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Il tempo dello sviluppo: come la percezione del colore si trasforma insieme alla tecnologia.


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avatarsenior
inviato il 20 Luglio 2026 ore 10:54    

Se i prossimi interventi continueranno sulla strada della provocazione da bar pur di evitare questo nodo, provvederò a escludere i singoli utenti dal topic. In questo modo rimarrà lo spazio solo per chi ha davvero voglia di confrontarsi sul tema della consapevolezza.


...e possibilmente verrà "salvato" chi non intralcia il reticolato del tuo pensiero calcificato, ed impermeabile all'interrogazione.

Buon viaggio.

avatarsenior
inviato il 20 Luglio 2026 ore 11:06    

@Ayps
primo ed ultimo avvertimento

avatarjunior
inviato il 20 Luglio 2026 ore 12:11    

Vi siete mai posti dei dubbi sinceri di fronte alle vostre immagini durante queste fasi? Vi siete mai chiesti se le scelte che fate lungo tutto il flusso di lavoro — dalla progettazione iniziale fino allo sviluppo del file — rispondano davvero a un vostro intento profondo e consapevole, o se a un certo punto vi lasciate semplicemente trasportare dagli automatismi del mezzo?


Mi stavo ormai rassegnando a non avere nulla da dire, quando mi si è insinuato un dubbio. Adoro i dubbi. Allora, come si fa ad individuare ed isolare la causa di un condizionamento? Non è forse il pensiero stesso condizionabile, lo stesso pensiero che ci fa riflettere che qualcosa ci condiziona? Il punto è che condizionamento grande mangia condizionamento piccolo. Io c'ho rinunciato da un pezzo, e sguazzo nella meraviglia.

Ma questo cosa c'entra, vi chiederete. Già, me lo chiedo anch'io Sorriso

avatarsenior
inviato il 20 Luglio 2026 ore 12:54    

@Micomer

In realtà il tuo intervento mi sembra molto sensato perché apre proprio al dubbio che Ivo sta cercando di sollevare, soprattutto rispetto al ruolo del software.

Quando non siamo immersi in un progetto fotografico preciso e apriamo una nostra normalissima fotografia, quante volte ci lasciamo tentare dal preset proposto dal software? Magari è accattivante, ruffiano, apparentemente efficace. Se non riportiamo la mente a ciò che ci aveva spinto a scattare quell’immagine, è facile che quell’estetica ci convinca.

Certo, molti avranno un metodo talmente consolidato da azzerare tutto in partenza o da configurare il software perché non proponga alcuna interpretazione. Ma non vale per tutti.

Il dubbio, quindi, è legittimo e la risposta non è così scontata. Quando una certa estetica viene riproposta continuamente su software, social, smartphone e media diversi, finisce inevitabilmente per influenzare il nostro gusto.

In questo periodo, ad esempio, sto giocando con le LUT Panasonic. Mi divertono, ma mi accorgo anche di quanto sia facile lasciarsi sedurre da una resa che, magari, non appartiene davvero alla mia idea iniziale. Dopo il momento ludico cerco di tornare all’intenzione con cui avevo scattato e di chiedermi se quella scelta abbia davvero un senso.

Per questo continuo a pensare che il primo riferimento debba essere l’intento nato al momento dello scatto. Poi esiste anche un certo edonismo estetico che, durante lo sviluppo, può portarci altrove. Fa parte del gioco.

Chi lavora da anni su un progetto fotografico strutturato probabilmente possiede anticorpi più forti, perché la propria ricerca è più solida e rende più difficile farsi trascinare dalle mode del momento. Ma credo che il dubbio rimanga comunque una buona compagnia: è spesso lui che ci costringe a chiederci se una scelta appartenga davvero a noi o soltanto al gusto del momento.

avatarjunior
inviato il 20 Luglio 2026 ore 13:41    

Quando sostengo che lo strumento vincola il risultato, intendo proprio quello.

Se hai un tornio fai solidi di rotazione,se hai una lut fai un tipo di post.

Detto questo.
Il lavoro in serie si avvale della automazione.
La creazione del nuovo viceversa richiede intervento manuale

avatarsenior
inviato il 20 Luglio 2026 ore 13:59    

Al di là del fatto della foto in se stessa sia come qualità che come risultato tecnico dei numeri.
Se l'intento è avere una luce che sia avvolgente come ad un tramonto ma senza la dominate arancio.
Esporre per i bianchi e poi andare a costruire la luce più simile all'intento, resta solo un esercizio oppure sarebbe meglio far fare al SW con una lut tramonto su una esposizione data dalla fotocamera come media di lettura ed esposta in automatico?
@Micomer il dubbio fa parte del gioco, solo provando ed accumulando esperienza si arriva alla consapevolezza, se ci riusciamo o meno, è la costanza e l'accettazione del fallimento che fa trovare un modo migliore che ci rende consapevoli.
Come il SW arriva al risultato lo sappiamo ma poi resterebbe una soluzione asettica e simile a tutte le altre che usano la stessa lut, come nelle serie TV che si distinguono per la loro color in ogni suo fotogramma.

