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Una curiosità a proposito di "Stampare perché"


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avatarsenior
inviato il 23 Ottobre 2018 ore 20:15    

Visto che mi sono imbattuto in una discussione che verteva sui perché e i percome dover stampare nell'era digitale, cerco di dare un punto di vista da mero tecnico.

Un monitor è una periferica che lavora per luce emissiva, fisica dei corpi auto-luminosi. La sua modalità nativa è RGB e il colore viene formato per sintesi additiva, la somma dei tre canali origina il bianco. Bianco, che in un monitor calibrato, corrisponde generalmente a una cromaticità standard, tipo D50, D65, oppure altri, ma meno frequentemente.
Ho parlato di cromaticità... e non di spettro; perché non sono la stessa cosa.

Quando scegliamo di calibrare il monitor in D50 facciamo sì che la sua cromaticità sia x : 0.34567 y : 0.35850 osservatore foveale standard 2° con Y dipendente dalla luminanza scelta.
Una volta finita la calibrazione potremmo aspettarci che il suo spettro sia questo:




Ma se andiamo a misurare:



Questa è la misura del mio monitor, calibrato appunto in D50 e 100cd/m2.
La cromaticità è D50, ma non lo spettro. Sembra strano forse, però è normale.
Uno schermo LCD ha una sorgente di luce con uno spettro proprio, dipendente dalla sua natura CCFL, LED...
Per raggiungere una certa cromaticità in fase di calibrazione la matrice RGB scherma lo spettro originale per arrivare ad uno spettro metamerico con il D50. Cioè un qualcosa che produce nei nostri sensi lo stesso stimolo cromatico. Tuttavia, la natura di questa luce è e rimane diversa.

Ora facciamo un altro tipo di prova; misuriamo una patch colore, come potrebbe essere una stampa di una foto:



La misurazione riguarda la patch I4 di un ColorChecker SG in M0

Come si vede in [negozio 24]esso ho i valori Lab di quella patch colorata che rientra nel gamut del mio monitor.

Adesso vado a leggere con lo spettrofotometro la patch direttamente sul monitor:







La differenza colorimetrica:



E' lo stesso colore, il DeltaE 2000 è di 0,6.

Ma gli spettri sono diversi; vedere questo colore a monitor o stampato non è proprio la stessa cosa.
A livello di colorimetria c'è una equivalenza, ma se scendiamo al livello di fotometria ci accorgiamo che lo spettro, uno auto luminoso e l'altro riflessivo, sono assai diversi.

Anche se apparentemente il colore è identico i nostri sensi sono sollecitati in modo diverso e questo il cervello lo sa....

Quindi, qualsiasi cosa, da stampata, anche se in modo praticamente perfetto da uno stampatore davvero molto bravo, alla fine è diversa. Lo è fisicamente.

La stampa è la chiusura del cerchio; dal sensore analogico lineare, attraverso il workflow digitale e poi di nuovo su carta.

Una foto stampata non è più la stessa foto che vedete al monitor; è qualcosa di diverso, sempre.
E se la guardate sotto uno spettro Daylight vero, come la luce del sole appunto, non c'è paragone. La retroilluminazione di un monitor, per quanto buono, in confronto al sole è una pippa tremenda. ;-)

avatarsenior
inviato il 23 Ottobre 2018 ore 20:45    

Forse il vantaggio del monitor e che ha una resa quasi uniforme in tutte le situazioni, mentre la carta va illuminata bene.
Scusa ma D50 o D65 quando e perché?

avatarsenior
inviato il 23 Ottobre 2018 ore 20:46    

Interessante Raamiel in effetti le stampe appese danno sensazioni diverse anche in casa in base alla luce che varia nell'arco della giornata attraverso le finestre

user91788
avatar
inviato il 23 Ottobre 2018 ore 20:47    

Ringrazio raamiel per lo spiegone scientifico.
Dal canto mio, posso dire di essere giunto alle medesime conclusioni per vie prettamente sensoriali.
Al di là delle differenze oggettive tra un monitor ed una stampa, i miei sensi mi suggeriscono sempre una netta preferenza per la stampa.

