|
|
inviato il 13 Gennaio 2026 ore 7:30
@Raamiel Il fatto che SL3 e M10-R abbiano sensori diversi ma mostrino un comportamento simile mi fa pensare che ci sia una logica di sistema, non un problema del singolo wafer. Forse non si tratta tanto di “perdere colore”, quanto di come viene distribuita e raccolta l’informazione spettrale. Un esempio pratico potrebbe essere la nebbia: con molte fotocamere moderne viene letteralmente “bucata”, perché il sistema spinge separazione e micro-contrasto. Se invece la risposta è più continua e meno aggressiva, la nebbia resta tale, con transizioni morbide e un’atmosfera più fedele alla percezione reale. In questo caso una minore separabilità matematica non è per forza un difetto, ma una scelta di resa. Questo spiegherebbe anche perché la profilazione artigianale risulti più complessa: canali più sovrapposti sono più difficili da modellare verso l’osservatore standard, pur non implicando necessariamente una perdita di informazione sul piano fotografico. In quest’ottica, il cosiddetto “Leica look” andrebbe letto non come una favoletta marketing, ma come un esito di scelte percettive che hanno basi tecniche e fisiologiche. Voi cosa ne pensate? |
|
|
inviato il 13 Gennaio 2026 ore 7:33
Quel video l'avevo visto anche io, interessante, ed è il motivo per cui personalmente scatto ancora (spesso) con una M9, semplicemente perché "il punto di partenza" (in LR in questo caso) solitamente è già estremamente piacevole ai miei occhi sia come colorimetria che curva di contrasto e resta poco o nulla da fare sul file. Come si vede, su un file sicuramente migliore in senso assoluto di varie lunghezze come quello della M11, ce n'è da lavorare prima di arrivare ad un risultato, che comunque è simile ma non identico (ma appunto non ho mai provato ad esempio il Cobalt M9 dei nostri Raamiel ed Uly di cui si fa menzione nel video). |
|
|
inviato il 13 Gennaio 2026 ore 7:52
Da profano con background tecnico, quanto afferma Raamiel è sempre vero in ogni campo: se non ho informazione non posso ricostruirla con affidabilità costante. Avendo sempre fornito dng standard e nessun sw di elaborazione, è possibile che Leica abbia fatto una scelta progettuale per produrre file con le caratteristiche ampiamente citate, senza richiedere post produzione. Ora che ha annunciato la partnership con C1 la situazione potrebbe cambiare, perché lo stesso risultato morbido e graduale (l'esempio della nebbia è perfetto) può essere ottenuto con una ricetta sw costruita ad hoc per il sensore. |
|
|
inviato il 13 Gennaio 2026 ore 8:30
Per gli aspetti che riguardano la separazione colore e la colorimetria siamo ad un punto che è a discrezione della politica del Brand di turno intervenire su filtri colore, stack ottico, microlenti, analog front-end e calibrazioni interne... ...e forse siamo al punto di arrivo, spremere ancora informazioni non è così facile. La risposta del vecchio CCD della M9 e dei dorsi Kodak prima maniera era molto semplice e immediata, fantastica sotto certi aspetti, il video postato da Paco evidenzia questa diffrenza, ai tempi era sufficiente fare un primo scatto con la GretagMacbeth ColorChecker come questa: www.chromaxion.com/information/colorchecker.html effettuando il bilanciamento del bianco su un grigio medio e il gioco era fatto, si otteneva una quasi perfezione del colore... Qui differenze tra CCD e CMOS tanto pour parler... www.mpb.com/it-it/contenuto/guide-acquisto/consigli-differenze-ccd-e-s L'articolo alla fine chiosa con un "pensierino della sera" semplice semplice e leggero come dovrebbe essere il nostro spirito quando impugnamo una fotocamera... "La fotografia non è solo fatti scientifici. È importante ricordarsi di divertirsi. Quindi, se una fotocamera CCD vi ispira, sceglietela e iniziate a scattare. Nelle mani giuste, qualsiasi fotocamera può produrre un'opera d'arte." |
