorsa dall'interno con un'automobile o un mezzo
pubblico, ecc... Quindi non è tutto nero o tutto bianco, la realtà è ben
diversa da quella instillata dalla mamma e appresa dal bambino.
Tornando all'io, sappiamo che si tratta di una semplificazione per molti
motivi, per esempio, sappiamo che esiste il piacere della condivisione,
l'esistenza della parentela, ecc... tutte cose che non hanno nulla a che fare
10
con un io separato ed egoistico ma che vanno in direzione dell'estensione
di noi stessi, eppure può accadere che restiamo invischiati nella
semplificazione dell'esistenza dell'io tanto da credervi in modo quasi unico
e totale.
Non è così, l'io è solo la semplificazione, è l'approssimazione che
fatalmente diventa errore. Tanto più andiamo nella direzione della
compassione e tanto più ce ne renderemo conto.
Questo l'io in realtà non esiste poiché la nostra essenza è qualcosa di
esteso. È estesa ai nostri genitori, che siano vivi o morti, è estesa ai nostri
parenti. È estesa ai nostri amici, ai nostri conoscenti e alle persone che
incontriamo. È estesa agli oggetti, talvolta in modo addirittura
pubblicamente riconosciuto, come per esempio quando si tratta dello
strumento musicale che è appartenuto ad un grande musicista estinto.
Diamo a quello strumento musicale un valore notevole, talvolta magico,
come se quel musicista potesse in qualche modo essere ancora vivo
come noi per l'esistenza del suo strumento tra noi. Quello strumento che lo
11
ha accompagnato tanti anni nella sua vita. Perché in effetti, è proprio così,
quello strumento è veramente un'estensione di quel musicista.
Noi e i nostri rapporti con gli altri, noi e i nostri oggetti, le cose che
facciamo, le persone e gli animali che amiamo. Questo “essere io” non ha
alcun significato se è estrapolato dal contesto più ampio dell'umano,
nonostante possiamo sentirci “tutti noi stessi”.
Anche se si trattasse dell'individuo più isolato al mondo, questo avrebbe
antenati che gli somigliano, da cui deriva. Non esiste l'io così isolato
perché discendente dal resto.
Si introduce quindi, con la nostra non esistenza dell'io, sia il pensiero per
comprendere quale sia la nostra vera età (non limitata a quella
anagrafica), sia la compassione, cioè la comprensione dell'altro.
Capendo che l'io ristretto è un falso, si comprende l'estensione vasta al
resto e quindi si comprende come la limitatezza della durata della nostra
vita sia anch'essa un errore, conseguente all'ostinarsi di pensare all'io, o
meglio, del modo di pensare che riconduce all'io.
In realtà, sapendo che non abbiamo una recinzione che ci rende monadi,
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(completamente isolati), sappiamo che il termine dell' “io”, inteso come
individualità, non corrisponde a ciò che realmente siamo, poiché la nostra
estensione e non la nostra individualità ci rende per quello che veramente
siamo. Quindi anche una volta morti, non possiamo dirci completamente
svaniti, poiché di noi prosegue molto, nelle idee, nel pensiero, tra i nostri
amici e conoscenti.
Dobbiamo immaginarci tutti come degli insegnanti che cedono il loro
sapere, o se si preferisce, il “proprio modo”, a tutti coloro che incontriamo.
L'esempio dell'insegnante è adatto, perché tutti noi possiamo dire di
essere formati anche da un nostro maestro che ci ha lasciato qualcosa
durante il nostro apprendimento. È come se trasudassimo in
continuazione noi stessi agli altri e gli altri facessero la stessa cosa.
Possiamo paragonarci a vari ortaggi dentro una pentola che bolle, carote,
patate, cipolle, scalogni, finocchi, pomodori. Una volta rimossa la carota,
gli altri ortaggi continueranno a sapere anche un po' di carota,
continueranno ad assorbire il brodo comune in cui della carota un po' è
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rimasto il sapore.
Allo stesso modo, morendo, non siamo completamente dissolti perché di
noi rimane quanto abbiamo dato, quello che siamo stati, nel bene e nel
male ovviamente. E non dobbiamo solo pensare alla trasmissione dei
nostri più raffinati pensieri, tutto passa di noi, non solo quello che
vorremmo lasciare ai posteri, anche le cose più impensate, come il nostro
modo di grattarci la fronte o la nostra espressione di stupore, in piena
osservanza del precetto della causalità/effetto, dove tutto, ma proprio tutto,
anche un semplice respiro, interferisce con il resto dell'universo.
Si potrebbe pensare che tutto ciò è inutile per colui che muore, poiché non
abbiamo più nulla se non abbiamo la memoria, il ricordo, l'intelligenza, la
consapevolezza, la coscienza. Questa è una preoccupazione legata
all'ego, cioè all'ignoranza di non considerare la nostra vera identità di
esseri estesi.
Dipende dal fatto che diamo un enorme valore ad alcune cose. A quelle
cose che hanno un valore fortemente legato all'io, e come poteva essere
diversamente? Vorremo restringerci alla nostra intelligenza,
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consapevolezza, coscienza, piuttosto che riconoscerci nella nostra reale
estensione.
La memoria storica della singolarità umana ha un valore che normalmente
riconosciamo come non fondamentale, (quando non si tratta della nostra),
anche se su questo pensiero forse non ci siamo mai soffermati. Qualcuno
forse soffre particolarmente perché non conosciamo la memoria di un
contadino del tempo di Aristotele? Forse solo lo storico di professione, per
motivi specifici. Quanto più ci interessa è invece il pensiero collettivo, il
senso delle idee, gli usi, la storia di quel periodo nell'Antica Grecia, che ci
arrivano anche attraverso gli scritti greci e attraverso ricerche geologiche
che ci permettono di capire come vivevano i contadini di allora. Vediamo
quindi quale sia il reale significato dell'io guardando ai tanti io del passato,
dispersi, diluiti nella storia, in una memoria collettiva archiviabile e
studiabile.
Allora in questo caso, è più chiaro come l'intelligenza, la memoria, la
consapevolezza, siano da considerarsi della complessità umana, del
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popolo dell'Antica Grecia per esempio, e non nel singolo individuo,
(individuo che solo per una questione cronologica non siamo noi).
Questa complessità umana, non è null'altro che l'estensione di ogni
singolo individuo, di allora, che aveva rapporti con gli altri individui, che
generava il fenomeno della causa-effetto con le proprie azioni che si
riversavano nella collettività interagendo nell'estensione di ogni individuo
fino all'annullamento del significato individuale ma abbracciandone uno
esteso, ampio, di cui tutti fanno parte, esattamente come sta accadendo
adesso con ciascuno di noi. (Rileggere attentamente e lentamente questo
ultimo periodo perché un po' complesso).
Dicevo che è semplice comprendere la non esistenza dell'io mettendo in
atto la compassione, ascoltandola, registrandola. È sufficiente vedere
qualcuno che prova una sofferenza, anche se fosse assolutamente fuori
dai nostri parametri, e pensare a quello che l'altrui sta provando,
comprenderlo (anche senza capirlo realmente), riconoscere la difficoltà,
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anche se su di noi quella causa di sofferenza potrebbe essere irrisoria e ci
scivolerebbe via come niente fosse.
Esercitando la compassione l'io si dissolve, perché vediamo la realtà.
Si pensi per esempio ad un bimbo che muove i primi passi e cade per
terra. Questi si mette a piangere, in realtà più per lo spavento, per
l'imprevisto, per il fallimento, che non per il reale dolore di aver dato una
sederata per terra dentro il suo pannolone.
Proviamo a trasferire la stessa scena su di un adulto, sarebbe ridicola.
Prenderebbe una sederata per terra, ammortizzata da una
maxipannolone, ci rimarrebbe male per l'imprevisto e si metterebbe a
piangere. Ridicolo dicevo, comico, ci metteremmo a ridere forse, una
scenetta da teatro, una cosa grottesca e caricaturale.
Allora come è possibile capire e avere compassione per quello che
succede al bambino? Stiamo esercitando la nostra compassione che è un
connubio di comprensione ed empatia. Stiamo considerando che il bimbo
è diverso da noi e capiamo il suo disagio, la risposta a quel disagio,
nonostante che noi reagiremmo in tutt'altro modo come adulti. Attiviamo le
