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inviato il 26 Novembre 2016 ore 11:08
La tappa evolutiva successiva è la comparsa di uno speciale organo copulatore maschile, capace di penetrare nel corpo femminile per introdurvi lo sperma: è il pene. Stranamente, però, questo graduale perfezionamento nel meccanismo di trasmissione dello sperma dal maschio alla femmina non collima con la scala zoologica. Ci aspetteremmo di trovarlo solo negli animali più evoluti, e invece non è così. Lo posseggono, è vero, tutti i mammiferi, Homo sapiens in testa, che si pongono al vertice dei vertebrati, ma, percorrendo la scala zoologica in senso discendente, lo troviamo solo in pochissimi uccelli (struzzi, anatre, oche, cigni, tinami), e nei rettili. Manca generalmente negli anfibi e nei pesci. Fra gli invertebrati lo troviamo nella maggior parte degli insetti, ma anche in quei crostacei inferiori che sono i cirripedi (balani, lepadi) e poi nelle planarie, vermi piatti (platelminti) ermafroditi, che posseggono cioè, nello stesso individuo, organi femminili e organi maschili con tanto di pene; e ancora nei minuscoli rotiferi, così chiamati perché sembrano microscopiche ruote in moto perpetuo per la vibrazione delle ciglia, poste all'estremità anteriore del corpo. Francamente scoprire che il pene, attributo indiscusso della virilità, sia presente anche in queste forme decisamente “inferiori” è un colpo mancino per l'orgoglio maschile. E si rimane di stucco a vedere su una piccola roccia incrostata da una fitta popolazione di lepadi (cirripedi), tutte immobili perché fissate saldamente al substrato, muoversi improvvisamente tanti sottili budelli, simili a tentacoli affusolati. Sono i peni dei maschi che vanno a fecondare ciascuno un individuo di sesso femminile della stessa specie. Così, per un fenomeno di convergenza evolutiva, il medesimo dispositivo “immettisperma” si è sviluppato in famiglie animali estremamente lontane tra loro. Si direbbe che la natura si sia sbizzarrita come non mai nel far evolvere forme e strutture così diverse nell'apparato copulatore maschile. Sono tali e tante le differenze tra specie anche strettamente imparentate tra loro che uno dei caratteri sui quali si basa l'identificazione di molte specie zoologiche è proprio la struttura del pene. |
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inviato il 26 Novembre 2016 ore 11:41
In realtà si tratta di un processo evolutivo legato alla necessità, che permane nei gameti maschili, di "nuotare" in un liquido per individuare e raggiungere quelli femminili; necessità che nell'ambiente ancestrale, il mare, era soddisfatta dall'ambiente stesso, mentre in un sistema subaereo costituisce un problema perché qui i gameti perderebbero la possibilità di muoversi autonomamente (da questo punto di vista, il caso "strano" potrebbe essere proprio quello degli uccelli, che sembra un esempio di involuzione, anziché di evoluzione). Una cosa poco nota al di fuori del campo specialistico è che il medesimo problema si presenta anche nel Regno vegetale: la più grande sfida che le piante hanno dovuto affrontare, per la conquista delle terre emerse, è legata proprio alla ridotta mobilità dei gameti maschili. L'aspetto interessante è che, mentre per la dispersione sul territorio sono stati messi a punto meccanismi che sfruttano il vento o gli animali impollinatori, uno strumento per certi aspetti simile al pene degli animali è stato elaborato dalla maggior parte delle Fanerogame (ad eccezione di quelle primitive come Ginkgo biloba) per veicolare correttamente i gameti maschili una volta raggiunto l'organo riproduttivo femminile (i coni volgarmente detti pigne delle conifere e lo stigma del fiore delle angiosperme). Tale strumento è il cosiddetto "tubetto pollinico" che, per l'appunto, si sviluppa a partire dal granulo di polline dopo che sia avvenuta l'impollinazione; in origine pare che i tubetti avesse unicamente la funzione di "austori", ossia di pseudoradici che, inserite nei tessuti e nelle cellule del fiore ospite, contribuivano a nutrire il granulo pollinico fino al momento del rilascio dei gameti maschili; in seguito, però, le piante devono aver trovato utile questo strumento anche per condurre il gamete maschile direttamente a contatto con l'ovulo. Le differenze più vistose rispetto agli animali consistono nel fatto che il tubetto non si sviluppa a partire dall'albero "padre", ma solo dal polline (ma questo dipende dal complesso meccanismo di "doppia generazione" tipico delle piante), e nella perdita dei flagelli da parte dei gameti maschili che, perciò, non hanno più alcuna capacità di movimento autonomo come invece avviene ancora negli animali. In definitiva sembra che da parte degli organismi multicellulari, una volta raggiunto un livello minimo di complessità strutturale, una qualche forma di fecondazione interna (pur con vistose differenze) sia il punto d'arrivo per ottenere una maggior sicurezza e protezione per il delicato rituale della riproduzione ... sempre con la notevole eccezione degli uccelli |
