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inviato il 19 Luglio 2026 ore 9:46
Capisco perfettamente cosa intendi e capisco anche dove trovi il tuo piacere. Tu modelli il file con metodo e competenza, come uno scultore lavora la pietra o un artigiano segue le venature del legno per trasformarle in una forma nuova. Nulla del file ti è davvero sconosciuto e questa conoscenza ti permette di renderlo trasparente rispetto alla tua visione. Anch’io ho avuto la fortuna di lavorare con grandi professionisti della fotolito analogica e, con l’avvento del digitale, ho cercato di trasferire quella cultura nel nuovo linguaggio. La differenza, però, è che il mio piacere nasce dal progetto. Paradossalmente, la mia fotografia non è ancora arrivata a quel punto. Oggi è soprattutto il documento dei miei viaggi e della mia famiglia. Ogni tanto mi concedo il piacere di sperimentare, di giocare con il bianco e nero o di cercare una mia cifra espressiva su immagini che mi ispirano, ma non posso ancora dire che esista un progetto fotografico vero e proprio. Il progetto, semmai, è il modo in cui affronto il design, ed è probabilmente da lì che deriva il mio modo di guardare anche la fotografia. Per questo continuo a pensare che l’intento venga prima del metodo. Il metodo serve a dare forma all’intento, ma non può sostituirlo. Tu trovi soddisfazione nel modellare ogni sfumatura del file. Un fotografo naturalista può trovarla nell’attendere per giorni il gesto, l’espressione o la luce che cercava. Un reporter nel trovarsi nel posto giusto nel momento giusto. Un ritrattista nel costruire una relazione con la persona che ha davanti. Sono competenze profondamente diverse, ma tutte subordinate allo stesso obiettivo: realizzare un’intenzione. Poi esiste il tema dell’omologazione del gusto, e su questo sono molto meno distante da te. Il “wow” contemporaneo nasce da molti fattori: le mode, ciò che vediamo ogni giorno, le impostazioni predefinite dei software, gli algoritmi, la cultura visiva che assorbiamo quasi senza accorgercene. Possiamo esserne consapevoli, possiamo contrastarlo oppure possiamo finirne dentro credendo di esserne immuni. Forse è proprio qui il punto che mi interessa di più: non tanto stabilire se sia più importante dominare il software o avere un’idea, ma mantenere viva la capacità critica di riconoscere quando una scelta appartiene davvero a noi e quando, invece, stiamo semplicemente seguendo un’estetica che qualcun altro ha già deciso. |
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inviato il 19 Luglio 2026 ore 10:33
Vedi Filo, il fatto che tu riduca la tua fotografia a un semplice documento di viaggi o affetti familiari spiega perché guardiamo la materia da due angolazioni opposte. Ma c'è un equivoco di fondo quando affermi che l'intento viene prima del metodo e che una foto di viaggio non sia un progetto vero e proprio. Un progetto fotografico non è un saggio concettuale; è un modo di esercitare lo sguardo. Se quando viaggi ti limiti a scattare per registrare passivamente ciò che trovi, stai solo subendo la luce del momento. Se invece prepari l'uscita studiando la scena giorni prima con strumenti come SunCalc, calcolando al millimetro la posizione, l'orario e l'esatta incidenza solare, tu stai già progettando. Stai decidendo la struttura del contrasto e la direzione delle ombre ben prima di premere il pulsante. Il progetto e il metodo nascono insieme sul campo, non a posteriori. Nel design lo sai meglio di me: l'intento astratto di sedersi non genera una sedia se non sai come risponde la materia. Nella fotografia cosciente vale la stessa regola. La consapevolezza si misura nell'istante dello scatto: sai già come la transizione tra luce e ombra reagirà nei canali colore dello sviluppo, o ti affidi ciecamente alla macchina sperando che l'algoritmo "porti a casa" una scena leggibile? Se il metodo viene declassato a un accessorio successivo, si finisce dritti dentro quell'omologazione del gusto che tu stesso criticavi: l'estetica piatta dei finti HDR e delle ombre livellate per paura del nero. La cultura dell'immagine non è una dichiarazione di intenti teorica. È la capacità di governare la luce dall'inquadratura alla stampa. Altrimenti si rischia di rimanere ottimi teorici della comunicazione visiva, ma spettatori passivi dei propri file. |