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nostre capacità di comprendere la diversità. Sottolineo a questo punto, la
diversità dal nostro io (io che non esiste), perché in qualche modo noi
siamo anche quel bambino per cui proviamo compassione. Ma essere
“anche” quel bambino non prevede alcuna invasione di campo, non ci
sostituiamo a lui, non prendiamo il suo posto, non rubiamo il suo spazio.
Stiamo semplicemente esperendo la nostra estensione e pensiamo il
vantaggio non in funzione dell'io egoistico ma dell'io esteso, se va male a
lui, noi penseremo a come è possibile migliorare la situazione per fare
andare meglio le cose a lui e quindi per stare meglio anche noi. Questa si,
che è una migliore percezione della realtà che, come si può notare, è in
direzione della dissoluzione dell'io. E non poteva essere altrimenti.
È chiaro quindi che per provare compassione (che non ha nulla a che
vedere con la pietà) non abbiamo bisogno di osservare gli eventi che
accadono ad un nostro gemello. Possiamo invece avere compassione per
esseri diversi da noi, umani o animali. In realtà facendolo stiamo usando
noi stessi e ci stiamo espandendo. Stiamo accartocciando le false barriere
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dell'io egoistico e ristretto e quindi lo stiamo annullando, semplicemente
applicando la compassione.
La cosa che è maggiormente straordinaria e che tutti possono avvertire, è
la caratteristica dell'infinità della compassione. Non esiste un limite alla
compassione, si espande in tutti i sensi. Possiamo avere compassione per
la foresta Amazzonica e per i bambini denutriti dell'Africa, possiamo
estenderla al passato, considerando gli stenti per vivere del nostro
bisnonno o dell'ominide che ci ha preceduto, oppure al futuro, per i
pronipoti nostri o dei nostri amici, che respireranno già piccoli un'aria più
inquinata di quella che respirammo noi da piccoli oppure per qualsiasi altro
motivo nefasto che prospettiamo per il futuro e per le generazioni che lo
vivranno.
Questo significa che con la compassione ci estendiamo non solo nello
spazio ma anche nel tempo, mentre il nostro io si dissolve ancora più,
sempre più, restando come un ricordo di un nostro tempo passato della
nostra vita anagrafica, di cui avere compassione a sua volta, provando
compassione per quel bambino piccolo che aveva un tale egoismo, atto a
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farlo sentire sé stesso, e a difendersi dalle prime difficoltà nel percorso
della vita, per poi crescere e allontanarsi da quella che era cosa buona e
giusta in quel contesto di crescita ma che poi risultava involucro stretto per
la continuazione. Quel bambino eravamo noi.
Quel modo di bambino, l'aspetto egoistico di quel bambino muore, e anche
questa morte in vita dice qualcosa inerente il buddhismo, riguardo il vivere
e il morire, riguardo la catena del vivere e del morire che ci riguarda in
continuazione (samsara), nonostante la nostra coscienza e memoria tenda
a chiudere il cerchio solamente tra l'inizio e la fine della nostra età
anagrafica.
Diamo molto valore all'età anagrafica, all'inizio e alla fine della vita scritta
negli uffici anagrafici, dimenticando che viviamo e moriamo in
continuazione e questo flusso è la vera normalità e fa da conio a tutto il
fluire del tempo che ci riguarda e che non è limitato al periodo del nostro
io, poiché l'io è rimasuglio di una percezione infantile.
Anche ora accade che muoiono molte cellule del nostro corpo, ad esempio
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in qualche settimana le cellule del nostro intestino saranno tutte morte e
rimpiazzate da altre che ancora non ci sono, non per questo diremo che
tra qualche settimana non sarà più il nostro intestino. Invece molti
pensano che alla fine del loro corpo, non saranno più loro. Eppure di
esempi la natura ne offre molti per capire, per analogia, come il termine di
un corpo, di una coscienza, di una intelligenza, di una memoria, sia legata
solo alla morte dell'io, alla morte di una percezione fanciullesca quindi, e
non al termine di un percorso che ha una lunghezza ben maggiore di una
singola vita.
La durata di una singola vita equivarrebbe alla pretesa di fare la
gravidanza in un solo giorno. La gravidanza umana è ben più lunga, così,
se occorre un determinato periodo di tempo per poter avere una nascita,
allo stesso modo occorre un periodo ben più lungo per fare un percorso
fondamentale che rispecchia i tempi dell'Universo, una sola vita anagrafica
è quindi insufficiente.
Chi vive nel buddhismo è abituato a ragionare in eoni, in periodi di tempo
particolarmente grandi rispetto alle contingenze dell'oggi e del domani, o
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rispetto alla prospettiva di una singola vita. Questo modo di pensare “alla
grande” non avrebbe alcun senso se credessimo all'esistenza dell'io. In
effetti coloro che credono all'esistenza dell'io talvolta, anche se
anagraficamente adulti, si pongono al mondo come infanti e non riescono
a dimostrare grandi capacità genitoriali, neanche quando hanno decine di
figli.
Come non provare compassione per loro? Come non provare
compassione per l'arretratezza in cui versano nel percorso verso la
buddhità, essendo ancora fermi a modus vivendi infantili pur essendo in
età avanzata? Solo che nascondono la loro reale posizione di crescita
interiore, con modi mascherati per credersi grandi, per credersi adulti nel
loro percorso, nei casi in cui magari l'automobilina è diventata una vera
auto sportiva (comunque un giocattolo), il vestito del supereroe è diventato
la giacca e la cravatta di un uomo d'affari, in cui è tutto da verificare se è
attivata la capacità genitoriale. Avere un'età anagrafica da persone mature
non è la prova che l'estensione di sé mediante la compassione, è davvero
maturata. Si può restare infantili, nel senso peggiore del termine, cioè
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nell'assenza della propria crescita universale, anche essendo ormai
diventati uomini e donne anziani. Alcune persone che ormai si apprestano
al termine della propria vita hanno ancora forti attaccamenti a cose
effimere, piuttosto che aver esercitato la propria espansione mediante la
compassione.
Verso la fine della vita, se anziani, il nostro io dovrebbe essere sempre più
vacuo. Ci rendiamo conto di come lentamente sia meno prestante e poi
vada a sfaldarsi, a funzionare sempre peggio. Sono, queste riduzioni della
prestanza fisica, come dei suggerimenti ulteriori, che ci vengono forniti
ancora e che servono per renderci conto di come realmente stiano le
cose, per capire quanto sia errato credere all'esistenza dell'io in questa
fase, in cui tutto l'io è in procinto di scomparire come tutti noi sappiamo. La
vecchiaia, la sofferenza fisica, la malattia sono lì per dirci ancora una volta
come stanno le cose e quanto l'esistenza dell'io sia un pensiero erroneo.
Continua invece a lasciarci di buon umore, anche nella sofferenza fisica e
psichica, la consapevolezza che la fase va si concludendosi, ma che nel
frattempo ci siamo liberati della concezione infantile di un io ristretto e
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abbiamo esercitato la nostra compassione espandendoci. Suscita
compassione un anziano che ha trascorso il periodo di tempo della sua
vita anagrafica fermo allo start della sua marcia o avendo fatto ben pochi
passi avanti nel suo percorso universale.
La conoscenza della non esistenza dell'io non deve necessariamente
essere espletata in modo scritto o verbale perché essa esista. Anche
persone umili, povere di linguaggio, possono essere arrivate a conoscere
la non esistenza dell'io nella loro crescita, oppure essere arrivate piuttosto
vicine alla conoscenza di tale errore di considerazioni, magari non
traguardandola completamente.
Mentre persone di vasta cultura generale, di grosse capacità specifiche e
professionali che abbiano dato a loro stessi anche la possibilità di lauti
guadagni economici e alte posizioni sociali, potrebbero essere molto
lontane dal raggiungimento di questa conoscenza e vivere pienamente
nella credenza dell'esistenza dell'io.
Anche in questo caso, si noti come alcuni valori normalmente attribuiti,