La sperimentazione alla fine è anche un banco di prova per capire se siamo sulla strada giusta e poi affinare la tecnica e tutto quello che serve per arrivare all'intento.




avatarsenior
inviato il 20 Luglio 2026 ore 14:51    

Siamo alle solite...

Buona continuazione, signori.

avatarjunior
inviato il 20 Luglio 2026 ore 17:07    

quali solite?

avatarsenior
inviato il 20 Luglio 2026 ore 17:58    

@Raviolo

Il problema non è lo strumento in sé, ma la subordinazione dell'operatore allo strumento.

Il tornio, di per sé, applica una legge fisica (la rotazione). Ma la differenza la fa chi sta al comando:

L'uso passivo (il ciclo di rotazione automatico): Subisci lo strumento. Lo lasci girare per inerzia, fai fare alla macchina il suo lavoro standard e ottieni il classico solido di rotazione prevedibile, replicabile, finito. Lì è il mezzo che domina l'esecutore.

L'uso virtuosistico e creativo (il superamento del limite): Usi il tornio con intenzione, ne conosci così bene le dinamiche da spezzare la monotonia del ciclo. Cambi la pressione a mano libera, intervieni con riprese successive, combini la rotazione con l'intaglio manuale fuori asse, o usi la velocità in modo non convenzionale. Lì lo strumento smette di essere una gabbia e diventa un'estensione della mano.

In fotografia è esattamente la stessa cosa: anche un mezzo rigido o un'impostazione "standard" (come una curva, un canale LAB o persino una fotocamera con i suoi automatismi) smettono di essere un limite se sai come spingerli oltre il loro uso da manuale.

Le forme e le possibilità non sono finite. Diventano finite solo quando ci si accontenta dell'uso per cui la macchina è stata programmata dal fabbricante, anziché piegarla alla propria visione.

avatarjunior
inviato il 20 Luglio 2026 ore 18:30    

mah, ti direi di si.. Se non fosse che si ricade sempre nell'uso piu' o meno sofisticato del mezzo.
Si puoi ottimizzare al massimo, puoi essere maestro, ma sempre tondi o ellissi fai.

Voglio dire. Esiste un punto oltre il quale si smette di correre dietro alla tecnica, per approdare finalmente al contenuto?.

Parliamo di colore. C'e' chi si e' fatto fare un blu specifico. C'e' chi ha rincorso tutta la vita il colore che non esisteva.
C'e' chi ha cercato di riprodurre l'acqua e chi la luce in modo perfetto.

Poi forse si e' spazzato via tutto, pensando che la riproduzione ESATTA non fosse cosi importante.

Ed ora mi chiedo. Certi verdi, tipici dei primi del novecento, hanno piu' o meno valore dell'arancione vivo che identifica immediatamente gli anni 70?
E l'arancione affiancato dall'azzurro? Dove lo confiniamo? Escamotage o colpo di genio?

Insomma, voglio dire: Mimmo Iodice era un × o nel suo lavoro ha detto e fatto qualcosa di serio?

avatarsenior
inviato il 20 Luglio 2026 ore 18:33    

Forse c’è un equivoco terminologico.

Quando si parla di “costruire la luce”, normalmente ci si riferisce alla fase di ripresa. Se un progetto richiede una determinata qualità della luce, quella viene progettata scegliendo gli illuminanti, la loro posizione, il rapporto tra luce naturale e artificiale, oppure decidendo il momento della giornata più adatto.

La post-produzione interviene successivamente per enfatizzare quell’intento, rifinire i rapporti tonali, correggere ciò che il sensore non ha registrato come percepito dall’occhio o rafforzare l’atmosfera dell’immagine. Ma la qualità della luce nasce generalmente prima dello scatto.

Esiste poi un altro approccio, assolutamente legittimo, in cui la fotografia diventa il materiale di partenza di un progetto più ampio. Nel mondo della computer grafica, del compositing e dell’immagine pubblicitaria è normale ricostruire o reinterpretare completamente la luce, fino ad arrivare a un’immagine fotorealistica che non coincide più con la realtà fotografata. In molti progetti di comunicazione contemporanea si lavora proprio integrando oggetti reali, fotografia e immagini generate digitalmente per raggiungere un risultato coerente con il concept.

C’è infine un terzo livello, quello del color grading. Qui il lavoro non consiste tanto nel costruire la luce, quanto nel costruire una narrazione cromatica: dominanti, densità tonali, atmosfera, proprio come in passato si sceglievano una determinata pellicola o uno specifico processo di stampa per ottenere una precisa identità visiva.

Per questo motivo mi sembra utile distinguere questi tre momenti: costruzione della luce, sviluppo dell’immagine e color grading. Sono discipline che dialogano tra loro, ma non sono la stessa cosa e rispondono a obiettivi differenti.

avatarsenior
inviato il 20 Luglio 2026 ore 19:22    

@Raviolo, stai dividendo due elementi che nell'atto creativo non sono mai stati scissi: la tecnica e il contenuto. Non esiste un punto in cui "si smette di correre dietro alla tecnica per approdare al contenuto", semplicemente perché la tecnica è l'unico linguaggio attraverso cui il contenuto può manifestarsi. Se non governi la materia, l'idea resta un'intenzione invisibile.

