user96921
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inviato il 09 Maggio 2018 ore 21:58
sono passato dalla camera oscura alla camera chiara dalla sera alla mattina, dopo che la mia ricerca di stampare in maniera "ibrida" cioè file su chimica è andata in fumo, per le poche tecnologie a disposizione e per i costi. Avevo pure una sviluppatrice dry to dry della durst ( che costava un botto) che ho tenuto per molto tempo a tale scopo poi l'abbandono. Le stampe di cui sopra elenchi in parte il procedimento valgono solo per il digitale, manca la fase intermedia di creazione del negativo analogico che serve per arrivare alla stampa. E' la qualità di questo internegativo che è fondamentale. ....ho visto adesso che hai la persona giusta, eventualmente ti disturbo. ciao rob |
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inviato il 09 Maggio 2018 ore 22:26
Ne parleremo Rob. Il negativo non serve, è un altro processo Ma ci aggiorneremo. A presto! |
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inviato il 09 Maggio 2018 ore 22:56
Mah, credo riguardi le foto scattate in pellicola poi digitalizzate e stampate inkjet. Le foto “nate” in analogico perdono sempre un po' di qualità nei passaggi digitali e, a maggior ragione, i vecchi negativi di autori famosi le cui stampe chimiche dell'epoca (ma, in misura minore, anche quelle rifatte oggi col processo chimico) hanno una quotazione maggiore. Il problema non esiste - almeno a me così risulta - per le foto nate e stampate in digitale. Ho anche un'esperienza diretta, proprio a Londra, dove mi hanno richiesto specifiche caratteristiche per attribuire ad alcune mie stampe la qualità fine art. Altro discorso è quello sulla qualità intrinseca dei due processi. Secondo molti esperti il B&N digitale non ha ancora raggiunto la qualità di quello analogico. Il colore digitale viene invece considerato unanimemente superiore a quello ottenuto in stampa con le tecniche tradizionali. Nel caso di “Genesi” di Salgado - verificherò ma credo di ricordare così - le foto sono state raccolte lungo un arco di tempo molto lungo. I primi tempi il fotografo ha usato la pellicola per poi passare al digitale. Per cercare di uniformare i risultati ha provveduto a trasferire in pellicola i files digitali. In pratica ha fatto il contrario di quello che avviene di solito. Successivamente tutte le pellicole (quelle originali e quelle con immagini digitali trasferite) sono state digitalizzate e finalmente stampate con plotter inkjet, carta fine art (ilford Galerie) e tecniche fine art. |
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inviato il 09 Maggio 2018 ore 23:23
“ Mah, credo riguardi le foto scattate in pellicola poi digitalizzate e stampate inkjet „ In realtà la ratio sarebbe un'altra, che peraltro non riguarda un fatto qualitativo. Sarebbe (ripeto, uso il condizionale perché sto approfondendo) cioè nella differente "unicità" del pezzo realizzato con ingranditore, praticamente irripetibile e quindi con più probabile autenticità. Prendo due concetti da uno stampatore: i n Camera Oscura si producono originali unici non standard , personalizzati e con una lunga storia alle spalle , sia che provengano da negativo sia da un file digitale. Seppur replicabile una stampa fotografica non sarà mai uguale alla precedente e neanche alla successiva, sarà unica . in Camera Oscura si produce una stampa fotografica che acquisirà valore nel tempo sia per sua futura rarità sia per il procedimento artigianale al quale è stata sottoposta Ma allo stato, mi fermo, perché non so poi quanto significativa sia la cosa, perché credo sia ancora nel terreno delle opinioni. Comunque, visti alcuni lavori, anche di fotografi sufficientemente noti, stampati secondo questo modello (file digitale e stampa tradizionale), trovo il risultato molto interessante... |
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inviato il 10 Maggio 2018 ore 0:08