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inviato il 19 Luglio 2026 ore 12:17
Forse mi sono spiegato male. Quando dico che la mia fotografia, oggi, non è ancora un progetto, non intendo dire che la subisco o che scatto passivamente. Intendo dire che, almeno per ora, non è il linguaggio al quale ho deciso di dedicare il tempo necessario per trasformarlo in una ricerca personale. Non so nemmeno se, quando avrò più tempo, lo dedicherò alla fotografia, alla pittura, alla scultura o a un insieme di tutte queste cose. Spero semplicemente di conservare la curiosità e la voglia di imparare. Quindi, se mi chiedi se oggi la mia fotografia è un progetto, la risposta è no. Se invece mi chiedi se la subisco o se mi affido passivamente al pensiero unico, la risposta è ancora no. Quando sviluppo un’immagine non possiedo la tua profondità tecnica e non ho mai sostenuto il contrario. Ma questo non significa che mi limiti a far scorrere cursori o ad accettare ciò che il software decide per me. Lavoro soprattutto con le curve, che conosco molto meglio, utilizzo i livelli perché il loro linguaggio mi è familiare e sperimento con le LUT senza alcun interesse a rendere tutto uguale. Posso decidere di chiudere le ombre o di aprirle, di sacrificare un dettaglio o di conservarlo, in funzione dell’immagine e di ciò che voglio ottenere. Semplicemente, oggi non posso permettermi di trasformare questo percorso in un impegno di studio così approfondito come hai scelto di fare tu. Il mio tempo libero è limitato e, inevitabilmente, devo fare delle scelte. Per questo continuo a pensare che l’intento resti il punto di partenza. Il metodo è ciò che permette di realizzarlo nel miglior modo possibile, e più lo si padroneggia più si è liberi. Su questo siamo d’accordo. Dove forse continuiamo a differire è che io non credo esista un unico percorso di consapevolezza. C’è chi la costruisce attraverso la padronanza assoluta del file, chi attraverso la luce, chi attraverso il racconto, chi attraverso il progetto. L’importante è che ogni scelta sia realmente nostra e non semplicemente ereditata dal software o dalla moda del momento. |
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inviato il 19 Luglio 2026 ore 12:37
Tu non puoi sapere se la scelta del forte contrasto sia un errore dettato dall'incipienza, oppure indotto da una dispercezione visiva o sensoriale interna, oppure se sia l'accettazione di un compromesso liminare dello strumento elettronico, oppure se sia una scelta personale. E questo vale anche per la gestione delle ombre, delle cromìe, etc. E' una questione metodologica. Puoi dirlo di te, ma non di qualcun altro, a meno di non sapere per certo cosa quel qualcun altro fa della sua fotografia. Torno a dire che qui c'è il solito caso di aggiotaggio della questione, che è soltanto pratica e che dipende dalle deliberazioni individuali, anzichè essere intimista ed introspettiva. Io le foto che intendevo fare le ho fatte, e in buona misura sono venute come me le prefiguravo nella testa. Nello svilupparle mi sono misurato con i limiti strumentali (fotocamera, lente e SW di sviluppo) ma ho ottenuto quasi sempre quello che desideravo, complice anche il fatto che le mie foto non sono poi così ambiziose. E infine ci sono i soliti scatti perduti, dettati dalla mia incapacità del momento (di cogliere l'attimo e di esporre correttamente), che ho dovuto cestinare. Ma questo riguarda un po' chiunque. Se poi, a fronte di questa casistica comune esistono degli incapaci inveterati, dei distonici percettivi, o dei fotografi modaioli che vanno appresso ai commercials, saranno anche un attimo pifferi loro. Tra l'altro, le foto vanno sapute leggere funzionalmente, e non solo omologicamente. La solfa della foto=verità è roba da ingegneri con gli occhialoni a fondo di bottiglia, che tentano di fisicalizzare qualsiasi cosa, perfino un rapporto amoroso. E non dirmi che questa non sia la solita veduta sul mondo fotografico, che con amarezza constata il piattume produttivo di massa e le sue incapacità, e si interroga con amarezza sulle sue sorti future, perchè è proprio di questo che stai trattando. |
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inviato il 19 Luglio 2026 ore 12:42
