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inviato il 23 Marzo 2026 ore 3:38
In relazione alla "challenge" tra Matteo e Salt (critica Sabbagh/Dias), concordo con quanto ha scritto Salt, ma capisco Matteo. Nelle due foto di Sabbagh non c'è la spiegazione che Matteo ha fatto del progetto di Sabbagh. Non voglio dire che Matteo se lo sia inventato o che sia poco interessante, al contrario. Semplicemente non è nelle foto ed è tutto nella testa di Matteo e di quelli che conoscono quel progetto. Si potrebbe dire che questa è proprio la ragione per cui serve la conoscenza tutti i fotografi, ma non è vero. Quella conoscenza aumenta la consapevolezza del valore del set di foto, nel loro complesso, come supporto di una storia, non delle singole foto. C'è una bella differenza! Potrei dare almeno tre contesti, inventati di sana pianta, a qualunque foto estratta dal lavoro di qualunque autore famoso. Un'AI potrebbe darne dieci senza difficoltà. Questo è il motivo per cui, qualunque foto estratta da un contesto pluripremiato e messa in un social, potrebbe non ricevere like. Sono tutti ignoranti? No, semplicemente le foto da sole non dicono nulla e i social privi di curatori e di strutture adeguate per la pubblicazione di progetti, non sono adatti a valorizzare la coerenza tra intenzione narrativa dell'autore e foto utilizzate per supportarla. Come dice Walls, le foto non narrano, ma creano una sospensione della narrazione. E' l'osservatore che viene catturato (se la foto è esteticamente attraente) e poi, solo poi, spinto a costruire la sua storia. Le foto singole si "guardano" e si descrivono, non si "leggono" nel senso della estrazione di un messaggio latente. Il linguaggio visuale è troppo ambiguo. Sono i titoli e le didascalie che si leggono permettendo una verifica, a posteriori, della coerenza con la foto. Si possono "leggere" i portafogli perché le sequenze tracciano possibili storie. Da notare che pure le sequenze di immagini hanno ambiguità, se non radicate da dati esterni (spiegazione del progetto, didascalie...). Le foto, infatti, non sono commutative in una sequenza. Ad esempio: immaginiamo di usare due foto di immigrati. Una come quelle di Sabbagh e l'altra con lo stesso ragazzo, riverso sulla spiaggia di notte con vestiti laceri e bagnati, a fianco di un barcone rovesciato. Senza alcuna descrizione. Mettere prima una e poi l'altra cambia radicalmente la storia che ci si costruisce sopra. Nei siti di foto personali social, si premia sempre la foto singola. Per questo, l'unica critica possibile è quella formale/estetica, a meno che l'autorie riveli nella descrizione le sue intenzione. In questo caso si può affiancare un valutazione di coerenza. Per la foto singola, il like è un ottimo indice combinato della forza estetica e della capacità di sospendere la narrazione ("far pensare", ma a quello che uno vuole, non a quello che vuole l'autore!). Quando, invece, un titolo e/o una descrizione rivelano le intenzioni dell'autore, il like sta stretto, e si usano i commenti. Capisco che Matteo trovi più interessante studiare la storia dei fotografi per capire come le foto possano supportare i loro progetti narrativi, perché è una sfida necessaria a chi vuole raccontare qualcosa. Non è però obbligatorio raccontare qualcosa. E' sfidante anche giocare sulla capacità di attrarre e poi creare la sospensione narrativa libera ("Goditi quello che vedi e facci sopra la tua narrazione"). Sono due parti della fotografia. Bravo il doppio chi riesce ad avere successo in entrambe le sfide, ma tanto qui nessuno è pagato, quindi è una questione di soddisfazione personale. E' importante però che la critica fotografica si fermi al giudizio di coerenza tra intenzioni narrative e foto di supporto, senza entrare nel valore delle intenzioni, perché quella è una questione etica. E' più degno raccontare il disagio sociale o la bellezza di una spiaggia esotica? Non sono questioni nel perimetro della fotografia, ma e in nessun caso. Sono questioni delle storie che si vogliono raccontare e la fotografia sia accessoria che falcoltativa. Ognuno sceglie il campo in cui creare la sospensione