24
(carriera, danaro) siano inutili nel raggiungimento di un traguardo
universale. Non porteremo con noi queste cose al termine della nostra vita
anagrafica.
Si noti l'analogia con il significato che attribuiamo alla memoria, alla
consapevolezza, e come queste risultino del tutto inutili dal punto di vista
“ereditario”, nella prosecuzione del nostro cammino universale che passa
le varie vite carnali come un podista attraversa sentieri, ponti, prati.
La nostra consapevolezza, memoria, ecc... sono strettamente parte dell'io.
Possiamo trovarci a considerarle estremamente rilevanti un po' come
l'avaro è attaccato al suo sacchetto di danaro. Vorrebbe portarselo nella
tomba, come se potesse servire a qualcosa. Questa percezione
fanciullesca del portarsi con se i propri beni nonostante la morte, è legata
all'io, alla credenza che esista veramente.
Si noti la similitudine al nostro attaccamento per ciò che più sembra
rappresentare il nostro io, cioè consapevolezza, memoria, ecc...
Non ci servono nel nostro percorso, non passeranno dall'altra parte, se ne
25
formeranno di nuove esattamente come nuovi organi si formeranno per
renderci adeguati ad una nuova vita carnale. Non sarà quello, che rimane
di noi, non la memoria, perché non serve, anzi, sarebbe deleteria nel
nostro percorso.
Un accumulo di coscienza e di memoria ci devierebbe dal nostro percorso
fatto di amore.
Infatti, penseremmo che il sapere è più rilevante della compassione.
Tenderemmo all'archiviazione della memoria diventando dei mega-
computer con archiviazioni enormi e consapevolezze straordinarie, se alla
nostra morte potessimo conservare la memoria, il sapere e la conoscenza,
e ci reincarnassimo accumulandone una nuova, in una nuova vita, con gli
accumuli di memorie e coscienze delle vite precedenti. Diventeremmo vita
dopo vita dei veri mostri, fallendo miseramente come esseri umani. Anche
se l'unica cosa che passasse alla nostra morte fosse quel minimo di
memoria utile per avere cognizione di sé e coscienza, dopo qualche
decina di passaggi saremmo tutti spostati sul versante cervellotico e
filosofale dell'essere. Saremmo tutti persi in congetture metafisiche
26
perdendo completamente di vista la via per la buddhità che è il traguardo
del percorso.
La memoria e la consapevolezza sarebbero quindi un'eredità nefasta che
ci porterebbero ben lontani dal percorso verso la buddhità.
Quello che resta di noi quindi non può avere memoria, per necessità e non
per caso. Non può avere consapevolezza come noi siamo abituati ad
intenderla, sempre per lo stesso motivo.
È la compassione che invece resta, ed è identica, uguale, la stessa che
possiamo esperire ora in qualsiasi momento, e non c'è grossa differenza,
se noi in questo momento siamo vivi o morti, per il traguardamento di
questo obiettivo.
Così la paura della morte è un'altra illusione, legata strettamente alla
credenza dell'io.
La paura del Nirvana, la totale dissoluzione nel tutto, è ancora un'altra
paura derivata dalla nostra ignoranza, dal nostro attaccamento al ristretto,
piuttosto che l'espansione di noi stessi nella compassione.
27
2. L'assenza dell'assoluzione
Un buddhismo senza perdono potrebbe sembrare un modo di pensare
crudele, freddo, non umano.
In realtà ancora una volta si preferisce una direzione matura piuttosto che
la vita da figli.
Qualcosa di strano, si nota nella dizione di Padre e figli, inteso come dio e
discepoli.
Simile anche la dizione Pastore e pecore.
In realtà il buddhista non ha un dio, quindi non ha un Padre o un Pastore,
28
e per lo stesso motivo non si rivolge ad un'entità superiore come figlio o
come pecora.
L'essere figlio o l'essere pecora in qualche modo include la legittimazione
all'errore, la prevede fin dall'inizio, nella sua natura. Il figlio peccherà,
combinerà qualche marachella, la pecora si smarrirà perdendo il gregge o
da pecora nera, sarà deviante, polemica e bisognosa di perdono. Entrambi
potranno fare riferimento ad un'entità superiore, che sia il Padre o il
Pastore, che sia l'Immenso in prima persona o un suo intercessore.
Per essere buddhista è necessario il rifiuto di una posizione di sudditanza,
d'inferiorità, e questo potrebbe essere visto da alcuni come arroganza,
presunzione, quasi innalzamento a credersi dio. L'equivoco può nascere
proprio per la dualità padre/figli, così rimarcata in molte religioni.
La pratica comune in molte religioni è quella di chiedere perdono a dio,
talvolta in modo davvero metodico, con una sequenza di preghiere
giornaliere. Il pensiero comune è che, è praticamente impossibile non
avere peccati e quindi, anche non ricordando esattamente come e dove si
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è peccato si chiederà il perdono, la redenzione, l'assoluzione, talvolta
dopo aver espiato mediante una penitenza.
L'assoluzione è qualcosa di grandioso all'occhio del credente. La natura
umana è portata a peccare costantemente, ma dopo, l'assoluzione
restituirà una nuova purezza e i peccati scivoleranno via, come se non
fossero mai esistiti. Solo questa condizione permette di entrare in
comunione con dio, e in alcune religioni di introdurre simbolicamente il suo
corpo dentro di sé con l'ostia consacrata della comunione.
Un buddhista invece non ha perdono. Chi è abituato a vivere usufruendo
dell'assoluzione potrebbe domandarsi come possa fare un buddhista a
sopravvivere, portandosi con sé un'infinità di sensi di colpa, poiché si dà
per scontato che l'uomo pecchi, ma nel buddhismo non c'è redenzione e
assoluzione.
In realtà è vero, non è previsto il perdono, come è possibile dunque
sopravvivere?
30
Considerando la questione da un punto di vista diverso, che è quello che
segue:
Un buddhista, non può negare la sua natura di essere umano. Anche
questa considerazione fa parte della compassione, nel senso che un
buddhista guarda a sé stesso con gli stessi occhi compassionevoli con cui
guarda al resto del mondo. Un buddhista quindi prova compassione anche
per sé, per le sue limitazioni, per i propri errori, o in una parola, per la
propria natura. Tutto questo non significa affatto che si autocommiseri,
significa invece che ha coscienza d'essere in un percorso e non al
traguardo, poiché ha ancora da crescere, e il fatto stesso che debba
crescere, sottintende il fatto che sia ignorante e migliorabile.
Accetterà quindi quell'uomo che è lui stesso, così come accetta tutti gli
altri, senza alcuna sostanziale differenza.
Oggi la scienza e la tecnologia offrono possibilità molto più elevate rispetto
al passato, per identificare una natura umana che fino a non molto tempo
31
fa era solo approssimata. I primi lumi in proposito li ha dati Charles
Darwin, offrendo con l'evoluzione delle specie una serie di congetture
logiche a dimostrazione della natura presente davanti ai nostri occhi, non
solo di quella umana.
Vegetali, animali, sia selvatici sia domestici, hanno trovato spiegazione
logica nelle affermazioni di un uomo che pareva instradato alla vita
sacerdotale cristiana per volontà e usi della sua famiglia. Lui invece
sceglierà un destino diverso per sé stesso, arrivando a comprendere,
dopo le molte intuizioni che dovevano essergli paventate davanti agli
occhi, che tutto nella natura era interconnesso (il principio della
causalità/effetto), e che le questioni non erano limitate a 6000 anni, come
era d'uso credere nella sua Inghilterra cristiana di quei tempi, ma che le
cose generali, che riguardavano anche noi si muovevano in periodi di
tempi molto lunghi, esattamente negli eoni definiti nel buddhismo.
In seguito quella che doveva sembrare come una bizzarra teoria ai più di
quell'epoca, continua a trovare conferma oggi ogni giorno,
all'accrescimento delle possibilità di dare validazioni scientifiche o anche
32
semplicemente logiche al pensiero di un uomo che provò a conoscere e
capire passando per le potenzialità della sua capacità di osservatore e la
sua applicazione della logica, anche se questa era ben lontana dal
pensiero comune della sua epoca.
È stato un lavoro di logica quello che ha portato alla teoria dell'evoluzione
della specie, a cominciare dall'osservazione degli animali domestici che
seguivano un'evoluzione particolare per le interferenze umane. Anche la
