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inviato il 04 Luglio 2026 ore 8:12
Buongiorno a tutti. Vorrei affrontare insieme a voi un tema che credo sia abbastanza attuale e molto sentito; ovvero il confronto sui social (soprattutto Instagram). Sui social il confronto continuo altera la percezione: invece di osservare una fotografia per ciò che comunica, e se a noi piace, la si valuta attraverso ciò che viene pubblicato da altri, o peggio rispetto agli standard più quotati in quel momento. Si fanno confronti rispetto ai fotografi "conosciuti" o "quotati", rispetto al loro stile e scelte fotografiche. Questa dinamica genera ansia, oltre a una ricerca costante di validazione, che finisce per influenzare, in alcuni, il modo in cui si scatta o si giudica la propria fotografia o quella altrui. La domanda è: quanto la salute mentale viene condizionata da questo bisogno di paragone, e quanto incide davvero sulla qualità e autenticità delle nostre immagini? |
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inviato il 04 Luglio 2026 ore 9:47
†******La domanda è: quanto la salute mentale viene condizionata da questo bisogno di paragone, e quanto incide davvero sulla qualità e autenticità delle nostre immagini?****** Ottima osservazione. Dopo qualche tempo che ho cominciato a pubblicare qualcosa su questo sito, l'unico che frequento, mi sono reso conto che stavo entrando in un contesto che mi generava ansia da prestazione, non mi faceva stare bene. Ho mollato, non cerco più l'immagine che può colpire ma solo quella che mi soddisfa, che non sempre piace. Ormai si vive di likes, se non ne se ne hanno molti ci si sente emarginati. Osservazione: le immagini veramente valide ne hanno pochi, chissà perché?!! |
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inviato il 04 Luglio 2026 ore 10:14
Bravissimo Bruno. Anche io ovviamente ho sofferto come te di quest'ansia da confronto, e come molti purtroppo, mi sono lasciato trasportare per qualche tempo prima di capire che era tutto sbagliato. Oggi ho iniziato un'inversione di tendenza, una ricerca personale che spero mi porterà serenità quando scatto e un confronto sano e sereno con gli altri fotografi. Ogni stile è unico e non ha senso lasciarsi prendere da ansie e desiderio di confronto. L'unica ricerca che ha senso intraprendere è quella per la propria felicità, e in questo contesto la passione per la fotografia va inserita nelle gioie da vivere a pieno senza distrazioni o tossicità. |
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inviato il 04 Luglio 2026 ore 10:27
Ti dirò di più, ero arrivato al punto che davo il like di "riconoscenza" anche ad immagini che non mi convincevano. Per fortuna mi sono reso conto abbastanza rapidamente che la cosa non andava. Ancora adesso concedo raramente qualche mi piace per "assistenza sociale"perché capisco che per alcuni è un modo per sentirsi meno soli. |
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inviato il 04 Luglio 2026 ore 10:52
Sicuramente ci sono delle dinamiche sociali che sono state analizzate e sfruttate da multinazionali come meta. Hanno capito che generando ansia da prestazione e confronti continui il traffico aumenta. La dopamina è una droga. Il desiderio di primeggiare genera profitti. |
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inviato il 04 Luglio 2026 ore 12:47
Fosse soltanto una questione fotografica... L'essere umano è istintivamente dialogico, e prova beneficio nel rapportarsi agli altri per mezzo del dialogo. Il confronto subentra immediatamente dopo, sotto forma di collisione, che non necessariamente è malefica, anzi! Se pensiamo a chi ha inventato la giostra dell'autoscontro, ci rendiamo conto di quanto le collisioni possano essere (figurativamente) uno stimolo al "destarsi", da uno stato di torpore autodifensivo che solitamente è immotivato. Purtoppo, le dinamiche sociali sono complesse, e non invidio i sociologi quando ci mettono il naso. Negli scontri che hanno effetti ansiogeni, è raccolto tutto un bagaglio dispercettivo che le persone comunemente si costruiscono, inintenzionalmente - intendiamoci - ma che è fatto di cattive esperienze passate, tradite dalle sovraspettative malpercepite, da una cultura individuale contaminata, da un complesso di superiorità che non è mai riuscito a scalzare quello d'inferiorità, permettondo così il compimento di una socializzazione. Il linguaggio è il più grande ostacolo che la sfera imaginifica possa incontrare nella sua espressione. Quello che riusciamo ad esprimere col verbo o coi gesti, o con l'arte comunicativa, è poca cosa rispetto a quello che siamo stati capaci di immaginarci prima. Aggiungiamoci pure i limiti (o peggio ancora, i difetti individuali) che l'apparato percettivo e sensoriale ha, ed è comprensibile che accada quel che si vede in giro, nei socialmedia, ed anche fuori. E quindi gli scontri interpersonali stanno nell'ordine delle cose quotidiane, se si intende vivere in mezzo allaGGente. Non ci si può sottrarre, a meno che le propria alternativa sia quella ascetica. Ma anche in quel caso, bisogna confrontarsi col vuoto di sé, che la natura circostante acuirebbe. E quindi, punto e accapo. Il tutto sta nel sapersi autocollocare sistematicamente, per mezzo della propria