narrativa, decidendo se stare dentro i binari delle gallerie del sito o proponendo qualcosa di non strattamente correlato (es.: foto concettuale, astratta...). Poi però non può lamentarsi se prende pochi like. E' come fermare la gente per strada e fargli dei discorsi che non sono interessati a sentire, per lo meno lì e in quel momento. E' per questo che usare termini come cazzeggio e soprattutto cazzaro, è proprio fuori luogo. Il cazzeggio è una cosa serissima. Se fatto male, non raggiunge il suo scopo, ossia quello di dare soddisfazione a chi lo pratica. Tutti che i giochi sono una cosa seria, basta pensare a come si incazza la gente adulta quando gioca. Il motivo è semplice: il cazzeggio richiede tempo e impegno. "Cazzari" è tutt'altra storia: va dritto alle persone, non quelle che cazzeggiano, ma quelle che fanno o dicono cazzate. E' un insulto senza se e ma. Usare il prefisso "foto" per comporre "fotocazzari", puzza solo di polically correct, e non cambia il senso. Quindi chi non sa il significato delle parole, meglio che si limiti a pubblicare le foto. Se invece si usano questi termini a proposito, perché nascondarsi vigliaccamente dietro le parole come verginelle? Se uno vuole fare il rivoluzionario, dica le cose chiare e accetti il rischio che poi le parole gli scoppino sotto le mani provocando una prematura uscita di scena. |
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inviato il 23 Marzo 2026 ore 8:07
Veramente è tutto li nelle foto, non è che il titolo non fa parte del lavoro come nè fanno parte i ragazzi scelti. Se uno guarda a caso senza il contesto è evidente che non sta guardando il lavoro nel suo complesso ma solo parzialmente. Sekula ci ha scritto parecchi libri sulla questione, lui credeva fermamente che la fotografia sola fosse incompleta e dipendesse da un contorno e un contesto essenziale per ca×. Ed è esattamente così. Infatti trovo la finta citazione di Adams sulla fotografia e la barzelletta una stupidaggine che spesso serve a giustificare l'incapacità di andare oltre il decorativismo |
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inviato il 23 Marzo 2026 ore 8:40
Su questo sono d’accordo con Matteo. Un quadro come l’origine del mondo, secondo me, avrebbe un senso totalmente diverso senza titolo e senza contesto storico. Non potete dirmi che sarebbe stato lo stesso se l’avesse fatto mio cugino nel 2008 e l’avesse chiamato “puledra”. Poi uno può valutare se l’artista, tenendo conto di tempo, contesto, riferimenti ecc è riuscito o meno a dire quello che voleva dire. Io non so quasi nulla ma una cosa credo di averla capita, confrontandomi con una critica d’arte: non si può realmente giudicare nulla senza sapere tutto il contorno. Ci sono troppi richiami, allusioni, riferimenti, omaggi che vanno avanti da secoli. Certo, uno può darne un giudizio personale, basato sulle proprie conoscenze, ma non è obbligatorio. Forse questo abbiamo assorbito dai social: tutti vogliono per forza dire come la pensano. Me compreso, ovviamente. |
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inviato il 23 Marzo 2026 ore 9:03
“ Il forum mostra tutti i giorni che manca la volontà di andare oltre la foto basica, posso darti vari topic finiti in nulla perchè faccio quello che piace a me, non voglio consigli da professoroni, l'importante è divertirsi ecc.. La realtà delle cose è che a fronte di un lavoro che richiede una lettura più lenta e ragionata in genere non si posseggono i mezzi per decodificarne la chiave di lettura e ci si rifugia nel: quell'autore è raccomandato, il sistema delle gallerie ecc... che sono stupidaggini nella maggioranza dei casi e si criticano autori solidi e importanti per merito solo per mancanza di una vera cultura che permetta di provare a capire il lavoro. „ Due aspetti molto interessanti, ma anche due facce della stessa medaglia. Da un lato affermare che la foto è libera espressione, che le regole siano fatte per essere infrante, ed altre amenità simili, è la scorciatoia migliore per giustificare la mancanza di studio, e la volontà di imparare le regole della fotografia. I pittori impressionisti conoscevano benissimo la pittura