considerazione dell'uomo, come animale derivato da una certa evoluzione
deve per forza aver coinvolto Darwin in considerazioni ben diverse dalle
canoniche di concezione cristiane, portandolo a pensieri intimi sulla natura
umana che forse difficilmente prima erano stati formulati dagli uomini della
sua Inghilterra.
Lo stesso vale per ciascuno di noi, che voglia veramente guardare l'uomo
nella sua natura di derivazione da un passato ben più lungo di quello
biblico o in altri scritti religiosi. Con Darwin si innesca un pensiero che
lascia le porte aperte allo studio approfondito che oggi porta alla
considerazione dell'antenata Lucy, come ovvia conseguenza di una
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conoscenza migliore del nostro passato.
Non sono quindi 300 le generazioni che ci separano dal primo antenato
come intuibile dalla storia biblica, ma sono 230.000 generazioni, padri e
madri, solo per arrivare a nonna Lucy, e volendo continuare in senso
retrogrado sono molte, ma molte di più.
Il buddhismo si nutre più di conoscenza che di credenze. Ben contento
anche il Dalai Lama, per le acquisizioni offerte dalla scienza e dalla
tecnologia, riguardo al crearsi dell'universo, del bigbang. Un buddhista
quindi non può che avvantaggiarsi e sposare logiche della teoria
dell'evoluzione che sono oggi anche, sempre, e costantemente
comprovare sul versante scientifico.
Sarà un viaggio introspettivo quello della conoscenza umana e personale,
si prenderanno in considerazione le proprie debolezze, la propria attitudine
a fare cose che non sono giuste, non nella direzione della “via di mezzo”
che porta alla buddhità, ma strade che invece girano intorno, poiché il
percorso di ciascuno di noi è tutt'altro che rettilineo.
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Quelle cose che non ci portano affatto alla buddhità ma semmai ci
allungano la strada per raggiungerla, non saranno né negate, né
demonizzate, ma saranno accettate nella consapevolezza della nostra
natura, del nostro karma, del come siamo in questo determinato momento.
Quindi non c'è peccato, nonostante non ci sia completa rettitudine.
Qualora si compia un'azione sbagliata in modo grave, questa pure, non
potrà essere lavata, non potrà mai essere cancellata. Resterà con noi, per
tutta la nostra vita anagrafica e gli effetti di questa anche oltre.
Non potremo mai purificarci per grazia ricevuta, potremo solo migliorarci
nel percorso del cammino universale.
Ma che senso ha tanta “spietatezza”, la negazione dell'assoluzione, quali
risultati porta?
Il primo risultato è che non potremo mai pensare di tornare a fare azioni
tanto nefaste senza ricordarci quelle già compiute, o detto alla maniera di
alcune religioni, non potremo tornare a peccare gravemente senza
pensare di averlo già fatto senza avere ottenuto alcuna assoluzione.
Un sincero pentimento permette di avere l'assoluzione in molte religioni.
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Questo è strettamente correlato al fatto di essere figlio del Padre, o pecora
del Pastore. In pratica è un modo per devolvere la responsabilità
ponendosi al di sotto di un dio. “Se dio vorrà” è una frase che si sente
spesso, è una sorta di risposta la dove stentiamo e non sappiamo
rispondere.
Piuttosto che assumersi la responsabilità e ammettere la propria
insicurezza si preferisce devolvere la responsabilità al volere dell'Assoluto
e avere la sicurezza di una risposta certa che fa appunto riferimento a
qualcosa di non conoscibile ma comunque certamente esistente: il volere
di dio.
Avere un padre può essere liberatorio e deresponsabilizzante, nell'oblio di
essere totalmente figlio, anche rassicurante.
Gli scempi mossi dall'uomo, dalle comunità, anche se negativi come le
guerre o le lapidazioni avranno sempre un'ultima spiegazione che in
qualche modo coincide con il volere del Signore, sia diretto, sia indiretto
per la sua volontà di non intervenire per evitare tanto scempio.
Quante volte nella storia si è evitato di bussare la porta della nostra
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intelligenza di adulti, alla nostra coscienza di uomini, chiedendo ad un dio
onnipotente e al suo volere per avere la risposta. E per quel che riguarda
l'umano peccare, quello si sa, così è costantemente, ogni giorno.
Ma per certi aspetti è un po' come dire che non è mai quel peccare,
perché con il perdono di questi peccati, l'assoluzione sembra poter essere
una garanzia, un'aspirazione a cui tutti possano attingere.
Si tratta quindi di una grande deresponsabilizzazione: non noi adulti siamo
i responsabili ma dio, peccherò ma un dio mi toglierà il peccato. Che
tradotto significa nella pratica che posso attuare quasi ogni
comportamento, anche palesemente sbagliato, sia perché io non ne sono
il totale responsabile, poiché non fulminato sotto un cielo divino, (se dio
volesse mi fulminerebbe per le mie nefandezze, se non lo fa ci sarà un
motivo), sia perché alla fine della giornata chiederò perdono al Signore,
chiederò l'assoluzione che mi rimetterà nell'ambito della purezza e della
comunione con dio.
Questi sono stati gli stessi meccanismi mentali che hanno permesso tutte
le guerre sante della storia, con sottostanti motivi economici ma motivate,
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per mezzo della propria deresponsabilizzazione, come battaglie nel nome
di dio. L'estensione di questi atteggiamenti e comportamenti figlio/padre,
pecora/pastore, alla fine porta una libertà ben maggiore di quanto non ne
permetta il buddhismo. Libertà di scempio, libertà di guerra e
devastazione. Il libero arbitrio sublima attraverso una presunta devozione,
una presunta sottomissione verso l'assoluto. Si esprime nella rimozione
della responsabilità.
Non sempre si arriva a livelli così estremi, sia chiaro, ma la forma di
questo modo di porsi nel mondo ha dei connotati come quelli sopra
descritti. Si provi a trovare la compassione in tutto ciò. Non c'è.
E non sarà perché l'uomo ha poca memoria che tornerà a peccare,
dimenticandosi di aver peccato il giorno prima. Semmai sarà proprio la
memoria e la consapevolezza del perdono, che porrà il peccare, o il
cattivo agire, se così lo vogliamo così chiamare, come una condizione
possibile, non necessariamente evitabile, perché come figli o pecore,
possiamo peccare, previsto nella nostra natura, e l'appuntamento
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all'assoluzione successiva è considerato una garanzia, un bonus per
perpetuare quei comportamenti negativi che con una certa leggerezza
definiamo inevitabilmente umani.
Per un buddhista un atteggiamento del genere equivale ad un
comportamento infantile, egoistico. Un modo per rifiutare di crescere, un
raccontarsi la favoletta che quanto possiamo fare di male è rimovibile con
gli effetti di un colpo di spugna. Un buddhista rifiuta questo atteggiamento
da figlio o da pecora del gregge e sa che un atto malevolo resterà dentro
di lui per tutta la sua vita anagrafica, come una cicatrice. Il buddhista non
vuole lavare questo “peccato”, questa cicatrice, una volta che è stata
creata. Vuole invece tenerla per sempre perché possa essere visibile,
possa essere motivo di riflessione. Vuole chiedersi come è avvenuta e il
perché, quindi non vuole affatto dimenticarla, lavarla, rimuoverla.
L'assoluzione per un buddhista sarebbe solamente un danno. Sarebbe la
perdita della propria storia, la possibilità di incappare di nuovo negli stessi
errori con maggiore facilità.
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Un buddhista, esercitando la compassione, tende a sentirsi maggiormente
come un padre e non come un figlio. Il figlio lo lascia nella sfera
dell'infanzia, non nell'ambito degli adulti. Mira a sentirsi come un padre,
cioè sviluppare quella caratteristica degli adulti che porta alla
responsabilità genitoriale, (non è necessario avere figli o nipoti per
possederla). Un buddhista quindi non accetterà il passivo ruolo di pecora,
poiché la sua direzione è esattamente all'opposto, cioè alla volontà di
dirigere le proprie azioni sotto la spinta della compassione e non sotto la
ricerca di pretese egoistiche, alleggerite dal beneficio dell'assoluzione.
La pecora o il figlio, sono percorsi che ha attraversato nel suo cammino di