avatarsenior
inviato il 23 Ottobre 2018 ore 20:50    

Non c'ho capito niente, per fortuna che alla fine hai messo anche il riassunto for dummies MrGreenMrGreen

avatarsenior
inviato il 23 Ottobre 2018 ore 21:37    

Non so Raamiel ma, nel tuo esempio c'è qualcosa che non mi convince, mi sbaglierò forse in tal caso ti do adito ad un chiarimento. Tu parti da un confronto tra la targhetta colore di un color checker e lo confronti con la sua riproduzione in RGB e poi salti alla stampa della stessa targhetta colore.
Ora:
- il colore del color checker è ottenuto con una "ricetta colore" miscelando non so quanti colori "madre" in "cucina colore" (uso dei termini che si usano in ambiente stampa e tintoria tessuti). I colori madre usati per ottenere quella patch a noi sono ignoti e, a ben vedere, quello stesso colore, se considero una sola illuminante, in realtà potrei ottenerlo anche con delle ricette colore e colori madre diversi. Credo che per definire esattamente il colore di quella patch in maniera univica bisognerebbe farne un'analisi spettrofotometrica, studiare la curva di riflettanza in tutto lo spettro.
- il colore che tenta di imitare quella patch su un monitor lo si ottiene usando i colori primari della sintesi additiva come tu hai scritto, cioè è una "finta miscela" (in realtà credo sia un accostamento che il nostro occhio non percepisce perché li "confonde") di R G e B
- il colore che tenta di imitare quella patch su carta lo si ottiene usando anche qui i colori primari della sintesi sottrattiva che se va bene sono 5 più dei Neri/Grigi se va male sono i classici tre CMY più il nero K (anche qui sono delle microgocce indistinguibili dall'occhio che osserva a una certa distanza).
Da tutto questo io deduco che il colore che vedo a monitor è solo una più o meno buona imitazione di quello che c'è sulla patch ma altrettanto si può dire di quello ottenuto stampando su carta. Tanto è vero che se io analizzo sotto una determinata illuminante la patch originale raffrontata alla stampa ottenuta possono essere indistinguibili ma se cambio illuminante è molto ma molto probabile che patch e stampata siano percepite come diverse.
Dunque non mi sembra che si possa concludere che la stampata su carta sia intrinsecamente migliore rispetto al monitor o, perlomeno, di sicuro non è intrinsecamente più fedele al colore originale della patch.
Se dico delle inesattezze Raamiel correggimi.

user33434
avatar
inviato il 23 Ottobre 2018 ore 21:40    

Molto interessante, grazie Raamiel.

avatarsenior
inviato il 23 Ottobre 2018 ore 22:04    

seguo

avatarsenior
inviato il 23 Ottobre 2018 ore 22:28    

Grazie Raamiel della spiegazione tecnica.
Il monitor potrebbe essere un passaggio intermedio, anche se fondamentale e sempre più considerato "destinazione finale ". Eppure, il piacere di osservare il colore è mi pare dato dalla riflessione della luce naturale, che si ha nella stampa

avatarsenior
inviato il 23 Ottobre 2018 ore 22:53    

@Andrea.taiana

Sì, capisco cosa vuoi dire. Le patch del ColorChecker sono ottenute da vernici, mentre le stampe inkjet sono formate da inchiostri in sintesi sottrattiva.

Però non fa molta differenza; ho usato il ColorChecker solo per comodità.

Qui ti faccio vedere un colore di un tramonto:

A monitor:




Stampato con Epson R3000:




DeltaE dei valori Lab ottimo, ma spettro molto diverso. Questa differenza c'è sempre; è insita nella natura profondamente diversa degli oggetti che paragoniamo.
Un colore generato per emissione e uno per riflessione hanno entrambi i loro limiti e le loro peculiarità.

Ad esempio la sintesi sottrattiva si trova in difficoltà quando sei costretto a mescolare molti inchiostri per riprodurre dei colori luminosi; più ne mescoli e più il limite di luminanza si fa vicino.

La sintesi additiva dei monitor si spinge oltre, ma gli spettri di emissione sono quelli che sono.

avatarsenior
inviato il 23 Ottobre 2018 ore 23:03    

Per Raamiel.