“ Nel design lo sai meglio di me: l'intento astratto di sedersi non genera una sedia se non sai come risponde la materia. Nella fotografia cosciente vale la stessa regola. La consapevolezza si misura nell'istante dello scatto: sai già come la transizione tra luce e ombra reagirà nei canali colore dello sviluppo, o ti affidi ciecamente alla macchina sperando che l'algoritmo "porti a casa" una scena leggibile? „ Se non l'hai ancora letto, leggtiti L'Approccio Ecologico alla Percezione Visiva, di James Gibson. Ma qui siamo fuori contesto, o perlomeno per quel che attiene alla fotografia, o restringendo il campo, alle foto che facciamo noi tre nello specifico. Ripeto, è un tentativo maldestro di magnificazione di un qualcosa che resta comunque minuscolo. |
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inviato il 19 Luglio 2026 ore 12:45
Aggiungo solo una riflessione, perché forse è il punto che non sono riuscito a spiegare. Mi rendo conto di non avere una passione così totalizzante per la fotografia da condizionare il mio tempo libero. Non organizzo un viaggio in funzione dell’ora blu o della luce dorata e non sento il bisogno di tornare più volte nello stesso luogo per rifare la stessa fotografia. Mi piace fotografare, mi piace studiare la fotografia, ma la mia curiosità prende un’altra direzione. Quando ero davanti alla cattedrale di Rouen l’ho fotografata, certo, ma sono rimasto lì soprattutto cercando di immaginare cosa avesse visto Monet, quale ricerca stesse facendo e quale stato d’animo lo avesse portato a dipingerla decine di volte. Non sentivo il desiderio di misurarmi con lui rifacendo una sua immagine; mi interessava capire il suo pensiero. Forse è questa la differenza tra noi. Tu trovi la tua ricerca nella fotografia stessa. Io, almeno oggi, trovo più stimolante capire il processo creativo degli autori, indipendentemente dal linguaggio che utilizzano. La fotografia ne fa parte, ma non è ancora diventata il centro della mia ricerca personale. |
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inviato il 19 Luglio 2026 ore 12:51
“ Mi rendo conto di non avere una passione così totalizzante per la fotografia da condizionare il mio tempo libero. Non organizzo un viaggio in funzione dell’ora blu o della luce dorata e non sento il bisogno di tornare più volte nello stesso luogo per rifare la stessa fotografia. Mi piace fotografare...ma la mia curiosità prende un’altra direzione. „ Stessa cosa per me. “ Forse è questa la differenza tra noi. Tu trovi la tua ricerca nella fotografia stessa. Io, almeno oggi, trovo più stimolante capire il processo creativo degli autori, indipendentemente dal linguaggio che utilizzano. La fotografia ne fa parte, ma non è ancora diventata il centro della mia ricerca personale. „ Io manco quello Mi frega nulla delle scelte degli altri, proprio perchè in ballo non c'è una passione, una professione, né tantomeno una ricerca panpsichizzante delle azioni umane. |
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inviato il 19 Luglio 2026 ore 14:35
Questa discussione evidenzia in modo chiarissimo una dinamica molto comune: un conto è scrivere di fotografia, un altro è farla sul campo. È evidente che, alla fine dei conti, pochissimi sono interessati a migliorarsi veramente, ad affrontare la fatica dello studio, la disciplina del metodo e la frustrazione inevitabile dei fallimenti davanti al file. Fa molto più comodo spendere qualche migliaio di euro in attrezzatura per garantirsi una "media alta" di scatti dignitosi che giustifichino la spesa, delegando il resto agli automatismi del software. Una volta scattata la foto mediamente corretta, tutto il resto – la ricerca profonda sulla luce, il controllo della materia digitale, la tridimensionalità – viene liquidato come un dettaglio trascurabile. Ognuno è libero di vivere questa attività con il livello di impegno che preferisce. Il vero nodo della questione resta raggiungere la consapevolezza che tutto questo è un fatto puramente personale, dove la cultura, la passione e la padronanza tecnica devono viaggiare insieme per dare corpo a una visione reale. |
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inviato il 19 Luglio 2026 ore 15:13