|
|
inviato il 13 Gennaio 2026 ore 9:06
L’analisi strumentale e la scienza percettiva che nasce dalla cultura del colore devono procedere insieme: una non esclude l’altra, perché la fotografia è, per sua natura, un atto percettivo. Il colore, per come lo intendiamo noi, non esiste senza luce. Al buio possiamo intuire forma, peso o materiale di un oggetto attraverso il tatto, ma non il suo colore. Questo non è un limite poetico, è un fatto fisiologico. Prendiamo il caso del bianco. In natura il bianco “puro” è raro: la neve fresca in alta montagna, in condizioni di luce particolari, è uno degli esempi più vicini. Eppure ciò che chiamiamo bianco è il risultato di fenomeni fisici complessi: riflessione diffusa, micro-strutture cristalline e, nel caso dei tessuti, perfino l’uso di sbiancanti ottici che riemettono nell’ultravioletto per aumentare la sensazione di brillantezza. Il nostro cervello però si adatta: interpreta come bianco superfici che fisicamente non lo sono affatto, e legge un rosso mattone come rosso acceso se immerso in certe tonalità di verde. Sono meccanismi di adattamento percettivo ampiamente documentati. Per questo non possiamo pensare di lavorare sul colore ignorando la cultura del colore e tutti i condizionamenti che essa comporta. Nelle visite che svolgiamo ai laboratori dell’IIT con l’università incontro sempre più spesso ricercatori delle neuroscienze o di discipline affini: segno che questa mediazione tra misurazione e percezione è ormai riconosciuta come necessaria. Come nel design, tutto ruota intorno all’uomo; e se non lo facciamo in fotografia, dove dovremmo farlo? Anche il ritorno d’interesse per i CCD o per le simulazioni delle pellicole è, a mio avviso, sintomatico: molti cercano di evadere da un’estetica percepita come artificiosa, che una certa fotografia digitale ha raggiunto, e di ritrovare una relazione più umana con l’immagine. |
|
|
inviato il 13 Gennaio 2026 ore 9:22
Uso csmeraraw e mi sono sempre trovato bene coi profili che ha un po’ per tutte le macchine di vari marchi. Quindi della collaborazione con captur poco mi interessa perché non mi va di cambiare programma. Scatto in raw (i jpg di Q2 a volte impastano i colori) con un profilo standard e lavoro quello con cameraraw con operazioni minime necessarie. Non mi faccio troppe domande sullo spessore delle vetri o micro lenti che compongono l’apparato del sensore. Mi basta sapere che tutto funzioni bene |
|
|
inviato il 13 Gennaio 2026 ore 9:29
@Filo63 “ Anche il ritorno d’interesse per i CCD o per le simulazioni delle pellicole è, a mio avviso, sintomatico: molti cercano di evadere da un’estetica percepita come artificiosa, che una certa fotografia digitale ha raggiunto, e di ritrovare una relazione più umana con l’immagine. „ Siamo d'accordo fino a quando dici: "molti cercano di evadere da un’estetica percepita come artificiosa, che una certa fotografia digitale ha raggiunto" Qui invece: "e di ritrovare una relazione più umana con l’immagine" dico che neanche la pellicola, la dia, il chimico in generale ci dava, era un'estetica artificiosa pure quella ma ci eravamo abituati a quello e quello portiamo sempre come paragone...la grana, la resa cinematografica i colori della velvia, del kodachrome etc etc... Un artificio anche questo, non corrispondente alla realtà ma congruo con la nostra percezione, il nostro metro di giudizio del colore... Avevamo un metro di misura e a quello facciamo riferimento...questo digitale, seppur bello e con grande profondità di sfumature di colore ci appartiene meno e lo riteniamo più artificioso... |
|
|
inviato il 13 Gennaio 2026 ore 9:35
