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inviato il 12 Luglio 2026 ore 10:47
Grazie a entrambi per l'onestà, parto dal punto più concreto. @Raamiel: hai ragione, e ho già corretto. La pagina descriveva il metodo di calcolo dei profili Cobalt in modo specifico che non ho mai verificato con te direttamente — l'avevo dedotto da fonti pubbliche e a quanto pare in modo impreciso. Ho tolto la parte descrittiva sul "come" (chart sotto illuminazione controllata, più patch di misura) e lasciato solo quello che è verificabile pubblicamente: a cosa servono i profili, cosa migliorano rispetto ai default Adobe. Se in futuro vuoi darmi la versione corretta anche solo a grandi linee, la integro volentieri citandoti. @Wazer: la domanda sul valore aggiunto è legittima, non la eludo — e visto che l'hai posta direttamente, ti rispondo con la stessa onestà. Il progetto è stato costruito con un uso estensivo dell'IA come strumento di ricerca, raccolta e confronto delle fonti: date le decine di fonti tecniche analizzate (Boscarol compreso, con tutto il rispetto per chi non c'è più), farlo a mano sarebbe stato un lavoro biblico. Non lo nascondo perché fa parte dell'obiettivo stesso della piattaforma: rendere accessibili concetti spesso spiegati in modo estremamente tecnico. Quanto al valore rispetto a quello che già esiste: non pretendo di aver scritto "contenuto che nessuno ha mai trattato" — provo a portare tre cose concrete — parità reale EN/IT su tutte le pagine (la maggior parte delle risorse italiane valide è solo in italiano, la maggior parte di quelle davvero complete — Lindbloom, Elle Stone, Rodney — è solo in inglese), una struttura per livello (beginner/intermediate/advanced) invece di un archivio sparso, e trasparenza sulle fonti — ogni pagina cita esplicitamente da dove viene un'affermazione tecnica, così chi vuole può controllare (e correggere, come ha appena fatto Raamiel). Il punto di @Jakk mi sembra centrato: non siamo in un contesto di ricerca, comunicare bene concetti noti ha un valore indipendente dall'originalità assoluta. |
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inviato il 12 Luglio 2026 ore 14:27
Andyrunner capisco bene il tuo punto di vista, ma potevi almeno sforzarti di rispondere senza usare l'IA /s Sarò sincero, il vero problema di quando si usa l'IA su alcuni argomenti, senza farsi affiancare da professionisti, è proprio questo: le guide possono contenere errori, a volte parecchi; il web era pieno di guide imprecise anche prima del suo arrivo, ma la magnitudine è certamente aumentata. ** Con tutte le buone intenzioni del caso, che non metto in dubbio anzi apprezzo, c'è comunque il rischio di enshittificare il web...lo possiamo negare o accettarlo. Se proprio si vuole semplificare gli argomenti, per raggiungere un pubblico più vasto, ci si fa affiancare da esperti del settore: Veritasium e compagnia bella non tirano fuori contenuti IA based per poi aspettare che siano gli utenti o i professionisti a correggere gli errori. ps: Alcuni campi come quelli sociali (le scienze molli) si possono permettere semplificazioni ed errori; altri assolutamente no. La famosa frase di Feynman viene spesso fraintesa e usata in modo capzioso perché manca una considerazione fondamentale: se vuoi spiegare argomenti complessi serve la giusta preparazione, che anche semplificando resta indispensabile. Non puoi sperare di far capire le equazioni di Navier Stokes senza aver prima studiato Analisi 1 e 2. ** perfino negli studi scientifici è aumentato il numero di citazioni fantasma: www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(26)00603-3/ful |
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inviato il 13 Luglio 2026 ore 12:00