ed il disegno che si insegnava alla scuola dell’arte, prima che iniziassero a rivoluzionare la pittura stessa. Oggi le regole vengono infrante senza che si conoscano, almeno nella maggioranza dei casi. Sulla mancanza di cultura per decodificare la fotografia “autoriale”, mi viene invece in mente il film di Sordi “Vacanze intelligenti”, dove un gruppo di turisti alla biennale di Venezia pensava che la moglie di Sordi fosse un’installazione della mostra, iniziando a fare considerazioni filosofiche strampalate e a fotografarla, anche questa è una realtà che esiste e non va sottovalutata. Quanti persone che frequentano mostre di arte contemporanea la comprendono davvero, e quante per darsi un tono fingono di comprenderla? |
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inviato il 23 Marzo 2026 ore 9:57
Mi spiace, ma resto della mia idea, per vari motivi: 1) il titolo non è un immagine, né una sua parte. E' una proprietà di tipo simbolico associata. Indubbiamente può portare significato alla rete di relazioni tra gli elementi visivi, che però possono essere colte anche se non motivate, se uno sa guardare. 2) Il "messaggio" può diventare così forte da sovrastare l'immagine, distruggendo la citata sospensione narrativa che, per me, è fondamentale. Vi è mai capitato di girare per una pinacoteca e vedere la gente che corre e sgomita per leggere il titolo, per poi dedicare due secondi di sfuggita alla visione del quadro? Mi ha sempre fatto riflettere. La gente ha così bisogno di sapere "cosi significa" che non sa più fermarsi a guardare. Chi ama la piuttura, invece, si ferma e ci resta mezz'ora a guardare un'opera. Ci si perde dentro. Sicuramente la conoscenza della storia aiuta a valutarne alcuni aspetti, ma non determina la capacità unica e determinante di una immagine di far sviluppare una narrazione. Il titolo e la spiegazione, distruggono questo effetto. Ogni volta che si riguarda quella immagine, non ci perde più dentro perché la mente va alla spiegazione. E' come vedere un nudo di una modella tatuata: non vedi più la modella, ma solo il tatuaggio. Personalmente credo che se uno vuole "raccontare", ha tante possibilità più efficaci: può fare lo scrittore, il giornalista, il filosofo.... Il fotografo non racconta niente, se non a se stesso. Invece, fa raccontare all'osservatore e ci può riuscire meglio di tutti gli altri mestieri. Pensate all'effetto "uncanny valley". E' quell'effetto per cui certi robot, diventando progressivamente più realistici, finiscono in una zona percettiva che produce turbamento, fastidio, come guardando un cadavere che si muove. Aumentando ancora il livello di realismo, escono da quella "valle di turbamento" diventano familiari, credibili. Ecco, la fotografia ha questo vantaggio rispetto ad altre arti visuali: salta la "valle" ed essendo realistica rende credibile quello che mostra. Per questo, ritengo distruttivo usare titolo e descrizione per vanificare questo potere unico della fotografia. Questa è e resta una mia opinione. Non pretendo di convincere nessuno. |
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inviato il 23 Marzo 2026 ore 10:22
parliamo allora di pittura: Magritte : "Ceci n'est pas une pipe" Non è una didascalia è l'opera. Condivido che esista una fotografia che funziona nella pura apertura visiva e che il titolo esplicativo possa distruggerla. Ma questo vale per una pratica specifica. Nella fotografia concettuale e autoriale, titolo e contesto non spiegano l'immagine ne fanno parte È una scelta di linguaggio diversa dalla tua, non meno legittima. Possiamo fare molti esempi da Untitled Film Stills di Cindy Sherman dove sapere che Sherman è sempre lei, che interpreta ogni personaggio, che non esiste nessun film che stai guardando una donna che recita archetipi femminili imposti dalla cultura visiva, tutto questo cambia radicalmente la lettura ma andando anche su un lavoro più diretto The Brown Sisters di Nicholas Nixon, vengono fotografate le stesse quattro sorelle ogni anno, da oltre quarant'anni, sempre nello stesso ordine. Ogni singola fotografia, presa da sola, è un ritratto di gruppo ordinario, quattro donne, luce