La pellicola esiste ancora per quest’effetto nostalgia |
|
|
inviato il 13 Gennaio 2026 ore 9:57
Ma quindi, è da intendersi comunque uno svantaggio una minore separazione colorimetrica, oppure può regalare transizioni e sfumature più morbide? ******************************************** Se, come sembra, è una scelta precisa e ponderata da parte dei progettisti non è uno svantaggio ma, appunto, una caratteristica precipua volta a differenziare la resa dei sensori "Leica" da quelli della concorrenza. A parer mio, e da diaposivista convinto e mai domo, è una scelta eccellente che, nei limiti del possibile, dovrebbe rendere il colore meno "digitale" e quindi regalare a esso un sapore più "chimico" anche se, ovviamente, questa è una contraddizione in termini visto che comunque è un colore di origine digitale e quindi, per sua stessa natura, "diverso" da quello della diapositiva in quanto avente pur sempre un numero di sfumature "limitato". |
|
|
inviato il 13 Gennaio 2026 ore 10:03
@ Bibols “ Qui invece: "e di ritrovare una relazione più umana con l’immagine" dico che neanche la pellicola, la dia, il chimico in generale ci dava, era un'estetica artificiosa pure quella ma ci eravamo abituati a quello e quello portiamo sempre come paragone...la grana, la resa cinematografica i colori della velvia, del kodachrome etc etc... „ Senza l’uomo e la sua tecnologia la fotografia, per come la conosciamo, non esisterebbe. È una nostra esigenza fissare e raccontare attraverso le immagini ciò che vediamo, per ricordare o per comunicare. C’è chi vive la fotografia come gesto creativo e chi come atto documentaristico, cercando una resa il più possibile realistica. Ed è proprio qui che nascono le scelte più controverse e, spesso, i fraintendimenti sull’“oggettività”: ciò che per qualcuno è fedeltà, per altri è già interpretazione. |
|
|
inviato il 13 Gennaio 2026 ore 10:14
Un artificio anche questo, non corrispondente alla realtà ma congruo con la nostra percezione, il nostro metro di giudizio del colore... Avevamo un metro di misura e a quello facciamo riferimento...questo digitale, seppur bello e con grande profondità di sfumature di colore ci appartiene meno e lo riteniamo più artificioso... ******************************************** Tutto bello e tutto giusto ma la realtà è un'altra, ed è anche molto più prosaica: il colore, e la resa delle sfumature, del digitale è diversa da quella della pellicola, né migliore né peggiore... semplicemente diversa! Io non cambio la diapositiva col sensore, qualsiasi esso sia, proprio perché in questo campo la reputo ancora imbattuta, altri, che poi sono la STRAmaggioranza, la pensano in maniera diversa e reputano pertanto la resa digitale superiore... chi ha ragione? Ovviamente nessuno, perché è ovvio che tutti non potranno far altro che addurre le motivazioni, personali, che li hanno spinti al cambio... oppure a restare dov'erano! |
|
|
inviato il 13 Gennaio 2026 ore 10:15
quello che vorrei capire è quanto una maggiore separazione accuratezza colorimetrica possa poi essere percepita, su un monitor calibrato o su stampa; qualcuno è in grado di evidenziare le differenze finali tra fotocamere con maggiore e minore accuratezza cromatica ? non necessariamente Leica Nikon, qualsivoglia marchio può andar bene, si potrebbe prendere una phase one trichromatic che dovrebbe essere lo stato dell'arte nello sviluppo sensori colore ed un una qualsiasi Sony Canon Fuji. unica cosa certa il cfa incide sul snr, un cfa più spesso sarà probabilmente più accurato nella separazione dei colori ma farà passare meno luce ... almeno nei paper si legge costantemente di questo rapporto inverso ... |
|
|
inviato il 13 Gennaio 2026 ore 10:45