Quello che dice Wazer lo condivido con un piccolo distinguo: nessun campo si può permettere errori perché questi minano alla base la credibilità di ogni teoria, sociale, ingegneristica, fisica o matematica che sia. L'AI è un moltiplicatore di capacità fantastico però, come moltiplicatore, deve avere qualcosa da moltiplicare: se non hai nessuna competenza non puoi sperare di non incappare in errori grossolani: sono lì, possono succedere, succedono, e tu non te ne accorgi perché l'AI è sempre più capace di scrivere anche cose sbagliate in maniera credibilissima. Ora Andy, non so ma mi immagino che tu ne sappia di "colore": se non è così almeno spero tu abbia usato un approccio "avversariale" allo sviluppo del tuo portale: più agenti che non condividono nessun contesto che controllano con scopi diversi quanto è stato prodotto. Se non è così, ti consiglio di almeno fare una "passata" in questo modo. Il fatto che ci siano le fonti non garantisce la correttezza perché (succede spesso) la fonte citata è corretta ma, se vai a vedere, quello che viene estratto da essa è stato modificato/inventato. My 2 cents N.B. La semplificazione, secondo me, può essere portata a qualsiasi livello: il punto è a cosa serve quello che viene prodotto. Le equazioni di Navier Stokes possono essere introdotte anche ad un ragazzo delle medie come concetto (prova a chiederlo all'AI) ma di certo, con quella spiegazione, non sei in grado di "farci nulla" per prevedere il comportamento reale di un fluido |
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inviato il 13 Luglio 2026 ore 13:40
Come immaginavo, si inizia a parlare di fotografia e poi si finisce a parlare di fisica e di matematica. La fotografia è qualcosa di diverso, anche se ora è digitale. Non tenere conto del fatto che, alla fine, il nostro occhio è la periferica ultima e che è collegato al nostro cervello e non a un PC, riduce il tutto a un mero esercizio più o meno tecnico-fisico, che ignora però la cultura dell'immagine e la sua evoluzione, sia a livello sociale sia di puro estetismo. Ripeto, come ho detto sopra, oggi si deve andare oltre i numeri: un verde di un prato in fotografia, della stessa frequenza e visto sullo stesso monitor, come lo vedono un londinese e un siciliano? La complessità del tema risiede nella globalità della nostra visione individuale e collettiva, non negli strumenti usati per creare una fotografia o un'immagine, che si tratti di fotocamere o di tecniche. Inoltre, semplificare non è sufficiente: si deve sintetizzare. E per sintetizzare, l'AI di cui possiamo fare uso noi in questo momento semplifica, ma non sintetizza; servono un'esperienza e una consapevolezza abbinate alla tecnica. Una visione quantica forse è l'unica metafora scientifica che calza davvero nella fotografia. Nella fisica quantistica, una particella esiste in una sovrapposizione di stati finché non viene osservata. L'atto dell'osservazione determina la realtà. La fotografia funziona esattamente così. Una foto non è un dato fisso. Esiste in una "sovrapposizione di significati". Nel momento in cui l'osservatore (con la sua cultura, i suoi traumi, la sua provenienza geografica) guarda lo scatto, la funzione d'onda crolla: l'immagine assume un significato unico per quell'individuo. |
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inviato il 13 Luglio 2026 ore 14:41
Bello e molto calzante il parallelo con lo stato quantico @Ivo... questa me la segno. Però qui il punto è sul lavoro che ha fatto @Andy e sul fatto che si sia (giustamente se fatto con criterio) fatto aiutare dall'AI, con i rischi che questo comporta. È indubbio, almeno per me, che una risorsa come quella che ha creato lui, un valore "didattico" ce l'ha e può essere anche molto alto se ha fatto bene il suo mestiere. Per rimanere in metafora, tutti quei meccanismi che lui descrive con cura, alla fine, se non gestiti correttamente, alterano lo stato quantico e quando il siciliano e il londinese osservano la foto con il loro occhio e con il loro passato esperenziale, osservano due stati quantici diversi e non possiamo dire se le differenze che notano dipendono dal loro "modo di misurare" o da queste alterazioni. P.S. Scusa se ho stirato un po la tua metafora ... |
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inviato il 13 Luglio 2026 ore 14:59
Credo che ci sia un equivoco sul piano della discussione, il topic riguarda la gestione del colore nel digitale, non la teoria dell'immagine o l'estetica della fotografia. Qui stiamo parlando di come uno stimolo luminoso venga acquisito da un sensore, rappresentato numericamente e trasformato, attraverso un sistema di color management, fino alla visualizzazione su un monitor. È un ambito in cui operano organismi come l'ICC e altri enti di standardizzazione, che definiscono modelli e procedure proprio per garantire la massima "coerenza" possibile tra dispositivi diversi, tenendo conto di fenomeni fisici ben noti, come il metamerismo, delle differenze tecnologiche tra i vari display, degli