Forse c’è anche un motivo per cui abbiamo finito per parlare di cose diverse. Io sono intervenuto perché il titolo parlava della percezione del colore e di come si trasforma insieme alla tecnologia. Quando il tema riguarda la percezione, la componente umana e il rapporto tra uomo e tecnologia mi interessa moltissimo discuterne, perché è un argomento che va ben oltre la fotografia. Per il mio lavoro ho sempre dedicato moltissimo tempo ad approfondire gli strumenti. Dal primo Macintosh alle Silicon Graphics, dalle prime versioni di ColorStudio e Photoshop fino a oggi, ho attraversato decenni di evoluzione tecnologica. Ho studiato, ho sperimentato e continuo a farlo, perché gli strumenti fanno parte del processo creativo. Però, guardandomi indietro, mi accorgo che ciò che resta non sono gli strumenti che ho imparato a usare, ma ciò che sono riuscito a realizzare grazie a essi. Gli strumenti rappresentano la parte più intima del percorso: sono fondamentali, ma rimangono un mezzo attraverso cui prende forma un’idea. Probabilmente è da questa esperienza che nasce la mia convinzione che l’intento continui a precedere il metodo. Il metodo gli dà corpo, lo rende più consapevole, più raffinato e più libero, ma è l’intenzione che gli dà un senso. |
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inviato il 19 Luglio 2026 ore 15:38
Ivo...dici: “ un conto è scrivere di fotografia, un altro è farla sul campo „ Ecco, in effetti, se guardo le tue foto (per lo meno quelle che hai pubblicato qui) e quelle di un Filo63 a caso, non vedo nessuna sostanziale differenza. Mi pare che tu ti sia incagliato in un esercizio teorico volto a rinforzare la consapevolezza sulle scelte di trattamento dell'immagine più che sullo sviluppo dello sguardo stesso e di ciò che da questo si riesce individualmente a partorire (che è il punto veramente carente di questi tempi). Le chiacchiere sono anche belle, ma se questa maturazione non si riscontra in quello che si fa.........LOL |
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inviato il 19 Luglio 2026 ore 17:24
“ Io sono intervenuto perché il titolo parlava della percezione del colore e di come si trasforma insieme alla tecnologia „ Eh, ma infatti, non si capisce... È un caso unico di discussione a tema variabile: si è partiti con la trattazione del colore (passando per altri scorci) quando in realtà è una semplice polemica su chi adopera aggeggi costosi senza saperli governare. Ci fossero almeno delle foto esemplificative, per conquistare questo mirabile "dan" |
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inviato il 19 Luglio 2026 ore 19:41
La discussione ha preso molte strade diverse, ed è naturale che ognuno parta dalla propria visione e dal proprio modo di vivere il mezzo. Però, se iniziamo a disperderci dietro a mille problematiche collaterali o a valutazioni che esulano dal tema, rischiamo di perdere il filo di quella che, alla fine, è una questione molto semplice e diretta. Il punto centrale che ho proposto non è mai stato un giudizio sui risultati altrui o una classifica di bravura, ma una riflessione a specchio sulla consapevolezza. La domanda di fondo resta una sola: oggi siamo davvero consapevoli di come governiamo la tecnologia che abbiamo tra le mani, o ci va bene accettare il risultato standardizzato che il software decide per noi perché, in fondo, approfondire non interessa a nessuno? È emerso un punto fondamentale che credo meriti di essere rimesso al centro, e che in un certo modo l’intervento di Filo63 ha intercettato: la consapevolezza individuale non è qualcosa che si possa dimostrare o racchiudere in un'immagine esplicativa. Il concetto è molto più ampio e profondo, perché riguarda il modo in cui ognuno di noi si relaziona con il mezzo e con la propria visione. Se ripartiamo da qui, dal binario della consapevolezza, la discussione può diventare molto più personale e meno rigidamente tecnica. È evidente che un progetto fotografico reale sia sempre l'insieme inscindibile di intento e di tecnica; su come poi queste due componenti si miscelino in percentuale, o su quale debba prevalere, è naturale e sacrosanto che ognuno la veda alla propria maniera, in base alla propria sensibilità e al proprio percorso. È infatti proprio nel momento in cui siamo da soli davanti al nostro file che possiamo capire davvero i nostri limiti e capire dove migliorarci. Condividere uno stato personale, un percorso di ricerca e di dubbio, è questo che è importante, non il file in se stesso. La fotografia non si riduce a un'esibizione di pixel o a un banco di prova per dimostrare qualcosa agli altri. È una postura interiore. Quando smettiamo di cercare la validazione immediata o la risposta