Gli esempi che citi io li leggo in modo diverso:

Yves Klein e il suo Blu: Non ha "pensato" a un blu; lo ha dovuto chimicamente e tecnicamente sintetizzare nel 1960 insieme a un chimico (usando la resina Rhodopas M60A) per evitare che il pigmento perdesse brillantezza. Senza quella ricerca tecnica ossessiva sul mezzo, il suo "concetto" non esisterebbe.

I colori delle epoche: I verdi del '900 o l'arancione/azzurro degli anni '70 sono la risposta diretta alla chimica dei pigmenti, alle pellicole e ai processi di stampa dell'epoca. L'estetica di un'epoca è la forma che assume la tecnologia quando incontra la sensibilità degli autori.

Mimmo Jodice: Citare Jodice come esempio di chi avrebbe "superato" la tecnica mi sembra un abbaglio. Il suo lavoro sul tempo e sulla memoria vive e parla attraverso la camera oscura: le sue bruciature, i contrasti locali e la gestione manuale del supporto d'argento. Se togli la sua specifica maestria tecnica di stampa, il contenuto di Jodice perde lo spessore che gli si riconosce.

Per me la tecnica non è una gabbia: è la carne del contenuto.

L'intervento di @Filo63 diventa fondamentale per mettere ordine e dividere con precisione le varie fasi del lavoro, evitando di fare un minestrone concettuale.

Ha perfettamente ragione nel distinguere la costruzione della luce (in ripresa) dallo sviluppo e dal color grading. Se vogliamo capire cosa significa costruire la luce alla radice, il punto di riferimento resta il metodo di Francesco Francia: in studio l'architettura delle luci, i modellatori e i rapporti di illuminazione misurati col flashmetro sono un lavoro quasi ingegneristico che avviene prima dello scatto. La fisica della luce non si inventa dopo.

Allo stesso tempo, quando si parla di "costruire la luce" in post-produzione, si intende un lavoro del tutto analogo a quello che si fa sui file LOG nel video: si parte da una registrazione volutamente "piatta" e ricca di dati (come la luce naturale pensata e fatta entrare da destra tra gli alberi) per poi andarla a scolpire in sviluppo, tirando fuori i chiari e gli scuri necessari a dare profondità visiva, tridimensionalità e densità al colore.

In conclusione, fotografare in studio e fotografare in esterni sono due mondi operativamente diversi, pur rispondendo esattamente alle stesse leggi fisiche e concettuali:

In studio la luce si costruisce da zero controllando ogni singolo illuminante.

In esterni si impara a leggerla, prevederla e sfruttare la sua latitudine, capendo da dove arriva il sole e come posizionare il soggetto nel set per poi valorizzarlo in post-produzione.

Per questo usando il metodo Francia in studio la post produzione è veramente limitata.

avatarsenior
inviato il 20 Luglio 2026 ore 22:53    

Posizionati alcuni punti fermi, credo che si ritorni comunque a uno spazio in cui la tecnica è subordinata all’intento, a prescindere dalla natura o dalla “nobiltà” di quell’intento.

Abbiamo anche riconosciuto che tutti possiamo essere attratti da un’estetica dominante, favorita dal software, dai social o semplicemente dal gusto del momento.

A questo punto, però, credo che la differenza non stia tanto negli strumenti quanto nelle persone. Chi, come intendi tu Ivo, sceglie la strada più semplice, probabilmente non sente il bisogno, o non prova la curiosità, di attraversare quella fase di sperimentazione fatta di tentativi, frustrazioni e piccole conquiste che porta a costruire un linguaggio personale. Ma non per questo sbaglia. Semplicemente, il suo intento fotografico è un altro e trova soddisfazione in ciò che realizza e nel modo in cui lo realizza.

Forse è proprio questo il bello della fotografia: esistono molti modi di viverla e molte fotografie diverse, mentre i grandi autori, come in ogni disciplina, restano inevitabilmente pochi.

avatarsenior
inviato il 22 Luglio 2026 ore 13:43    

Credo che il colore sia in larga parte soggettivo. A parità di tecnologie, una persona avrà un senso del colore diverso da un'altra. Anzi credo che anche noi, da un giorno all'altro, possiamo avere percezioni molto diverse, e scegliere in maniera diversa come agire sul colore della stessa foto.

Quando fai post produzione gli stati d'animo e la tecnologia lavorano di pari passo con le tue percezioni.

La foto finale è il risultato di tutto questo.

avatarjunior
inviato il 29 Luglio 2026 ore 20:37    

Riflettendoci su, se dobbiamo isolare una causa, forse è la ormai onnipresente fruizione della foto sullo schermo retroilluminato che ha cambiato la percezione comune della fotografia. E non parlo del professionista che potrebbe ancora barcamenarsi Sorriso con apposite tarature e accorgimenti vari. Ma conviene? La pubblicità stampata è costretta ad uniformarsi per ovvii motivi, e la frittata è fatta. Ammesso che si tratti di una frittata, e non di normale progresso.

Che cosa ne pensi di questo argomento?


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