@ Oratrix Il tuo ragionamento aiuta a capire perché molti percepiscano l’analogico come più “normale” o “organico”. Nel mondo analogico la quantità di informazione è, di fatto, contenuta nel supporto fisico: pellicola, carta, chimica. La risoluzione utile e il livello di dettaglio coincidono quasi sempre con ciò che poi si può realmente osservare o stampare, creando una coerenza naturale tra ripresa, supporto e percezione. Nel digitale, invece, il sensore cattura spesso una quantità di dettaglio molto superiore a quella che monitor e stampe possono realmente restituire. Il “100%” del file RAW supera regolarmente il “100%” dei media di uscita e questa ridondanza di informazione spaziale viene poi compressa, rimappata o sacrificata lungo tutta la pipeline. È vero che nella stampa di grande formato questo rapporto può anche capovolgersi, perché la quantità di dettaglio richiesta cresce enormemente. Ma anche lì emergono altri limiti: i RIP possono soffrire nel gestire file di dimensioni estreme e si creano nuovi colli di bottiglia tecnici. Alla fine, anche in questo caso, non si sfugge al confronto con vincoli reali di processo. In questo senso l’artificiosità che a volte percepiamo nel digitale non è solo estetica, ma nasce proprio da questi continui compromessi tra cattura, elaborazione e output. Detto tutto questo, le ipotetiche scelte di Leica possono rientrare perfettamente in questo quadro: non come negazione della misura strumentale, ma come posizionamento diverso lungo una catena di compromessi che non è mai neutra. In altre parole, stiamo probabilmente osservando strategie progettuali differenti all’interno dello stesso problema, più che una semplice graduatoria di giusto o sbagliato. |
|
|
inviato il 13 Gennaio 2026 ore 10:57
Faccio una seconda precisazione per evitare equivoci. Nei 35 mm della pellicola tutta l’informazione è nella sua struttura fisico-chimica, ed è quella per sempre. Quando stampiamo un negativo o proiettiamo una diapositiva non facciamo altro che ingrandire otticamente quell’informazione, sia su carta sia su schermo. Con il digitale accade qualcosa di diverso: nello stesso formato 35 mm il sensore contiene una densità di informazione spaziale molto superiore a quella di un monitor da 32", e ogni volta che visualizziamo o stampiamo il file non stiamo semplicemente “ingrandendo”, ma stiamo reinterpretando matematicamente quell’informazione, rimappandola sul dispositivo di uscita. È un passaggio che introduce sempre una mediazione, che nell’analogico non esiste nello stesso modo. |
|
|
inviato il 13 Gennaio 2026 ore 11:17
Concetti che si possono applicare tranquillamente a qualsiasi ambito dove esista una conversione digitale - analogico: proviamo a pensare all'audio. Oggi si trovano DAC da decine di migliaia di€ e prodotti da poche centinaia di€: quale va meglio? Nessuno se non si inserisce il prodotto in un contesto di amplificatore e diffusori che riprodurranno non il suono. E una volta riprodotto, la misurazione strumentale degli apparati ci darà solo un verdetto "tecnico" ma quello che conterà sarà ciò che ci "arriva". Io credo che in fotografia sia lo stesso, fortunatamente dietro un qualsiasi apparato per adesso c'è sempre qualcuno che coglie o costruisce un momento destinato a suscitare in chi lo guarderà una reazione, ognuno poi sceglierà il mezzo con cui troverà piacere nel fare questa attività |
Che cosa ne pensi di questo argomento?
Vuoi dire la tua? Per partecipare alla discussione iscriviti a JuzaPhoto, è semplice e gratuito!
Non solo: iscrivendoti potrai creare una tua pagina personale, pubblicare foto, ricevere commenti e sfruttare tutte le funzionalità di JuzaPhoto.
Con oltre 257000 iscritti, c'è spazio per tutti, dal principiante al professionista. |

Metti la tua pubblicità su JuzaPhoto (info) |