Ho passato 20anni in camera oscura e ti posso assicurare che col B&N, in assenza di mascherature “mobili”, con la stessa risma di carta, stessi bagni chimici, stessi tempi di esposizione con l'ingranditore e successivo sviluppo, stesse temperature, stesso lavaggio finale, si possono stampare 100 foto identiche, o almeno indistinguibili, senza ricorrere ad analisi strumentali. Ma anche se ciò non fosse vero - ed è vero - chi stabilirebbe che “quella” foto valga più delle altre simili? Escludendo fattori di gusto personale, chi le vende si troverebbe a dover attribuire a ciascuna lo stesso prezzo. Le oscillazioni di prezzo deriverebbero, non tanto dalla singolarità artigianale, ma dalle consuete lievitazioni che avvengono per gli ultimi esemplari della serie (edizione). Sono anche convinto che le migliori stampe chimiche si ottengano da pellicola impressionata nel modo tradizionale. Questo non esclude, naturalmente, che altre soluzioni possano piacere di più ma è un fatto soggettivo. Mi viene anche da considerare che certe dimensioni di stampa raggiunte col digitale sono, se non impossibili, molto difficili da raggiungere con la stampa chimica. E molti grandi autori ricorrono a stampe enormi non solo per fare effetto sul pubblico ma essenzialmente per necessità espressive. Gursky, per esempio, stampato in 30x40 non avrebbe senso. |
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inviato il 10 Maggio 2018 ore 1:04
No Franco, non importa mi assicuri, visto che in camera oscura ci sono stato in effetti un po' anche io, ma il concetto era un altro. Ovvero che due stampe in camera oscura non sono "identiche" per natura di processo. Se neghiamo questo, è evidente che tutto il discorso cade. E chi come te il mercato dell'arte lo conosce sa quanto può fare la differenza. L'arte, tu mi insegni, non si misura in valori numerici Sul discorso finale non discuto, anche perché il tema si amplia troppo, e mi pare porti lontano dalla discussione. Mi pare tuttavia che i formati enormi di un Ruff per esempio, sono assai precedenti al digitale, m ripeto, credo si vada fuori tema 'Notte F |
user96921
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inviato il 10 Maggio 2018 ore 9:12
“ Ho passato 20anni in camera oscura e ti posso assicurare che col B&N, in assenza di mascherature “mobili” „ , Ma è paricamente impossibile stampare ad alto livello senza mascherature e/o cambi di gradazioni e/o altre tecniche in locale sul foglio. Quindi la riproducibilità quasi perfetta di più copie spesso era legata ad un internegativo magari in lastra. Saluti Rob |
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inviato il 10 Maggio 2018 ore 9:49
Due stampe chimiche fatte con identico e simultaneo processo di stampa sono diverse tra loro meno di quanto non lo siano 2 stampe digitali nelle quali, per una, si è provveduto a sostituire una cartuccia della stampante esaurita. In ogni caso le differenze non sarebbero percepibili ad occhio nudo (al limite sarebbero più “diverse” le due stampe digitali). Se invece il concetto del tuo stampatore (è Limongelli?) è quello di dare valore ad un sofisticato processo artigianale impreziosito anche dalla sua “firma”, il discorso cambia e può essere che questo venga riconosciuto da un certo mercato. Va tenuto però presente che le edizioni di fotografie analogiche, anche vintage - e quindi tutte esemplari unici, seguendo il ragionamento del tuo stampatore - acquisiscono valore dalla rarità, dai pochi pezzi rimasti sul mercato e da molti altri aspetti che non mi risulta comprendano l'unicità del singolo pezzo quando fa parte, appunto, di un'edizione numerata. Potrei sbagliare ma mi risulta che Thomas Ruff scattasse principalmente con banco ottico 20x25. I suoi famosi ritratti sono stati stampati in grandi dimensioni solo molti anni dopo e con processo digitale. |
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inviato il 10 Maggio 2018 ore 10:06
Non vorrei andare off topic, ma parlando della mostra di Salgado a Napoli, non me ne voglia Mr jones ma definirla indecente è dir poco. Non si possono stampare foto cosi belle e metterci davanti il vetro delle cornici usate per la mostra della parrocchia. Riflessi surreali!Anche io, alla fine della mostra mi sono soffermato sulle info postate da Mr jones e leggevo che dietro Salgado c'è ovviamente una fondazione internazionale etc. Ma come c*zzo si fa a fare queste figure? Direzione della luce e tipologia di vetro scandalose. Mi chiedo se il "povero" Salgado sappia tutto ciò |