sensibilità e intuitività esperita. Tuttiquanti vediamo le cose grossomodo alla stessa maniera, sia per una questione funzionale biologica, sia per una codificazione comunicativa storicizzata che - a torto o a ragione - ci fa intendere che un mattone sia un mattone, piuttosto che una pagnotta di pane. Eppure, gli scontri accadono ugualmente, perfino aggrappandosi all'indifendibilità di una tesi che voglia riconoscere alla pagnotta la volontà d'essere un mattone, o viceversa. I possibili esiti di questi scontri sono due: la schismogenesi o la dispersione. E nella maggiorparte dei casi ci si convince d'aver scelto la seconda via, mentre è la prima, ad essersi compiuta. L'autocoscienza di sé, dualistica e schismogeneticamente aquisita, aiuta ad accogliere l'interazione con altri come una opportunità, anzichè una seccatura imprevista. |
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inviato il 04 Luglio 2026 ore 12:54
@Ayps. Ho letto attentamente. Mi dispiace per gli Iatmul ma un vero gentiluomo non versa MAI del Tè nel piattino. Pièce de gaucherie.! |
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inviato il 04 Luglio 2026 ore 12:57
Ma quale panino! Io a Istanbul ho sempre preso il kebappo al piatto, TZE! |
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inviato il 04 Luglio 2026 ore 13:01
E Moristi con un Felafel in mano. |
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inviato il 04 Luglio 2026 ore 13:08
Gliel'hai suggerito tu, quel film, a Rombro? |
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inviato il 04 Luglio 2026 ore 13:35
Ognuno di noi nel profondo sa chi è e cosa vuole. E non serve un trattato di psicologia per imparare a conoscersi. È facendo emergere la propria essenza nel mondo che piano si raggiunge la felicità. Spesso e volentieri i social, ma anche il confronto con chi non sa chi è e cosa vuole, ci spinge a porci delle domande su come essere sereni anche quando viviamo una passione. Tutto qui. Il resto, come caos e voli pindarici in salsa psicoanalitica, lasciano il tempo che trovano. |
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inviato il 04 Luglio 2026 ore 15:11
“ È facendo emergere la propria essenza nel mondo che piano si raggiunge la felicità. „ Sembra una di quelle massime dozzinali da social scritte in grande con lo sfondo a tinta unica Meglio morire con un felafel in mano (visione di gioventù, ma glad che anche Giovannino lo conosca) EDIT: certo che sei aperto al dialogo, eh... Se brilli di luce tua forse hai bisogno di cambiare la lampadina perché al momento sembra fulminata |
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inviato il 04 Luglio 2026 ore 16:53
Rombro non lo è. È la verità tua, mia, di tutti noi. Non tutti viviamo col cerino in mano, e una volta scottati, piangiamo e smettiamo di crederci. Fortunatamente c'è chi trasforma le sconfitte in esperienza, e cambiando direzione riesce a trovare un senso di pace e di serenità che fa la differenza nella quotidianità. Per alcuni è difficile comprenderlo. Forse non ci arriveranno mai. Anche per questo è fondamentale imparare a selezionare le persone sui social come nella vita reale. Ovviamente è questione di età. Ci sono ragazzini o persone molto giovani che hanno seria difficoltà a comprendere chi sono e cosa vogliono. E in questo, sicuramente, l'utilizzo esagerato dei social non aiuta. |
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inviato il 04 Luglio 2026 ore 17:17
"Si fanno confronti rispetto ai fotografi "conosciuti" o "quotati", rispetto al loro stile e scelte fotografiche." Con me il problema non si pone, non guardo le foto degli altri né mi ispiro a qualcuno, semmai a volte mi capita di scoprire che un mio scatto somiglia per stile o soggetto a uno famoso. Evidentemente o mi ha copiato lui o sono in contatto telepatico coi Grandi Antichi Quanto alla salute mentale, la fotografia è chiamata anche la magnifica ossessione, se così allora sono malato anch'io, ma solo di quella |
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inviato il 04 Luglio 2026 ore 17:36
Mirko tu fai benissimo, e credo che se è capitato, come dici, che vi siano scatti simili ai tuoi, è solo per puro caso o ti hanno copiato. Io all'inizio, parlo di oltre dieci anni fa, cercavo comunque di creare il mio stile, facevo paesaggi scuri e molto della mia fotografia non mi piaceva. Poi ho iniziato a leggere e documentarmi, e piano ho realizzato le foto che volevo e come le volevo. È indubbio che, per esempio, chi realizza foto in lunga esposizione tenda, come me, a generarle seguendo un filo logico e uno stile che può essere più o meno simile a decine di altre foto. È proprio la tecnica delle lunghe esposizioni in sé che ti spinge a fare determinate scelte. Poi ci sono anche coloro che si discostano completamente, realizzando scatti che possono anche non piacere. È un rischio e una soddisfazione. Comunque è una scelta da ammirare In fotografia è così. Quello che senti di fare vale di più di quello che vedi "in giro", nel bene o nel male. Non ti nego che ultimamente mi sono stancato di alcuni punti di vista, e vorrei cambiare il mio modo non tanto di riprendere lo scatto, ma sicuramente di post produrre. |
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