naturale, nessun artificio. Tecnicamente ineccepibile, ma non straordinario Sapere che sono sempre le stesse persone, che si tratta di un progetto durato decenni, che stai guardando il tempo che scorre sui loro corpi e sui loro sguardi cambia tutto, La mortalità, il legame, l'identità che cambia e resiste. Tutto questo non è nell'immagine, ma è nel contesto. Il contesto da significato all'opera anzi mi spingo più in la dicendo che è l'opera. Faccio un ultimo esempio poi lascio spazio ad altri come giusto: Fait di Sophie Ristelhueber, le foto sono texture, forme geometriche, pattern che ricordano Land Art o fotografia di paesaggio puro. Molto belle da vedere, tutti scatti dall'altro fatti nel 1991, il punto non è solo quando ma anche dove: Kuwait Le tracce e i crateri che rendono belle da vedere le fotografie sono semplicemente il suolo devastato da bombe e carri armati, ma visto da quella distanza, diventa ornamento. La guerra si trasforma in composizione. In questo caso quando e dove cambiano radicalmente l'esperienza di chi osserva, l'opera sta in questo |
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inviato il 23 Marzo 2026 ore 10:49
In un progetto come quello delle sorelle, puoi capire la situazione guardando anche senza che qualcuno te lo dica. Per la Sherman, magari ci metti di più, ma vale la stessa cosa. Se guardi bene, anche senza sapere il retroscena, ti accorgi che è lei. Sulla fotografia concettuale e astratta, invece, concordo: un aiuto esterno serve. Posso anche essere d'accordo che la combinanzine intenzione (descrizione del progetto) + immagini, costituiscano l'opera. Detto al contrario, chi fa opere d'arte, l'artista o l'autore, usando una combinazione di questi due elementi, uno visuale e uno non, ha molto più margine creativo rispetto ai creatori puri di immagini. Questo margine serve perché ognuno possa trovare il suo spazio e possa campare in quel mercato. Parliamo però di opera, non di immagine soltanto. Parliamo di fotografo artista, non fotografo/creatore di immagini a basta. E' una scelta di posizionamento nell'uso dell'immagine. Figurati che per me, come ho detto altrove, dopo aver sentito interviste a fotografi che erano a fine vita, mi sono fatto l'idea che la valutazione profonda del valore di una foto, è solo quella dell'autore mentre la guarda e rievoca la memoria personale della sua vita. Come a dire che le foto fatte vengono realmente godute solo quando si sta per morire . Il resto lo considero mestiere. E' infatti non ho nulla da eccepire quando li chiami "i lavori". Non voglio sminuirli, al contrario. Il lavoro è una cosa nobile quando fatto bene. Pero mi chiedo: tu, quando starai a fine vita, cosa vedrai nelle tue foto: sarai orgoglioso dei messaggi nelle opere o ti farà più felice ricordare l'entusiasmo e le persone che erano con te mentre facevi quelle foto? La stessa domanda la farei alla Sherman. Ripeto, ti capisco e credo che quello che dici sia perfettamente in linea con un percorso di fotografia autoriale. Faccio il tifo per te, ma è una cosa che io non farei. Forse perché sono più geloso delle foto che faccio e non le condivido volentieri. La condivisione sul sito, per me, è solo funzionale a capire come vengono viste. Una valutazione di efficacia, non di comunicazione. Non sono pietre miliari nel mio percorso d'autore. Il loro ciclo di vita l'hanno fatto. Penso spesso dì toglierle tutte, ma non sarebbe rispettoso per quelli che le hanno commentate. Probabilmente sfoltirò quelle meno commentate. |
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inviato il 23 Marzo 2026 ore 11:05