illuminanti e delle caratteristiche dell'osservatore standard. L'osservatore standard è appunto il fulcro dell'intera architettura colorimetrica perché non rappresenta "come vede ogni individuo", ma un modello condiviso che permette di costruire sistemi ripetibili e misurabili. Che un londinese e un siciliano possano attribuire significati diversi allo stesso verde è un tema affascinante, ma riguarda la percezione, la cultura e la semantica dell'immagine, non la gestione del colore. Proprio per questo la tua premessa è errata: il color management non ha lo scopo di uniformare le interpretazioni soggettive: il suo obiettivo è fare in modo che il dato colorimetrico venga riprodotto nel modo più "fedele "e prevedibile possibile lungo tutta la filiera digitale. Quindi, per me, introdurre metafore tratte dalla meccanica quantistica rischia solo di spostare il discorso su un piano filosofico che, per quanto possa essere interessante, è estraneo all'argomento tecnico di cui si stava parlando. |
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inviato il 13 Luglio 2026 ore 15:01
Una foto è allo stesso tempo un insieme equilibrato e "consapevole" di fisica, matematica, storia dell'arte (o evoluzione del "rappresentato"), cultura umanistica e delle sue forme, memoria e altro ancora. L'osservatore può coglierne tutto o una parte, anche se minima. Chi prefigura la foto, la realizza e la espone invece deve possedere, in modo molto equilibrato, tutti gli aspetti sopra ricordati. Dunque una foto è infine allo stesso tempo, matematica, fisica, tecnica del colore, storia dell'arte, letteratura, poesia , musicalità del colore, etc, etc... e pertanto non mi stupisce affatto che parlando di fotografia si finisca anche a parlare di fisica o di matematica o ancora di Le Corbusier!!! |
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inviato il 13 Luglio 2026 ore 15:02
@Wazer +100 |
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inviato il 13 Luglio 2026 ore 18:04
Seguo con interesse questa discussione e, soprattutto, il lavoro che sta nascendo attorno a questa guida, perché credo che possa diventare un riferimento utile per molti fotografi. Leggendola, però, mi sono posto una domanda che nasce dalla mia esperienza professionale e che vorrei condividere come spunto di riflessione. Nel Gruppo del Colore ho sempre apprezzato il fatto che il tema del colore non fosse affrontato esclusivamente come un problema tecnico, ma come un fenomeno nel quale convivono aspetti colorimetrici, percettivi, cognitivi e culturali. In questo senso credo che il contributo di figure come Mauro Boscarol, Aldo Bottoli e, più in generale, del Gruppo del Colore rappresenti ancora oggi un patrimonio importante per comprendere il colore nella sua complessità. Personalmente ho affrontato il tema del colore in ambiti molto diversi dalla fotografia, lavorando per anni come progettista nel settore dell’abbigliamento e successivamente nell’industria del vetro e della stampa ceramica. Esperienze differenti, ma accomunate dalla necessità di confrontarsi ogni giorno con il rapporto tra misura, percezione e risultato finale. Ed è proprio da questa esperienza che nasce la mia domanda. Quanto è oggi centrale il color management per il fotografo? Sottolineo oggi perché, rispetto agli albori del digitale, la qualità media dell’intera filiera è cresciuta enormemente. Molti monitor escono dalla fabbrica con una caratterizzazione molto accurata, quelli di fascia alta integrano sistemi di calibrazione hardware e, nel complesso, la coerenza cromatica raggiungibile è oggi decisamente elevata per la maggior parte delle applicazioni fotografiche. La mia esperienza mi ha anche insegnato che ogni misura va sempre interpretata nel contesto e nelle finalità per cui è stata progettata. In ambito industriale ho avuto modo di confrontarmi con strumenti di misura sviluppati per esigenze diverse da quelle fotografiche e questo mi ha portato a considerare la misura come uno strumento indispensabile, ma mai disgiunto dal contesto applicativo. Osservando la fotografia contemporanea, però, mi colpisce un altro aspetto. Sempre più spesso il linguaggio fotografico ricerca intenzionalmente una reinterpretazione del colore attraverso LUT, simulazioni di pellicole, color grading e stili che non hanno come obiettivo la riproduzione fedele della scena, ma