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inviato il 13 Agosto 2016 ore 13:44
Più che progetti, in fotografia io mi faccio delle illusioni. Una volta sul posto è tutto un improvvisare, si torna alla realtà e la fotografia ne ha spesso beneficio. Progevvisazione |
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inviato il 13 Agosto 2016 ore 14:04
Io progetto di fare una bella foto, ma non mi riesce quasi mai... |
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inviato il 13 Agosto 2016 ore 15:19
Credo non si sia ben compreso il concetto di progetto/progettualitá. Per andare a fare una bella foto in montagna, al massimo si pianifica anticipatamente (molto consigliato tra l'altro), mentre in Fotografia il concetto di progetto deve a mio avviso essere visto in maniera decisamente piú ampia. |
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inviato il 13 Agosto 2016 ore 15:34
Idem. Progettualitá non la ridurrei a progettazzione punto di ripresa, orario ecc.. |
user33434
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inviato il 14 Agosto 2016 ore 8:59
Ciao Caterina, purtroppo il link risulta vuoto |
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inviato il 14 Agosto 2016 ore 9:21
Corretto adesso dovrebbe funzionare |
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inviato il 14 Agosto 2016 ore 10:27
Un buon articolo Caterina, che la prende da parti differenti, come trovo corretto debba essere fatto... Detta come va detta, "progetto" è diventata una parola magica, che nobilita e fa la differenza. Che di per se garantisce dignità e che mette un demarcatore chiaro, tra il fotografo della domenica e colui che la sa lunga. E che quindi, inevitabilmente, diventa una specie di totem da idolatrare in modo acritico, a prescindere. Non dico ovviamente che l'elemento di progettualità sia irrilevante in fotografia. Anzi. Ma di certo non è che dodici brutte fotografie coerenti e pensate, con un bel tema portante, siano tanto meglio di una secca e bruttina... Cioè, prendendo spunto dall'articolo citato, non è che se, anzichè la foto della fidanzata al mare faccio il progetto "Rosanna e i flutti del Mediterraneo", la faccenda è risolta... E tu sai bene che molto spesso, parlando di progetto, di questo o poco più si tratta. Oggi si tende a spingere molto in questa direzione. A suggerire a chi "vuole crescere" di agire secondo progetti. Probabilmente aiuta, non dico di no. Ma ho sempre pensato (e già se ne è discusso) che il "progetto uomo/donna fotografante", come insieme di evoluzioni tecniche e soprattutto sensibili, resti assai più determinante di qualunque progetto fotografico. E recupero un passaggio, dall'articolo che hai linkato, che a mio avviso non è da sottovalutare. Soprattutto per evitare un equivoco: ovvero che la sola distinzione possibile sia quella tra "progetto" e "foto improvvisata" “ E' P. anche una semplice direzione, secondo certi intenti, secondo uno stile. I grandi del passato avevano la loro P., il loro particolare sentire. Le loro opere, messe in fila, sembrano un racconto, anche quando un tema specifico-specifico non c'è. „ Si parla (giustamente) dei grandi del passato, ma credo che in qualche misura l'dea possa essere estesa |
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inviato il 14 Agosto 2016 ore 10:46
Concordo Francesco, se uno trova il suo modo di vedere, la sua realtà, le immagini diventano coerenti a prescindere, credo che questo porre fortemente l'accento sull'esigenza di una progettualità sia anche una raezione a quanto si vede nel web con autori che propongono serie di immagini "uniche" magari "ispirate" da quanto va di moda nei più famosi luoghi di condivisione che di conseguenza non c'entrano nulla l'una con l'altra, spesso si può vedere anche qui, nonostante le gallerie siano uno spazio abbastanza limitato a volte diventano comunque collezioni di immagini molto diverse e lontane tra loro sia come contenuti che come linguaggi. Alla fine come dici anche tu più che progetto si / progetto no conta il modo di approcciarsi alla fotografia e forse avere un minimo di progetto che vada oltre la pianificazione della singola bella immagine può aiutare a farlo in modo meno superficiale. |
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inviato il 14 Agosto 2016 ore 11:08
Bello leggervi Francesco.Merenda e Caterina Bruzzone,molto bello anche l'articolo riportato sopra. Però da fotoamatore della domenica forse anche un poco "pop" (citando Nonnograppa) non è facile arrivare a partorire un progetto come da voi inteso senza che appaia una serie di foto singole mischiate a "brettio". Forse è dopo tanti anni di scatti singoli che si riesce a formare un filone uno stile? Oppure è indispensabile farsi rapire da un'argomento e quindi conoscerlo alla perfezione per poterlo documentare con sole immagini? Quello che intendo è saper far riconoscere a chi osserva il filo che unisce una certa serie di scatti. Esiste un allenamento mentale per arrivare ad ottenere ciò? Forse è vero che (come disse un famoso e amato/odiato fotografo super pro.) fotografare una pietra,quella pietra per un mese tutti i giorni può far rompere il guscio che ci contiene? |
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inviato il 14 Agosto 2016 ore 11:33