Carina la spiegazione tecnica che illustra le differenze tra i vari stimoli. Ma il punto per me è questo: sei sicuro che il metamerismo del nostro sistema visivo, come lasci intuire, non sia perfetto, ma invece il cervello -come dici- si accorga di queste differenze? Su che basi fisiologiche si poggia questa affermazione? Abbiamo pur sempre tre tipi di coni, quindi c'è una "strettoia" fisiologica che potrebbe giustificare questo metamerismo e magari renderlo perfetto. È vero, dietro ai coni c'è poi un sistema di neuroni molto complesso e di elaborazione. Ma la base di partenza rimane quella, tre coni che rispondono a tre frequenze, e basta. Forse è per via della gaussiana di risposta di ogni singolo cono (soprattutto il tipo L, quello un po' più "largo di vedute")? Ma in tal caso per stimolare appieno un singolo cono non basta emettere uno stimolo luminoso puro di una frequenza precisa al centro della gaussiana di risposta del cono? Che differenza ci sarebbe nello stimolarlo invece con spettri di luce diversi, se alla fine l'eccitazione del cono risultante è la stessa? È perché le loro gaussiane si sovrappongono? E soprattutto, questi discorsi sono già stati fatti in altre sedi, sicuramente. Per parlare di un metamerismo imperfetto e di un cervello che "se ne accorge", ti basi su cose già note e scritte da fisiologi autorevoli (che io ignoro per incompletezza dei miei testi di neurofisiologia), o si tratta di una tua idea/intuizione?

Approvo tutto quello che hai scritto, ma, anche alla fine della lettura, non trovo piena giustificazione a questa frase: "La stampa è la chiusura del cerchio; dal sensore analogico lineare, attraverso il workflow digitale e poi di nuovo su carta."
Perché la stampa dovrebbe essere la quadratura del cerchio? Perché si avvicina di più alla luce di partenza? Ma poi dipende da quale sorgente illuminava la scena di partenza e da quale sorgente sta illuminando la nostra carta. E se avessi scattato in luce LED in un teatro? E anche se le sorgenti luminose fossero identiche tra scena e carta stampata, dubito che il risultato sia così vicino e sia una così precisa quadratura del cerchio.
Insomma la tua conclusione la vedo una frase romantica, forse un pelo filosofica, e non una diretta conclusione della tua perfetta indagine scientifica del post che la precede.

Un'ultima domanda. Ormai con i famosi quantum dot credo si tenda sempre più a un tristimolo puro, con le tecnologie degli schemi. Il tutto finalizzato a coprire gamut sempre più ampi. E ciò è stato realizzato se non erro proprio guardando alla struttura dei fotorecettori della nostra retina (parlo sempre dei coni, non dei bastoncelli). Tu sei davvero così confidente che ci sia qualche pecca nel nostro sistema e nel suo metamerismo, per come lo intendiamo oggi, e che quindi questa dei quantum dot sia tutta fuffa?
Sbaglio qualcosa (di sicuro) nei miei ragionamenti. Mi illumini in merito?

avatarsenior
inviato il 23 Ottobre 2018 ore 23:44    

Oddio.. sarebbe lunga Sorriso.

Ma sì, ci sono delle basi scientifiche che ci indicano che due spettri, per quanto metamerici, alla fine non siano la stessa cosa.

Intanto devi tener presente che una sovrapposizione perfetta non c'è, sono tutte cose soggette a tolleranze.

Il problema è che in questo caso ci muoviamo avanti e indietro tra il livello di fotometria, colorimetria e radianza.

Lo spettro letto dallo spettrofotometro è una misura fisica che scandisce lo spettro del visibile come W/(sr m2 nm).
Viene prima della nostra percezione e possiamo misurare e definire la natura dei vari oggetti, sia in emissione che riflessione.

Quando si sale nel livello della colorimetria a connettere uno spettro a un colore ci pensa il modello standard della visione umana che è stato elaborato fin dagli anni 30.
Quanti spettri originano lo stesso stimolo e sensazione di colore? Potenzialmente un numero quasi infinito.