vita, ma una volta raggiunta la maturità, ricorda con compassione
l'egoismo che aveva quando era figlio, quando restringeva, per motivi
naturali e di percorso, la sua credenza all'esistenza dell'io figlio.
Ovviamente un buddhista non deve necessariamente essere un “santo”,
anzi, se non avesse alcuna lacuna di percorso, la sua strada sarebbe
dritta al raggiungimento della buddhità.
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Un buddhista si accetta come essere umano, nella sua natura e nella sua
ignoranza, nella consapevolezza di averle entrambe, la natura e
l'ignoranza. Tenderà alla resa migliore dei suoi risultati, pur sapendosi
imperfetto. Conserverà i propri gravi errori in memoria, gli saranno molto
cari e utili, sia per ricordarsi un percorso negativo da evitare
personalmente sia per interagire con il resto del mondo con le basi di
queste conoscenze,
che potrebbero trovare utile applicazione nell'interagire con gli altri. Poi al
momento del passaggio questa memoria non gli servirà più, ma la sua
buddhità sarà ulteriormente migliorata.
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3. Una sola vita, difficile da spiegare
Uno nasce un certo giorno, fa la sua vita, poi un altro giorno, metti dopo
un'ottantina d'anni, muore.
Possiamo dire certamente qualcosa sul periodo di questa vita,
l'adolescenza, il lavoro, gli hobby, nel periodo trascorso, mentre sembra
che attorno a questo argomento, poco si possa dire del prima e del dopo
di questa vita.
Così, questo pensiero, applicato a tutte le vite esistenti, rende ogni vita
isolata e a sé stante, quella del verme, quella del microbo, quella della
sequoia, quella di un uomo o di una donna.
Fosse davvero così dobbiamo pensare a tante vite separate e
indipendenti, che si sono svolte fin ora, si svolgono adesso, in una
percentuale irrisoria rispetto a quelle di tutto il tempo passato, e si
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svolgeranno in futuro per un periodo di tempo a noi sconosciuto.
Concentrandosi sull'ora, vediamo che come esseri umani siamo poco più
di 7miliardi, se proviamo invece a considerare tutti gli esseri viventi, solo
del Nostro pianeta, inclusi i batteri, i funghi, i vegetali, gli animali, non
saprei se qualcuno è in grado di esprimere un numero, di certo si tratta di
una cifra molto elevata. Si consideri che ogni essere umano per esempio
ha 10 o 100 volte più batteri intestinali che cellule umane che sono circa
100 mila miliardi in un uomo di 70Kg. Quindi tutti gli esseri umani presi
insieme dovrebbero avere circa 500.000.000.000.000.000.000.000, o 5
alla ventitreesima batteri intestinali, tralasciando gli altri, quelli della pelle
per esempio.
Ma è noto, i microrganismi, non sono solo addosso e dentro gli esseri
umani. Proviamo a domandarci quanti esseri viventi possano esserci in un
prato. E con quale velocità si riproducono, nascono e muoiono.
Dicevo, tutto questo, considerando solo l'ora, l'adesso.
Ma invece, mentre leggendo queste poche righe sono nati e morti miliardi
di esseri viventi, proviamo a pensare non tanto ai viventi di adesso, ma a
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tutti gli esseri viventi che sono vissuti dall'inizio della vita sulla Terra fino
ad ora.
Qualche problema ad immaginarne il numero? Credo proprio di si.
Noi possiamo continuare a considerare ogni essere vivente attuale, del
passato e del futuro come un caso a sé stante, come un essere
indipendente, applicando il principio errato dell'esistenza dell'io.
Se esiste l'io individuale ci sono davvero tutti questi io, tutti questi esseri
viventi a se stanti che esistono adesso ma per la maggior parte sono
esistiti nel passato, e in modo solo prevedibile ma incerto ci saranno nel
futuro.
Ora si provi a darne una spiegazione sensata.
Perché dovrebbero esistere tanti io, tanti esseri distinti?
Credo che possa essere molto difficile trovare una risposta.
Se invece prendiamo in considerazione non l'io di tutti questi esseri, ma le
correlazioni che ci sono tra loro, allora tutto è più chiaro e logico.
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Di nuovo, Charles Darwin ci dice come siano concatenate tutte queste
vite, sia sul piano orizzontale dell'adesso, sia sul piano verticale della
discendenza.
Sul piano verticale andando all'indietro nel tempo troviamo esseri nella
Terra attorno ai 3,5 miliardi di anni fa, quando si stima all'incirca, che la
vita sul Nostro pianeta sia cominciata.
Da molecole organiche che cominciavano ad avere un'inusuale
complessità, probabilmente è comparsa una molecola più complessa delle
altre che era in grado di dividersi, e una volta divisa, poteva richiamare a
sé elementi circostanti per reintegrarsi alla forma originaria. Da questo
insolito comportamento deve essere nata la possibilità di riprodursi.
Successivamente devono essersi aggregati altri atomi a queste molecole,
dando origine a sistemi leggermente differenti dall'originale. Così erano
partite sia la riproduzione sia l'evoluzione.
Si pensi quindi alla duplicazione che è avvenuta (e che avviene tutt'ora) e
alla differenziazione che in certi casi funzionava bene e meglio, mentre in
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altri casi abortiva perché inefficace.
La differenziazione vincente, in un determinato ambiente, portava
vantaggi. Così le differenziazioni sono accresciute secondo i differenti
vantaggi della circostanza, fino a differenziare gli essere viventi in tutta la
vita che conosciamo oggi.
Ma in ogni caso, tutto ha un inizio comune e le differenziazioni dei vari
essere sono tutte correlate tra loro.
La teoria dell'evoluzione della specie in un certo senso dice che siamo tutti
fratelli, ma proprio tutti.
Guardando la cosa in quest'ottica tutti questi esseri viventi esistiti ed
esistenti hanno già un altro modo d'essere ai nostri occhi, rispetto al
ristretto e incomprensibile determinarsi di tanti piccoli io. Non sono più una
caotica moltitudine ma una estesa discendenza in cui tutti i viventi presenti
sono il culmine, il punto d'arrivo dell'adesso. Esseri umani di oggi, balene,
moscerini, querce, margherite e microrganismi di oggi, tutti leggermente
differenti da quelli di ieri, molto differenti invece dagli esseri del lontano
passato dove le differenze tra un essere e l'altro vanno a dissolversi e le
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similitudini convergono.
Dobbiamo quindi aspettarci ulteriori differenziazioni per i viventi del futuro?
Certo, se è sempre avvenuto è prevedibile che accada ancora, proprio
come è più probabile pensare che un fiume continuerà il suo transito
all'insegna di come lo ha protratto finora, anche se non è del tutto
impossibile un cambiamento di percorso.
I ragionamenti più logici quindi non portano al restringimento della
concezione di ciascuna vita ma al fluire vitale correlato in ogni sua parte.
Bene, la nostra singola vita non è avulsa da questo contesto, noi facciamo
parte dello stesso flusso.
Così come la determinazione dell'io è illusoria riguardo al reale significato
della nostra vita, allo stesso modo è illusoria nel pensarci nati/viventi/morti.
Di esempi in natura, ne abbiamo parecchi.
Si pensi all'uovo, quanto è differente rispetto all'essere successivo che ne
scaturirà fuori. Si pensi alla larva del maggiolino, che trascorre 3 anni sotto
terra, mangiando tuberi e radici, più grande dell'animale che gli succede e
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che saprà volare. La libellula, predatore volante da adulto e predatore
acquatico quando è nella fase larvale. La pupa della formica,
completamente bianca , il bruco della farfalla, il girino della rana e del
tritone, l'avannotto del pesce. In natura abbiamo questi esempi palesi, in
cui c'è in qualche modo, una sorta di rottura o di profonda trasformazione
della vita, ci sono passaggi incredibili. Pensare che dentro il bruco che
mastica la foglia ci siano le ali per volare, in quel corpo molliccio e
grassoccio... è vero e falso nello stesso tempo e può sembrare assurdo. È
falso, perché le ali vere e proprie non ci sono ma è vero perché c'è tutta la
predisposizione per crearle durante la trasformazione nella crisalide.
Quale è la verità dunque? Quale è la normalità? Come si svolgono