Caro Fotoddo.... arrivare a che quel "filo" si colga, è forse la vera sfida Comunque non penso che il punctum sia l'allenamento mentale, quanto (lo so, è evanescente come idea) lo sviluppo e la crescita personale. Ovvero lo sviluppo della propria identità, della propria sensibilità a prescindere dalla stessa fotografia. Non so se sia necessario "conoscere alla perfezione" qualcosa per fotografarla. Però mi accorgo che se qualcosa la "senti" in un modo o nell'altro, alla fine si vede. Qualcosa cambia, nel modo di fotografare. E si traduce in estetica, in un modo personale di osservare il mondo. E' quel qualcosa che è molto difficile da spiegare, da tradurre in formule, ma che nella grande fotografia, secondo me, ha sempre fatto la differenza. |
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inviato il 14 Agosto 2016 ore 11:43
Perciò si intende fotografare ciò che emoziona forse,effettivamente non è facile anche perche almeno io personalmente (ma credo anche molti altri)ricerco l'emozione facendo le foto e tendenzialmente non fotografo per un sentimento interno verso l'oggetto della foto,è si molto difficile capire se si riesce a focalizzare quello che realmente vogliamo immortalare senza blocchi mentali e senza condizionamenti esterni a noi stessi. |
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inviato il 14 Agosto 2016 ore 11:56
Io credo una cosa Fotodo... Molte discussioni, sia di ordine "filosofico" che tecniche, non tengono conto della cosa fondamentale: ovvero, qual è il fine ultimo del fotografante. Mi spiego: se lasciamo da parte la professione, fotografare è un piacere, un divertimento, un hobby. Ed è giusto che se ne ricavi piacere. E questo piacere è normale che sia diverso per individui diversi. Per esempio: c'è chi ama vedere e mostrare una bella foto finita, chi invece ama il "percorso", l'atto del fare, la disciplina che questo può comportare. Ed è chiaro che i due approcci saranno diversi su ogni fronte. Normale che il primo dica "se lo smartphone la fa uguale, ben venga lo smartphone", mentre il secondo storcerà il naso. Qui è la stessa cosa: se voglio realizzare foto ricordo dei miei viaggi, poco conta tutto quel che stiamo dicendo. Se la curiosità "esplorativa" è la molla fondamentale, ben venga sperimentare dalla macro all'architettura, e così via... Tutto il ragionamento, mi pare, verte su dei "principi". Con i quali abituarsi eventualmente a osservare e, se una qualche molla scatta, a farli nostri anche nell'accostarci al fare. Ma ripeto: ogni ragionamento sarà sempre fortemente limitato, se non partiamo dall'idea che il fine ultimo dei diversi fotografanti non è lo stesso per tutti. Fortunatamente |
user33434
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inviato il 14 Agosto 2016 ore 12:25
Bell'articolo Caterina, trovo interessante anche il link al fotocrate al suo interno che analizza l'opera di Winogrand. Credo che nel passaggio citato da Francesco si indichi proprio quel tipo di approccio alla fotografia che si vede anche in alcuni lavori di R. Frank o al jazz loft di William Smith. Dovremmo però forse scindere tra l'improvvisazione, che è tipica di chi ha appena preso una macchina fotografica tra le mani e scatta senza altro filtro che non sia quello di provare a immortalare qualcosa che vede e che gli piace e chi invece, essendo fornito di un bagaglio culturale adeguato, permea i suoi scatti di visioni proprie. Anche se nel primo caso c'è spesso una freschezza che non è più recuperabile perché sono immagini prodotte da una mente che è come tabula rasa, nel secondo credo si possa mirare ad ottenere un po' di quel candore che riconosciamo ai nostri primi scatti. Ciò detto ritengo l'Improvvisazione una delle forme espressive più alte possibili nelle arti che la consentono quindi la mia domanda era rivolta tanto a chi scatta in funzione di una progettualità in senso ampio, tanto a chi invece improvvisa in entrambe le accezioni a cui facevo riferimento prima. |
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inviato il 14 Agosto 2016 ore 12:25
Concordo con Francesco. Aggiungerei che il fotografatore pop, se è veramente pop, un'idea di quello che vuol fare, la minima pianificazione di un racconto in realtà la ha, infatti sono probabilmente più vicini all'arte fotografica gli album di famiglia stile anni '70 che molta della fotografia che va per la maggiore sui social attualmente, personalmente credo che anche fotografando per divertirsi possa avere una certa importanza presentare dei racconti sinceri ed ordinati con i propri lavori, nel senso che se vado in Scozia ritraggo l'atmosfera scozzese e se vado in Provenza quella Provenzale, cercando di valorizzare sia in ripresa che in post le differenti caratteristiche dei luoghi e poi le presento in gallerie diverse, non siamo nella progettualità ma almeno abbiamo una pianificazione globale di un percorso narrativo, è già un inizio, se invece vago dalla Groenlandia al Marocco cercando di descrivere le atmosfere dell'Oregon che ho visto in rete di quel fotografo che mi piace tanto forse otterò delle bellissime immagini che potrò mescolare a caso in fantastiche gallerie Landscape1..2..ecc.ma che difficilmente racconteranno veramente qualcosa, neppure le mie emozioni visto che sto cercando di ricreare le emozioni vissute da un altro, per carità va benissimo anche questo, basta esserne consapevoli Gli esercizi possono essere utili, anche Fontana nel suo libro ne propone di interessanti e stimolanti ma debbono far parte di un percorso fotografico più vasto. |
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