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inviato il 10 Maggio 2018 ore 10:08
da parte mia andate pure in OT ... sto seguendo e scoprendo un mondo a me sconosciuto...e leggo con vero piacere... |
user15364
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inviato il 10 Maggio 2018 ore 10:36
Rame00, non lo volevo dire....ma purtroppo è come dici tu. Stesse perplessità. |
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inviato il 10 Maggio 2018 ore 10:36
Giusto per chiarire, in generale è evidente che una fotografia (stampata) non può essere copia unica, essendo riproducibile all'infinito qualsiasi negativo come qualsiasi file. Semmai il problema, se c'è, è etico, nel senso che ci si aspetta che un autore che venda una stampa di cui dichiara realizzati 10 esemplari... lo faccia sul serio E altrettanto è condivisibile l'idea che un processo preciso e ripetuto, anche in camera oscura, porti a risultati sommariamente indistinguibili. E che, a seconda dei casi, stampe ottenute in periodi differenti possano essere più "distanti" in ambito digitale che analogico. Si parla, a mio avviso, di sfumature e di complesso di variabili tipiche di un mezzo o di un altro. Un po' come mettere a confronto una produzione artigianale e manuale di mobili, rispetto a una industrializzata. Non è che il produttore artigiano faccia un divano diverso dall'altro o che, al primo sguardo, immediatamente si possano cogliere differenze palesi. Ma generalmente c'è un qualcosa in termini di sfumature che, alcuni perlomeno, tendono a valutare come un valore aggiunto. E parlando di collezionismo in particolare, questo valore aggiunto non è proporzionale a valori oggettivi e misurabili. Non so se poi sia giusto, ragionevole o stu.pido, ma non è il giudizio morale, qui, in discussione, direi. Naturalmente, sempre per tenere il ragionamento nel contesto, non parlo di qualcosa da considerarsi particolarmente rilevante, ma di idee che in fotografia ci sono, a prescindere dal fatto che siano largamente diffuse o di nicchia. E che, al massimo, possono indurre a punti di osservazione, senza che nessuno debba convincere nessuno di nulla |
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inviato il 10 Maggio 2018 ore 11:05
“ Semmai il problema, se c'è, è etico, nel senso che ci si aspetta che un autore che venda una stampa di cui dichiara realizzati 10 esemplari... lo faccia sul serio Sorriso „ concordo. Sono in corso cause giudiziarie famose contro fotografi (più spesso i loro eredi!) che non hanno rispettato le quantità dichiarate nelle edizioni. Tipico è il caso di quelli (anche molto famosi) che, per ulteriori guadagni, hanno stampato ulteriori edizioni variando semplicemente il formato delle stampe. Per questo molte gallerie e collezionisti oggi pretendono che l'autore, sul certificato di autenticità, aggiunga la postilla "total single edition for all print sizes". “ parlando di collezionismo in particolare, questo valore aggiunto non è proporzionale a valori oggettivi e misurabili. Non so se poi sia giusto, ragionevole o stu.pido, ma non è il giudizio morale, qui, in discussione, direi. Naturalmente, sempre per tenere il ragionamento nel contesto, non parlo di qualcosa da considerarsi particolarmente rilevante, ma di idee che in fotografia ci sono, a prescindere dal fatto che siano largamente diffuse o di nicchia. E che, al massimo, possono indurre a punti di osservazione, senza che nessuno debba convincere nessuno di nulla ;-) „ Totalmente d'accordo . |
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inviato il 10 Maggio 2018 ore 13:06