standardizzata della tecnologia, iniziamo finalmente a fare i conti con la nostra personale cultura visiva. Ognuno entra in questo discorso da una prospettiva diversa: c'è chi lo vede dal punto di vista del progetto, chi della sensibilità pura, chi dello studio millimetrico della materia digitale. Sono tutti punti di partenza validi per discutere, a patto che rimangano letture personali del tema e non espedienti per evitare la domanda. Rimanere su questo livello di confronto significa parlare di cultura visiva e di scelte reali; se invece pensiamo che un parere personale o una ricerca individuale sulla materia non abbiano valore e che tanto vale parlare d'altro, allora crolla il senso stesso di confrontarsi sul significato dello sviluppo fotografico oggi. |
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inviato il 19 Luglio 2026 ore 20:33
A me pare che il discorso che fai sia sì centrale per quel che riguarda l'influenza del digitale nella massiccia produzione di immagini contemporanea, aspetto che, però, si può anche ribaltare dal punto di vista dell'analogico-mania, di cui abbiamo diversi incancreniti fanatici sul forum e che tu conosci bene. Fanatici che, paradossalmente, sono proprio i primi a rimanere ossessionati dalla presunta purezza del mezzo analogico, rifiutando il digitale e continuando a identificare la fotografia con il saper usare una macchina fotografica priva di automatismi. Anche lì il mezzo finisce per divorare il fine, facendo perdere completamente di vista la dimensione espressiva, che dovrebbe essere invece la questione centrale...a meno che non si voglia rimanere nel circolo dei tediosissimi tecnofili parolai. Dall'altra parte, se analizziamo la questione dal punto di vista del risultato, rimane un discorso laterale. Non per una questione di bravura o di competizione, ma semplicemente perché lo sviluppo del file e la post-produzione, sebbene possano essere legati a scelte individuali mirate, non possono emergere come problema sostitutivo di uno sguardo e di una visione personale che, il più delle volte, mancano proprio a monte. Può essere un punto di partenza per una riflessione ma, in buona sostanza, stai invitando a chiedersi come vestire il manichino quando il problema è proprio il fatto che quel manichino non ha anima, ma è un involucro anonimo e impersonale. |
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inviato il 19 Luglio 2026 ore 21:17
Nessuno evita la domanda, semmai tu eludi le risposte e dirotti la questione un po’ più in là. Nelle tue foto non emerge granchè questo percorso di studio, ricerca, abnegazione, cura dello sviluppo fotografico che persegui da anni. Voglio sperare che le foto foto esemplari siano quelle che non hai esposto qui, altrimenti è tutta ciarla. Recentemente, un altro utente ha esposto grossomodo il tuo stesso pensiero, lamentando una certa superficialità da parte degli altri, nel saper leggere le sue foto. E parliamo di scorci liguri fatti col treppiede e tempi lunghi. I classici scatti che la gente solitamente fa quando va da quelle parti. Quindi che c’è da andare a sondare, del carattere di un fotografo, se le foto che fa tratteggiano il carattere della maggiorparte dei fotograf(ator)i? E questo non dipende dal gusto personale, dall’educazione o dalla preparazione tecnica, ma semplicemente dai dati di realtà che si raccoglie in giro e che fanno trascurare il trascurabile e soffermarsi sullo stimolante. Altrimenti, se ci si dovesse immedesimare nello spirito dell’autore di qualsiasi prodotto, sai quante insegne dei bar, ringhiere, pomelli di portoni, packaging di confezioni di sale grosso da cucina, spazzolini da denti etc. ci sarebbero da studiare approfinditamente? |
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inviato il 19 Luglio 2026 ore 21:38
Ayps got the point. Uno può farci tutte le analisi, i ragionamenti e gli esami di coscienza che gli pare ma se questi non apportano dei cambiamenti riscontrabili in quello che si fa, rimangono proiezioni totalmente arbitrarie sul proprio operato. A quel punto pure il cazzaro che fotografa le 5 terre coi tempi lunghi può raccontarsi di aver fatto un percorso di maturazione...ma agli occhi di altri (che non siano cazzari come lui), quelle foto, sempre cagate rimangono. |
Che cosa ne pensi di questo argomento?
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