la costruzione di un’estetica personale. Per questo motivo mi chiedo se oggi, almeno in fotografia, la domanda non debba essere soltanto come riprodurre il colore nel modo più corretto possibile, ma anche perché lo facciamo e quale significato attribuiamo al colore all’interno dell’immagine. Proprio in questa prospettiva credo che una guida come questa potrebbe arricchirsi ulteriormente affiancando agli aspetti tecnici anche un maggiore inquadramento storico e culturale, approfondendo il contributo di studiosi come Mauro Boscarol, Aldo Bottoli e, più in generale, della tradizione del Gruppo del Colore. Non tanto per aggiungere nozioni, quanto per offrire una visione più ampia, nella quale la tecnica rimane uno strumento fondamentale, ma inserito all’interno di una riflessione più generale sul ruolo del colore nella fotografia. |
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inviato il 13 Luglio 2026 ore 18:41
Bel lavoro e interessante |
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inviato il 13 Luglio 2026 ore 19:03
@Andyrunner i due libri di Olivotto (Marco, pls., non Andrea come pensava il solito cabarettista...) me li presta la biblioteca di Monza (Brianzabiblioteche). Margulis ha nominato Olivottto il suo successore ufficiale del cuore. Essendo un fisico, sei al riparo di astruserie non comprovate. È un po' debole la parte sul rumore perché il secondo volume (più completo) è uscito nel 2023 quando stava cominciando a dilagare l'uso di AI per effettuare Denoise. Ogni volta che si parla di colore non trovo un riferimento essenziale, ossia il requisito di un SNR molto alto nelle misure. In questo 3d c'è stato anche qualcuno secondo cui colorimetri e spettrofotometri sono affetti anch'essi da errori. Dipende dalla qualità della strumentazione usata, un buon riferimento può essere lo Juzino Paolo Jacopini che col colore ci ha fatto i soldi! Per quanto riguarda la AI, sto vedendo che ne sa molto meno di me sulla diffrazione in fotografia digitale, quindi le sue risposte vanno prese con le pinze. Esemplificando: se la AI ha imparato ANCHE dal Forum Juza, è inevitabile che divulghi la dabbenaggine che sensel più piccoli aumentino il danno della diffrazione. È il contrario, fidati! |
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inviato il 13 Luglio 2026 ore 19:05
Filo, sono d’accordo. Mi ricordo una vecchia discussione a partire dal testo di Itten "L'arte dei colore". Non sono ancora riuscito a vedere "Il colore nella fotografia" di Mante. |
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inviato il 13 Luglio 2026 ore 19:35
@Val l'AI la puoi puntare dove vuoi e, se lo fai bene, farle leggere solo le informazioni che ritieni attendibili. Il punto è quanto controllo si esercita sul suo operato e come e quanto si conosce l'argomento per poter capire se ha fatto cose strane. Da qui la domanda su come ha impostato il lavoro @Andy, visto che ha detto di aver fatto uso dell'AI (cosa per me accettabilissima) P.S. Potrei fargli rispondere alla domanda "sensel più piccoli aumentano il danno della diffrazione?" leggendo solo i tuoi commenti qui su Juza |
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inviato il 13 Luglio 2026 ore 20:24
“ Per quanto riguarda la AI, sto vedendo che ne sa molto meno di me sulla diffrazione in fotografia digitale, quindi le sue risposte vanno prese con le pinze.Triste „ Però non siate generici quando usate il termine AI, definite quale strumento usate e che modello LLM utilizza. Questo perché tra un modello da pochi parametri e un modello di frontiera c'è un abisso, dei quali ci sono molte varianti. Che poi i modelli LLM abbiano allucinazioni è una cosa di cui si deve tenere conto, tant'è che ci sono molti Agenti che sfruttano più modelli orchestrando il flusso e trovare possibili errori. |
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inviato il 13 Luglio 2026 ore 21:02
@Jakk, Michael ho in casa un Master Informatico 110 lode che non mi considera proprio. Per lui AI è statistica applicata. E mi lascia solo nel mio brodo. Uso Gemini gratis a un livello basso. Badate che su questo Forum esiste chi pensa che una Canon 5DS vada limitata a f/6.3 (sic!) o f/8 al massimo, per via della diffrazione. E Gemini avvalora tutto questo. Mi illudevo, speravo qualcosa in più da Gemini... |
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