Senza voler portare alcuna verità assoluta o innescare polemiche che qui spesso prendono fiato da virgole fraintese, mi pongo semplicemente delle domande che, per i miei dubbi e limiti, non trovano immediate risposte: E' eticamente corretto fare un'edizione (un certo numero di esemplari dichiarati) sottolineando l'unicità, in qualche modo ricercata ed affermata, di ciascuna singola stampa (è ben altra cosa dall'accettare, direi con "rassegnazione" , alcune differenze insite nei processi di stampa)? Tutto ciò non è un controsenso rispetto al concetto stesso di edizione? Per coerenza, non sarebbe forse più corretto stampare un solo esemplare (unico!) e poi distruggere negativo o file? Oppure si potrebbero stampare più "edizioni" di esemplari unici ma come reagirebbe il mercato di fronte a più "pezzi" che differiscono di poco uno dall'altro, probabilmente solo sfumature, con il rischio di ritrovarsi con un numero indefinito di edizioni "uniche" di pezzi "unici"? Non si correrebbe il rischio di apparire come quei fotografi che, esaurita l'edizione dichiarata, ne fanno altre cambiando solo le dimensioni, variando un po' i toni, i colori o proponendo tagli solo leggermente diversi? Non ho notizia che sia mai accaduto e, francamente, mi sembra anche questo un controsenso, ma forse bisognerebbe dichiarare a priori il numero di edizioni composte esclusivamente da esemplari unici? Chiaro che il singolo collezionista (ed anche l'intero mercato) può accettare, ricercare e pagare a peso d'oro tutto quello che vuole (tipico il caso di certe ristampe di Mappelthorpe del tutto inguardabili) ma mi interessa di più l'atteggiamento di chi quelle stampe le produce e le mette sul mercato. |
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inviato il 10 Maggio 2018 ore 13:43
“ E' eticamente corretto fare un'edizione (un certo numero di esemplari dichiarati) sottolineando l'unicità, in qualche modo ricercata ed affermata, di ciascuna singola stampa (è ben altra cosa dall'accettare, direi con "rassegnazione";-), alcune differenze insite nei processi di stampa)? „ A mio avviso, fare intendere unicità in funzione dei concetti emersi sin qui (ovvero stampa chimica vs digitale) mi parrebbe obiettivamente scorretto. In questo hai pienamente ragione. Se ci fossero altri reali elementi di unicità ovviamente non lo sarebbe. Sottolineare le caratteristiche di materiali e processo utilizzato mi pare invece abbastanza normale, ed è il mercato, la consuetudine o le riconosciute prerogative di quel che si dichiara, a determinarne l'incidenza sul valore. Credo ci siano esempi che possono fungere da riferimento: prendiamo le opere di Mimmo Rotella: 1) Esiste l'opera unica, che compri come unica, tale è e il valore è conseguente (molto elevato) 2) Come per tutti, esistono le lito in tiratura limitata, e valgono quel che valgono (medio modesto) 3) Poi esiste una serie di "Multipli e decollages" che sono appunto multipli, ma lavorati poi singolarmente: ovvero sono sostanzialmente la stessa cosa tra loro ma con piccole differenze introdotte manualmente. Il valore è mediamente "un po' di più" del multiplo tipico, ma del tutto differente da quello dell'opera unica. (un po' di più del caso 2) O per esempio alcuni oggetti di Gaetano Pesce, che pur nascendo da un processo semi-industriale, vengono poi sottoposti a un ritocco manuale minimo. Come detto sopra, non entro nel giudizio se questo valga davvero qualcosa o no e quanto, ma sul valore di mercato incide. Poi è chiaro che rarità, peso dell'artista e bizzarrie del mercato possono cambiare di molto tutti i pesi specifici... Secondo me, semplicemente, un artista propone qualcosa sottolineando quelli che sono i suoi elementi distintivi, e poi è il mercato a decretarne l'incidenza sul valore. E ovviamente la sua capacità (dell'artista o del mercante) di trasformare tali valori in oggetto di desiderio Anche perché, parere personale, per un artista, oggi, un buon marketing è il valore più significativo per il successo. “ Chiaro che il singolo collezionista (ed anche l'intero mercato) può accettare, ricercare e pagare a peso d'oro tutto quello che vuole „ Questa considerazione è fondamentale perché, come dici in fondo, il mercato da questo dipende.... |
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