"Perfetto! Vedi....ho fatto un banalissimo esempio in senso figurativo, cioè non rivolto a te personalmente, e ti sei gia impermalosito........però in cambo pretendi che quelli che chiami fotocazzari non se la prendano! " Da questo si puo vedere quale sia il livello di coloro che si permettono di dare certi giudizi......e qui mi fermo perchè andando oltre si corre solo il rischio di finire a litigare, perchè a criticare son bravi tutti....basta che li critiche siano a senso unico! " Altra proiezione Robilink. Presumi di sapere cosa penso o provo, ma non è così. Addiritura c'è il rischio di litigare per un termine? Sei a quei livelli? Perché quello che hai scritto mi infastidisca, dovrei come minimo attribuirgli un certo peso, cosa che non sto facendo. E da cosa presumi che io pretenda? Piuttosto, chiediti cosa provoca in te il termine “fotocazzaro” , invece di proiettare e attribuire agli altri quello che ti appartiene. Forse ti senti chiamato in causa o preso di mira, o forse una ferita aperta, mai rimarginata, che torna a farsi sentire, o quel dannato senso di inferiorità....chi lo sa. Saluti da Fotocazzeggiatore consapevole, So what? |
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inviato il 23 Marzo 2026 ore 12:13
“ Di solito è buona regola evitare di proiettarsi sugli altri, soprattutto quando non li si conosce. Parlare di come reagiresti tu sarebbe già più sensato. „ Questa è stata la tua reazione.....lo hai scritto tu, non io.... a me il termine fotocazzaro non provoca nulla, ti ho solo fatto notare che in un forum di fotografia ci sarebbero modi migliori di appellare i propri compagni di Hobby.......dopo sta all'intelligenza e sensibiità di ognuno arrivare a capirlo.....e li io piu di tanto non posso farci.......se non ci arrivi.......ok, non problem, segui pure cosi, non è un problema che mi tocca particolarmente. |
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inviato il 23 Marzo 2026 ore 12:23
Ahhh, quindi da quella frase deduci, e ne sei persino sicuro, che io mi sia offeso? E la questione non ti tocca particolarmente, ma è da 2 pagine che ne parli. E a questo punto la domanda sorge spontanea. Ma che minchia ti sei bevuto Robertino? |
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inviato il 23 Marzo 2026 ore 12:28
Vedi......come ho scritto in precedenza, e forse non hai letto attentamente.....ognuno esprime cio che ha dentro, non solo con la fotografia, ma anche con il pensare, con il parlare, e con l'agire .....ogni giorno, minuto per minuto! E cio che hai dentro.....cio che sei......viene fuori costantemente......sta a te capire, io posso solo farti i miei migliori auguri di riuscirci quanto prima! |
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inviato il 23 Marzo 2026 ore 12:30
Mi sa che c'è scappato pure un mega cannone |
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inviato il 23 Marzo 2026 ore 17:55
“ La mortalità, il legame, l'identità che cambia e resiste. Tutto questo non è nell'immagine, ma è nel contesto. Il contesto da significato all'opera anzi mi spingo più in la dicendo che è l'opera. „ e su questo hai ragione. Senza se e senza ma. I tagli sulla tela sono nient' altro che uno strappo che chiunque puo' riprodurre. Sappiamo tutti bene che l'opera e' altrove.... Attenzione pero' che proseguendo nel voler disassemblare la fotografia e renderla funzione di un concetto/titolo porta molto lontano. La banana attaccata su un muro con un pezzo di scotch, dove il valore reale e tangibile sta esattamente nel copyright e nella licenza di riproduzione dell'opera, e' la fine della fotografia se ne smontiamo il linguaggio ed i codici. Resta l'idea dell'artista. Pazienza se poi non ha completato la fotografia. Resta il copy e la firma photographer... |
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inviato il 23 Marzo 2026 ore 18:00
Perché prendere sempre iperboli buttate un po' li? |
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inviato il 23 Marzo 2026 ore 18:09
perche' se una foto sta in piedi solo per il titolo e non per la comunicazione , per me che vengo dalla pubblicita' non ha senso. N.B. riconosco il valore delle fotografie prese singolarmente. Ma trovo piu' sincera e' ben costruita la foto di playboy (altra iperbole ). Aggiungo.. I momenti di svolta, provocati da grandi artisti, avevano attorno movimenti e gruppi in grado di "supportare" l'opera. Di trasmettere qualcosa. Non e' solo questione di galleristi o raccomandazioni. Il gruppo "decalage" era molto supportato ed ha anche prodotto qualche opera interessante.. Quanti li conoscono oggi? |
Che cosa ne pensi di questo argomento?
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