realmente le cose in natura e che suggerimenti possiamo trarre dagli
andamenti naturali?
La stessa riproduzione può essere considerata come una continuità. Si
pensi che spesso non serve neanche la riproduzione mediante il maschio
e la femmina.
Basta fare una talea di geranio e presto ci sarà un altro geranio, a cui
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riesce davvero difficile attribuire un io determinato e separato. Ma anche
senza mano dell'uomo, le propaggini naturali sono del tutto simili alle
talee, e gli stoloni delle fragole danno altre piante di fragole che sono la
stessa pianta di fragola originaria in qualche modo, anche se ormai
l'originaria non esistesse più.
Questo ci suggerisce la natura, e la natura è come una specie di calco di
ciò che è vero.
Questi passaggi di vita somigliano moltissimo ad un lascito del testimone,
ad un passaggio in una corsa a staffetta, in cui il testimone è il vero
destinatario della partenza e dell'arrivo mentre i corridori costituiscono il
mezzo di transito, i custodi, la spinta.
Se si parla di reincarnazione molti storcono il naso. Dicono: “perché io
dovrei reincarnarmi”, dicendo in quell' ”io” l'idea impossibile della
reincarnazione.
L'io non si reincarna affatto perché ciò che non esiste non si può
reincarnare.
Reincarnarsi significa lasciare una forma corporea per averne un'altra. Ma
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non significa affatto farlo scientemente, volontariamente e
consapevolmente.
Ci piacerebbe tanto comandare tutto, controllare tutto, ma le cose vanno
da sé anche senza controllo. I semi dell'acero o del tiglio si formano senza
comando e si diffondono senza volontà, senza decisione. Lo stesso battito
cardiaco e la peristalsi sono atti involontari. Morire e nascere sono atti che
non necessitano di decisione.
Alcune cose “automatiche” ci stanno bene e le accettiamo, non ci
sconvolgono la vita, le diamo piuttosto per normali e scontate, altre invece,
come il passaggio senza controllo da un corpo ad un altro ci suscitano
incredulità e sgomento, anche rabbia forse, se non possiamo averne né
consapevolezza, né memoria e quindi neanche controllo.
Noi siamo quelli che sono iniziati miliardi di anni fa, non distinti ma uniti, e
ci siamo differenziati per motivi di crescita ed evoluzione. Crescere
significa proprio estendersi e differenziarsi, quindi è normale trovarsi di
fronte ad un complesso di esseri viventi. Noi percepiamo questo
complesso come tanti e separati, talvolta antagonisti e nemici, ma anche
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lo squalo che mangia la seppia, seppia e squalo, hanno la loro natura
complementare e l'atto di attacco/nutrizione/morte non è molto dissimile da
quella di un macrofago nei confronti di una cellula morente del nostro
corpo.
Se pensiamo ad un computer, cui vengono costantemente sostituiti e
aggiunti componenti, per potenziarlo, per migliorarlo ed estenderlo nelle
sue funzioni, siamo propensi a pensarlo sempre come il nostro computer
che migliora, cambia e si evolve, anche se non avesse più nulla
dell'originale. Se invece questo accade nel flusso della vita, con il nostro
passaggio da un corpo all'altro, abbiamo più problemi a credere che
questo possa essere vero e che una certa determinazione si perpetui in
direzione della crescita. Chissà perché?
Il perché è abbastanza semplice da individuare e si trova sempre nell'io
egoistico, in quello che più d'ogni altra cosa ci impedisce di vedere oltre
l'illusorio.
In realtà facciamo della nostra paura della morte la nostra bandiera dell'io
egoistico. Se abbiamo paura della morte, è ovvio che noi esistiamo in
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quanto io. Quindi la paura della morte è conseguenza e conferma di
quell'io che ci tiene lontani dalla comprensione di come si muovano le
cose negli eoni (nei periodi di tempo molto grandi).
Preferiamo la nostra vita puntiforme nell'io, alla vita continua nel fluire,
dimenticando che al termine l'io sparirà comunque, perché illusorio e
destinato a morire con la vita.
La comprensione del fluire della vita, del passaggio da un corpo all'altro ci
costringe ad accettare anche il passato in cui eravamo meno evoluti.
Forse non fa piacere pensare di avere posseduto delle forme anche
brute, da cellule semplici, da pesci fugaci e corazzati, da anfibi buffi o da
sauri aggressivi. Lo troviamo forse umiliante e non lo accettiamo. Ma
ricordiamoci che siamo stati tutto questo dal concepimento e nel grembo
di nostra madre, dove siamo stati si, con riscontri anche scientifici, cellula,
pesce con branchie, essere caudato, fino a somigliare sempre più
all'umano, ancora prima di nascere.
Possiamo pensare che la vita abbia conosciuto momenti di gloria nel
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Nostro pianeta, che adesso abbia un periodo più fosco.
Ma si provi a pensare al fluire della vita, fin dai primi tempi, in senso
generale e non nelle singole parti.
C'è stato un evolversi, a diversi livelli. I viventi hanno percorso cammini
differenti e quello che approda all'umano è certamente un processo
evolutivo importante, e non per motivi campanilistici di appartenenza al
genere. Pure un extraterrestre sarebbe costretto ad ammettere una certa
particolarità rispetto alle altre specie, nell'evolversi che ha portato
all'essere umano.
Questo essere umano è anche la forma in cui si è concretizzato il Buddha
2,5 millenni fa.
In effetti, per quanto si possa dire che l'uomo compia atti atroci, possiamo
dire che l'evoluzione c'è stata.
Possiamo anche piangerci addosso dicendoci che l'uomo è peggiore degli
altri animali perché compie atrocità maggiori. Ma le atrocità umane sono
semplicemente rapportate alla natura umana, alla sua espressione e alle
sue capacità.
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Lo stesso vale per tutte le atrocità degli animali, se così le vogliamo
definire.
Insetti inoculano le uova in corpi vivi di altri animali dentro i quali
cresceranno come nel film Alien. Edere salgono lungo gli alberi fino a
soffocarli. Coccodrilli e scimpanzé divorano i propri simili. Leoni e tigri
uccidono cuccioli indifesi della loro stessa specie solo perché non ne sono
padri. La lista degli orrori potrebbe proseguire, e la lista delle cose
meravigliose potrebbe cominciare.
Ma ci sarebbe l'errore dell'antropomorfizzazione di questi comportamenti,
cioè, noi tenderemmo a interpretarli nel bene e nel male secondo nostri
umani criteri, con il nostro io egoistico.
Sta di fatto che le atrocità non le compiamo solo noi.
L'essere umano è quindi quello che certamente sarebbe percepito come
più evoluto, anche da un “osservatore esterno”.
L'essere umano ha una forma idonea a comprendere alcune delle illusioni
più evidenti dettate dai livelli primari della vita, per il protrarsi ed il
sostentamento della vita stessa. L'inganno è parte della vita stessa. Pesci
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come la rana pescatrice agitano un'esca per attirare l'attenzione di un
pesce cui stanno tendendo un'imboscata. La tela del ragno sembra
effimera, appare inesistente ai sensi degli insetti che vi finiscono impigliati.
Il mimetismo difensivo ed aggressivo sono illusioni ed il camaleonte
cambia colore per diventare uguale all'ambiente, mentre caccia. La natura
prevede l'inganno anche nel corteggiamento e il pavone esibisce un
orpello inutile, se non per la funzione di fare colpo sulla femmina e
permettere la riproduzione. L'orchidea fa credere al bombo di essere una
sua femmina pronta all'accoppiamento per innestargli in testa il polline da
portare ad un altro fiore, e l'insetto cade nell'illusione asservendo il fiore.
Così la natura prevede l'illusione e l'inganno, al pari di come possiamo
percepire le cose fino a quando non ci liberiamo da una visione primitiva e
infantile.
Noi come esseri umani abbiamo la possibilità di fare molti passi avanti e
un passo fondamentale è quello di diventare adulti, ragionare da padri e
da madri e acquisire una mentalità genitoriale e compassionevole.
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Il Buddha si è concretizzato nell'umano, in un tempo relativamente
recente, ed essere degli umani è certamente un passo avanti per
traguardare la buddhità.