Ma i modelli standard non potevano esplorare qualsiasi combinazione.
Abbiamo ottenuto un ottimo match tra colori in emissione e colori in riflessione, ma la sollecitazione sensoriale è diversa.

Se guardiamo un monitor calibrato a D50 e poi osserviamo una carta che ha la stessa cromaticità, veniamo stimolati da due spettri diversi, isocromatici rispetto allo spettro standard D50, ma tutti diversi.
La vediamo la differenza? Sì se si è al limite della tolleranza. Ma a parte questo ci sono aspetti legati allo stress visivo, che non coinvolgono direttamente il nostro livello cosciente.

avatarsenior
inviato il 24 Ottobre 2018 ore 0:07    

Continuo ad essere poco convinto della conclusione finale. Nel caso del colore del tramonto per quale motivo un colore di un tramonto riprodotto con 4 o 5 colori di sintesi sottrattiva dovrebbe essere intrinsecamente migliore di quello riprodotto con le tre RGB del monitor? Non credo, correggimi se sbaglio, che l'analisi spettrale condotta sull'emissione solare di quel tramonto condurrebbe ad una curva spettrale con frequenze simili a quelle della Epson R3000; se la mia affermazione è giusta, vorrebbe dire che il colore stampato presenta si uno spettro di emissione molto più continuo rispetto a quello del monitor ma, probabilmente questo fa solo in modo che sia più variabile la nostra percezione di quel colore stampato qualora illuminato con diverse illuminanti ma non lo rende più bello o più fedele al colore del tramonto osservato, è solo più "varioabile" rispetto a quello del monitor, penso.
C'è poi la questione della gamma dinamica e del gamut del monitor rispetto a quello della stampa. Mi pare che sia in quanto a gamut che in quanto a GD monitor oggi sono decisamente superiori alle stampanti, o sbaglio?

avatarsenior
inviato il 24 Ottobre 2018 ore 0:28    

Dipende... la gamma dinamica di una stampa, superficie in riflessione non è mai tantissima, però non è poi così poca.
Il gamut è morfologicamente diverso, ci sono colori che il monitor non riproduce e la stampa sì.

Stabilire il migliore tra monitor e stampante non ha molto senso. Tuttavia uno spettro in riflessione è sempre più continuo, dolce, potremmo dire corposo.
Gli spettri dei colori a monitor spesso presentano picchi, sono frastagliati.

A tutto questo dovremmo poi aggiungere lo stress da flickering... insomma è lunga la faccenda.

La visione di una bella stampa, fatta su carta buona, sotto un buon illuminante (come la luce solare), si accomoda sicuramente meglio al nostro sistema visivo. Perché i colori in riflessione sono per noi la norma, mentre gli auto luminosi artificiali di un monitor, no.

se la mia affermazione è giusta, vorrebbe dire che il colore stampato presenta si uno spettro di emissione molto più continuo rispetto a quello del monitor ma, probabilmente questo fa solo in modo che sia più variabile la nostra percezione di quel colore stampato qualora illuminato con diverse illuminanti ma non lo rende più bello o più fedele al colore del tramonto osservato


No.. il colore stampato non ha uno spettro di emissione, ne ha uno in riflessione. Ed è normale che il colore percepito vari a seconda dell'illuminante, la fisica dei corpi non auto luminosi funziona così.
Non si tratta in effetti di fedeltà o piacevolezza del colore, ma piuttosto di stress sensoriale.

Se chiedi a un campione di persone se trovano più piacevole osservare una stampa o un monitor, questi risponderanno in maggioranza che è più piacevole la stampa e la percentuale sale se fai salire il tempo di osservazione.

user86191
avatar
inviato il 24 Ottobre 2018 ore 0:41    

La stampa è la chiusura del cerchio; dal sensore analogico lineare, attraverso il workflow digitale e poi di nuovo su carta.


Rami il sensore ANALOGICO LINEARE non capisco cosa sia, conoscevo solo quello digitale

Per quanto mi riguarda nel digitale ci si ferma al monitor, l'informazione digitale va vista con un supporto digitale, la stampa e una forzatura che andrebbe lasciata solo all'analogico perché nessuna stampante può riprodurre GD e dettaglio di una moderna FF

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