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inviato il 10 Febbraio 2026 ore 16:52
“ hai il sensore pulito e hai conosciuto un riparatore „ Si Ivan, questa è la cosa positiva e devo ringraziarti della dritta che mi hai dato. “ Bella bella la foto : ) ho sempre più voglia di una monochrom ... „ Grazie Oratrix... la mia foto centra poco con la tridimensionalità ma la matericità di quel file mi ha fatto innamorare. Ho avuto la M246... diciamo che è un approccio diverso al B/N, lì te la giochi di più in fase di ripresa. Mi spiego, se vuoi un determinato tipo di B/N, devi usare i filtri (come si faceva con la pellicola), dopodichè l'editing, è molto diverso da un normale file bayer a colori convertito in B/N. “ posto una foto randomica fatta l'altro ieri per far capire quanto la luce sia importante nella percezione della plasticità, circa le sei di sera con irradiazione luminosa scarsissima, ovviamente il senso di tridimensionalità e profondità è minore però credo si intraveda comunque qualcosa pur non essendoci le sottolineature nette dei piani focali ... „ Si, confermo, c'è senso di tridimensionalità, in quel caso, oltre al diaframma aperto, ha contribuito la luce laterale secondo me. |
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inviato il 10 Febbraio 2026 ore 17:53
@Oratrix, la tridimensionalità in questo scatto è un po’ difficile da percepire perché i tronchi hanno una corteccia molto spessa e di per sé poco favorevole a una lettura graduale delle superfici. La ringhiera è estremamente geometrica e spigolosa e, a parte il berretto bianco, gli indumenti delle tre persone sono molto scuri: di conseguenza c’è poco margine per far emergere la tridimensionalità attraverso le variazioni tonali. Tutto il resto, invece, restituisce una gradualità naturale e plastica. Sul berretto bianco, ad esempio, si percepisce la peluria senza che sia forzata; nel soggetto maschile, sempre sul berretto, si leggono i particolari senza che diventino fastidiosi. Non c’è nulla di artificioso. Spesso ho la sensazione che alcune soluzioni di post-produzione siano uscite dal loro contesto originario. Cerco di spiegarmi: negli anni ’90, in una fase di transizione tecnologica, le fotografie professionali nel mio ambito venivano realizzate soprattutto in medio e grande formato, con un livello di dettaglio molto elevato. Tuttavia, a causa dei limiti qualitativi della stampa offset per brochure, libri e cataloghi, anche esacromatici, si ricorreva spesso all’unsharp mask per aumentare il microcontrasto e far percepire più dettaglio in stampa. In pratica, nei punti di transizione si creava un sottile bordo di contrasto che in stampa funzionava come esaltatore del dettaglio. Oggi, con la visione digitale e con sistemi di stampa molto più evoluti (inkjet e plotter di grande formato), questo tipo di intervento non è più strettamente necessario. Eppure molta post-produzione, e talvolta anche il gusto fotografico, continuano a muoversi in quella direzione. Anch’io non ne sono immune: quando si lavora con i software è facile spingersi un po’ oltre. In ogni caso, complimenti per i tuoi scatti, che mi sembrano uscire da molte di queste logiche. |
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inviato il 10 Febbraio 2026 ore 18:19
“ Eppure molta post-produzione, e talvolta anche il gusto fotografico, continuano a muoversi in quella direzione „ Filo, hai centrato il punto. La maggior parte delle persone in pp aggiunge quintali di nitidezza, così facendo ammazza le sfumature. Le foto in MF non ne hanno bisogno, anzi, io agisco sempre in sottrazione, la tolgo dove non è necessaria e le immagini appaiono magicamente più naturali e meno cartonate. Alla fine ne guadagnano anche le stampe che risultano stampe e non rendering fatti al computer. |
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