chiedo scusa , ne posto un'altro, non ci sta tutto.

avatarsenior
inviato il 28 Aprile 2019 ore 14:39    

4. Conoscere e interiorizzare. Conservare l'insicurezza
In quale modo arrivare a conoscere le cose, e saperle, capirle,
interiorizzarle?
Nella scienza si usa il metodo scientifico, che sarebbe poi il metodo
sperimentale.
Il metodo sperimentale prevede la possibilità di ripetere il fenomeno, per
un numero di volte potenzialmente illimitato, per poter affermare che la
cosa è sottoscrivibile nell'ambito degli eventi scientifici e quindi la prova
57
scientifica dice che la questione è reale e il fenomeno ripetibile.
Questo metodo ha i suoi limiti. Uno dei limiti è che frequentemente
l'evento, quando è riprodotto per appurarne la veridicità, è svolto in
laboratorio e non nel contesto naturale dove è stato osservato.
Così modificando alcune variabili non possiamo più avere la garanzia di
aver riprodotto fedelmente il fenomeno. In questo modo il fenomeno è si
replicabile potenzialmente all'infinito ma sulla base delle variabili in cui
viene riprodotto e non sulle variabili che forse lo caratterizzavano al
momento della prima osservazione.
Così, parleremo di distanze tra pianeti e potremo esperire alcuni moti
ellissoidali in laboratorio ma non potremo mai verificare scientificamente il
moto ellissoidale di un pianeta dentro il nostro laboratorio perché quel
moto necessita di una vastità spaziotemporale che noi non sappiamo
avere, ottenere, gestire, perché è quella dell'orbita ellissoidale del pianeta
stesso, le nostre sperimentazioni saranno solo analogie e non possiamo
affermare che il principio sarà identico poiché l'analogia è per definizione
un'approssimazione.
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Non sarà un caso allora, che molte teorie scientifiche che sembravano
certe sono poi svanite nel nulla ho hanno subito una “piega differente”,
come la concezione tolemaica dell'universo, che ha poi lasciato spazio a
quella copernicana, e la teoria newtoniana, che poi ha lasciato spazio a
quella einsteiniana. Ma il buon Albert, è morto, nella consapevolezza che
c'era una teoria universale, pur non riuscendo a raggiungerla. È questa la
fatica e lo studio dell'ultimo periodo della sua vita.
Quando si tratta di perlustrare realtà non sondabili dai mezzi scientifici
attualmente disponibili, si usano altri mezzi per arrivare alla conoscenza.
Si utilizzano l'intuizione ed il ragionamento logico.
L'intuizione è l'insieme delle risultanti per le esperienze acquisite, che non
riesce ad avere un disegno definito e chiaro poiché il divenire delle molte
informazioni che la creano agisce in modo caotico.
Il ragionamento logico invece, è atto a far si che l'intuizione possa trovare
un suo svolgimento più chiaro fino e identificarne tutti i suoi pregressi
passaggi, fino a renderlo comprensibile, con il linguaggio, a se stessi e agli
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altri.
In un certo senso, l'intuizione è la matassa, il ragionamento logico è
l'arcolaio.
La realtà fondamentale e universale attualmente è sondabile per lo più con
l'intuizione e il ragionamento logico. Le informazioni scientifiche, le
conoscenze storiche, sono una piattaforma importantissima sulla quale
poggiarsi, non senza accendere il nostro senso critico, ma il fatto che
esistano è un vantaggio enorme.
E la loro esistenza, dell'informazione storica e scientifica (dico per inciso
ma ci si rifletta) è parte della compassione diffusa e non dei vari io.
Conoscere le cose quindi spesso non è un processo scientifico, non per
questo è meno valevole.
Viviamo in famiglie e società che passano il sapere e noi lo prendiamo
come buono fino a prova contraria, quando magari incontriamo una
possibile rottura di questa credenza che poi ci pone in modo critico sulla
questione mettendoci in dissenso.
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Tra i modi di conoscere esiste anche la meditazione conoscitiva, che ci
aiuta molto a capire ed interiorizzare alcuni argomenti.
Interiorizzare non è uguale a sapere. Io per esempio potrei sapere che i
panni bagnati al sole asciugano. Ma interiorizzare questa conoscenza
significa qualcosa in più che sapere. Interiorizzare significa che ho ben
presente il principio del fatto che i panni asciugheranno al sole. Potrò
quindi applicare lo stesso principio ad altre circostanze, potrò asciugare al
sole carta o legna, avendo interiorizzato chiaramente il principio. Posso
fare considerazioni attorno a questa circostanza che estendono
ulteriormente il mio ragionare. Posso immaginare l'acqua dei panni che
evapora, pur non vedendola. In un'isola deserta, senza acqua potabile,
posso bagnare delle fronde nell'acqua del mare, scavare una fossa e
metterle dentro, mettere in centro una tazza poi mettere sopra un telo di
nylon trasparente fermato con dei sassi tutti attorno e mettere un sasso in
centro al nylon, in modo che l'acqua che evapora dentro questa serra
improvvisata finisca sul nylon e piano piano scorra lungo l'inclinazione
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creata dal sasso centrale per far si che le gocce condensate possano
cadere al centro, dove ho messo la tazza per raccoglierle. Questo significa
interiorizzare, significa conoscere profondamente tanto da estendere il
concetto interiorizzato su diversi piani di pensiero, su differenti
applicazioni, conservando il principio dentro di sé per poterne usufruire
con maggiore facoltà.
Tornando alla meditazione conoscitiva, cosa è e a cosa serve?
La meditazione conoscitiva è una pratica che richiede alcune condizioni
favore voli per avere una buona resa. Una delle prime condizioni e quella
di non avere sonno, condizione questa, auspicabile per ogni tipo di
meditazione.
Infatti, meditare significa anche rilassarsi molto, sfiorando il limite che ci
porta prima al sopore e poi all'addormentamento. Se quindi, non vogliamo
addormentarci ogni volta che tentiamo una meditazione di qualsiasi tipo, è
bene cominciarla senza essere stanchi e soprattutto senza avere bisogno
di dormire.
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La meditazione porta un rallentamento del pensare che non equivale al
pensare meno ma equivale a direzionare il pensiero. Al posto di pensare
più cose contemporaneamente e far girare il nostro cervello a mille ma
senza un risultato apprezzabile, rallentiamo e andiamo più diretti ad un
determinato pensare.
Nel caso della meditazione conoscitiva questo pensare è inizialmente
guidato e può essere contenuto e direzionato anche durante la
meditazione.
Faccio un esempio per essere più chiaro.
Supponiamo che vogliamo interiorizzare la vastità dell'Universo.
Abbiamo già appreso che questa vastità corrisponde a circa 13,8 miliardi
di anni luce, cioè il tempo impiegato dalla velocissima luce per percorrere
tutto l'universo è 13,8 miliardi di anni.
Così, abbiamo l'informazione, abbiamo il sapere, ma la nostra conoscenza
stenta, poiché non abbiamo interiorizzato la reale portata di questa
informazione, la sappiamo ma non la conosciamo nel profondo, non la
immaginiamo veramente, non è dentro di noi per davvero, è solo nozione.
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Con la meditazione conoscitiva si può invece interiorizzare (o per lo meno
si può provare ad interiorizzare) anche un'informazione così lontana dal
sentire comune di un essere umano.
Una volta raggiunto il livello meditativo, con le dovute premesse, è
possibile cominciare ad indirizzare il nostro pensare su una distanza a noi
familiare, per poi moltiplicarla tante volte quanto è necessario per
immaginarsi un'altra distanza a noi familiare ma più lunga, per poi
applicare questa distanza maggiore anche a distanze non familiari ma
note, in cui noi applichiamo la moltiplicazione delle nostre distanze
familiari. Si può continuare con questo processo meditativo per lungo
tempo e senza perdere la concentrazione, fino ad arrivare a distanze
molto elevate, e addirittura fino ad arrivare alla dimensione totale
dell'universo, accorgendosi che la dimensione non è affatto separabile dal
concetto di tempo.
Al termine di questa meditazione conoscitiva, che può essere anche molto
lunga, avremo dentro di noi non la semplice nozione, il semplice sapere
della dimensione dell'Universo, ma avremo interiorizzato questa
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conoscenza. La sapremo dal di dentro e non come fatto semplicemente
appreso. Contenerla invece è un'altra questione. Se l'interiorizzazione di
questa informazione ha richiesto molte delle nostre risorse mentali per
raggiungerla potremmo beneficiare di questa interiorizzazione solo per un
periodo di tempo breve, ed essere incapaci di conservarla. Se invece la
meditazione conoscitiva ha richiesto una quantità di nostre risorse ben
inferiore, tanto da lasciarci la possibilità di memorizzare bene una
questione non troppo “sovradimensionata”, possiamo anche ricordare per
tutta la vita la questione meditata e interiorizzata.
Volevo, sulla questione conoscitiva, sottolineare come questa non sia
univoca, come non sia affatto vero che la conoscenza scientifica sia quella
vera a discapito di tutte le altre (anche se risentiamo ancora adesso
dell'epoca del positivismo), come sia importante l'aspetto anche storico,
intuitivo, del ragionamento.
La storia non è una sequenza di eventi ma è lo studio supportato dagli
eventi che si sono susseguiti e narrati sulla base di una ricerca critica.
65
Occorre avere fiducia, pensare che le nostre potenzialità sono tanto
maggiori quanto ci teniamo veramente “accesi”, la nostra conoscenza
termina dove non vogliamo sapere.
Si consideri che una caratteristica importante per aumentare la
conoscenza è quella della “sospensione” nei casi di impossibilità a sapere.
Ovvero, quando si capisce che la nostra conoscenza non riesce ad andare
oltre, al posto di darsi delle risposte di comodo oppure al posto di dire è
impossibile andare oltre, è possibile applicare la sospensione. In pratica si
accettano le nostre insicurezze e si trattengono come “risposta
provvisoria”.
La conoscenza quindi, in questo caso consiste unicamente in una risposta
provvisoria tutta incentrata sulla nostra insicurezza, sul dubbio di
conoscere veramente o non conoscere. Non sappiamo dare una risposta,
quindi si tiene accesa la domanda senza però riempire lo spazio con una
risposta qualsiasi, che sarebbe certamente errata. Questo metodo può
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sembrare forse un po' strano ma è una delle maggiori fonti di conoscenza.
La nostra insicurezza è molto preziosa, ammetterla è già informazione
condivisa e quindi compassione esercitata. Esprimere insicurezza su
alcune questioni è davvero meraviglioso e compassionevole. In tal modo
si comunica che la questione è aperta e contemporaneamente
interessante. È sottinteso che sia interessante perché se non lo fosse non
avremmo percorso la strada che ci ha portato fin sulla soglia di
quell'argomento.
Può accadere che le questioni lasciate in sospeso restino così per anni.
Dopo anni potremmo trovare la risposta da soli oppure nella
conversazione con qualcuno o in qualche libro, oppure non trovarla.
Se invece ci fossimo dati una risposta un po' a caso, magari prendendola
da qualche fonte anche se non ci convinceva abbastanza, potremmo poi
averci costruito sopra delle errate fondamenta per costruirci ancor sopra
un castello errato.
Ci sono persone che pur di darsi una risposta perché non hanno saputo
accettare la propria insicurezza, hanno formato il proprio sapere spirituale
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su basi traballanti. Si può immaginare quanto sia difficile poi, potersi
liberare da costruzioni non adatte alla nostra reale e profonda
conoscenza.
È quindi una potenzialità umana il beneficio dell'insicurezza, è come
tenere in mano le chiavi di 3 porte, senza gettarne via alcuna, in modo da
poter avere la chiave per aprire la porta giusta, quando potremo
identificare la porta da aprire.
Non è certo una questione fatale, quella della conservazione
dell'insicurezza, ma è semplicemente un vantaggio in termini di tempo e di
risorse. È più semplice partire quando si sa dove si deve andare che
tornare indietro e rifare un altro percorso.
Nel frattempo possiamo invece percorrere le strade ben individuate,
rafforzando così il nostro percorso anche in condivisione con gli altri, e
offrendo loro quanto meglio conosciamo, assieme alle nostre insicurezze.

user111807
avatar
inviato il 28 Aprile 2019 ore 14:50    

Eeeek!!!Eeeek!!!Eeeek!!!Eeeek!!!Eeeek!!!Eeeek!!!Eeeek!!!Eeeek!!!Eeeek!!!Eeeek!!!Eeeek!!!Eeeek!!!Eeeek!!!

user111807
avatar
inviato il 28 Aprile 2019 ore 14:51    

Cos'è uno scherzo Triste

user15476
avatar
inviato il 28 Aprile 2019 ore 14:53    

[...] ricorda tutte le vite precedenti e raggiunge l'illuminazione


Raggiunge il "vecchio che si finge nuovo" e se a qualcuno piace questo gioco va bene.

Se si costringe la mente, ci si può immedesimare in quello che si vuole.




user111807
avatar
inviato il 28 Aprile 2019 ore 14:59    

Non il contenuto che non ho letto é la lunghezza del post mi lascia perplesso :-P

user117231
avatar
inviato il 28 Aprile 2019 ore 15:08    

W la sintesi. MrGreen

avatarsenior
inviato il 28 Aprile 2019 ore 15:11    

ha detto tutto quello che c'era da dire, ho riconosciuto invece un tentativo di sintesi per quanto possibile di tutto il pensiero occidentale e orientale, filosofico e scientifico per tentare di spiegare il mondo, o meglio di vedere il mondo per come è

io poi che sono cresciuto a pane e documentari della BBC, del National Geographic, della Rai ecc ho apprezzato la parte relativa alla natura e alla sua evoluzione. La natura è sempre la migliore maestra


user117231
avatar
inviato il 28 Aprile 2019 ore 15:14    

Forse..ma così confondiamo le cose..
rendendo complicata una cosa semplice.

avatarsenior
inviato il 28 Aprile 2019 ore 15:33    

La cosa semplice è che la natura è sempre la migliore maestra. Gli esempi che ci offre la natura ci permettono di capire come funzionano le cose. La scienza interviene solo dopo per accertare che è così, anche se a volte in maniera imprecisa o fallace (perchè è pur smpre una costruzione umana e quindi imperfetta), e su questo hai ragione tu felix e mi pare anche Ooo lo dica. Ma la scienza non ha mai preteso di spiegare tutto, è uno strumento impreciso e imperfetto, e chi dice il contrario è in malafede o ha un interesse. Le religioni come il buddismo o la filosofia occidentale come quella greca non fanno altro che osservare i processi naturali e applicarli all'uomo che non è una realtà separata ma ne fa parte. Capito questo hai capito metà della storia, la scienza cerca di dare una misura più precisa di questa comprensione della natura che altrimenti resterebbe pura speculazione filosofico-religiosa

avatarjunior
inviato il 28 Aprile 2019 ore 15:33    

Ah! La terapia Gestalt!

user15476
avatar
inviato il 28 Aprile 2019 ore 15:40    


I buddisti hanno costruito una colossale struttura su quel pensiero filosofico; hanno parlato del vuoto, del nulla. Tutta la filosofia buddista si basa sull'affermazione che non esiste la mente. Ma si sono inventati tecniche tremende per liberarsi dalla mente. Ma lo strumento che usate per liberarvi di quella cosa che chiamate "mente", è la mente. Non esiste altro che possiate chiamare "mente", se non l'attività stessa che alimentate per liberarvi dalla mente.

Ma quando, per una stranezza della sorte o per un miracolo, vedete con estrema chiarezza che lo strumento che usate per capire non serve affatto a questo scopo, e che, anzi, non esiste alcuno strumento che serva a questo scopo, vi sentite come se all'improvviso fosse stati colpiti da un fulmine.

avatarjunior
inviato il 28 Aprile 2019 ore 15:41    

Il vero terapista Gestalt è più di uno psicologo, è una sottospecie di shamano declinata in chiave contemporaneaMrGreen

avatarsenior
inviato il 28 Aprile 2019 ore 15:41    

ovviamente non ho scritto ora quello che c'è in quei due lunghi post.
ho fatto un copia incolla da quanto avevo già scritto.

la forma discorsiva per alcuni è + comprensibile della sintesi per altri è una specie di confusione.

avatarsenior
inviato il 28 Aprile 2019 ore 15:51    

I buddisti hanno costruito una colossale struttura su quel pensiero filosofico; hanno parlato del vuoto, del nulla.

beh anche la filosofia occidentale si è concentrata per secoli sull'essere e il non essere e sull'essere del non essere che pare qualcosa è, Parmenide per esempio ma anche la filosofia più moderna.
Per me non c'è mai stato conflitto fra ricerca scientifica, filosofia e religioni o come le volgiamo chiamare, e più ci sono scambi di idee meglio è, alla fine tutte cercano a loro modo di raggiungere uno scopo comune: la conoscenza della verità. Da quello che ha scritto Ooo penso che anche per il buddismo sia così. Lo stesso Dalay Lama è molto appassionato di scienza e spesso discute con eminenti scienziati di meccanica quantistica relatività ecc pur non avendone le nozioni tecniche (come molti di noi), ma con l'intuizione e la logica anche lui (e noi) può comprendere e interagire. Molti filosofi sono anche eminenti scienziati, per dire Cartesio o lo stesso Einstein

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