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inviato il 26 Novembre 2016 ore 12:24
Tutto questo mi fa pensare che la vita abbia avuto origine da un'altra parte e che ha subito continui adattamenti su questo pianeta. |
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inviato il 27 Novembre 2016 ore 10:37
Grazie a Daniele, Baldassarre e Ooo. Fa sempre piacere trovare persone culturalmente interessate agli aspetti scientifici della vita. Ciao |
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inviato il 27 Novembre 2016 ore 18:09
“ Tutto questo mi fa pensare che la vita abbia avuto origine da un'altra parte e che ha subito continui adattamenti su questo pianeta. „ Non c'è bisogno di cercare altrove nell'universo; il concetto espresso da Ooo, di convergenza evolutiva, è già sufficiente, soprattutto se si tiene conto che si tratta di risposte a sfide ecologiche ed ambientali del medesimo tipo, che perciò favoriscono risposte funzionalmente simili anche da parte di organismi non necessariamente imparentati |
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inviato il 27 Novembre 2016 ore 18:21
Certamente Daniele, ma tutto questo presuppone un punto di partenza inadeguato all'ambiente (esattamente piuttosto comune per molte specie diverse) voglio dire: prima che abbia inizio la "convergenza evolutiva" si è partiti da una """forma""" decisamente inadatta all'ambiente e che per la sopravvivenza a dovuto dare origine a tutta una serie di cambiamenti (anche ad evoluzioni convergenti in diverse specie). |
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inviato il 27 Novembre 2016 ore 18:30
pensa alla convergenza evolutiva tra un delfino ed un merluzzo. In pratica i loro avi hanno avuto storie differenti, quello del delfino era simile ad un toporagno e quello del merluzzo era simile ad un merluzzo nella stessa epoca (circa 60milioni di aa fa) Poi l'antenato del delfino assume abitudini sempre più acquatiche come una lontra, poi come una lontra marina, sempre più, come una otaria, poi come una foca, ancora di più, come un sirenide (dugongo) e infine quasi come un pesce. Oggi ha pinne e forma da pesce ma conserva polmoni, dita nello scheletro, pene tornando in tema, ecc... le narici piano piano si sono spostate sul dorso. è tutto molto semplice, ma occorre avere gli occhi degli eoni per vederlo, e occorre comprendere che la natura non si affeziona agli individui ma si muove con flussi di specie e codifica in dna.






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inviato il 27 Novembre 2016 ore 19:30
Molto bene, le vostre osservazioni si fanno sempre più interessanti! |
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inviato il 27 Novembre 2016 ore 19:31
C'è da dire che quando parliamo di adatto o inadatto all'ambiente siamo portati a ragionare in termini di situazioni ecologiche fisse ed immutabili come se, ad un certo punto, una specie venisse catapultata in una situazione spaziale differente da quella d'origine e solo lì dovesse confrontarsi con un ambiente diverso. In realtà l'evoluzione non ci sarebbe stata se l'ambiente attuale fosse identico a quello di 1 o 2 miliardi di anni fa. Per adattamento, la scienza intende la risposta che una specie è in grado di elaborare in funzione dei cambiamenti ambientali nel medesimo luogo, o poco lontano. Se il luogo è il medesimo in cui quella specie è nata, in genere sono sempre stati i cambiamenti climatici su vasta scala a rendere "inadatti" organismi che invece erano perfettamente a loro agio nella situazione precedente; oppure abbiamo a che fare col tentativo di colonizzare situazioni geografiche ed ecologiche che in precedenza sembravano inaccessibili. Ad esempio, quando le alghe pluricellulari riuscirono a sviluppare un sistema di rizoidi (false radici) che consentisse loro di ancorarsi ai bassi fondali, quelli più illuminati dalla radiazione solare e che permettevano una fotosintesi più efficiente, scelsero baie e insenature con un'escursione di marea relativamente blanda, così da non rischiare di rimanere esposte all'aria durante la bassa marea; il problema è che anche questo tipo di situazione non rimane in eterno, perciò, non appena per qualche motivo (aumento della stagionalità; apertura di un istmo nelle vicinanze ecc.) l'escursione di marea aumentò, dovettero cercare di adattarsi a qualche ora giornaliera di esposizione all'aria o soccombere. Le specie che riuscirono ad adattarsi avevano finalmente sviluppato i caratteri che avrebbero consentito loro anche di colonizzare le aree umide (ma non immerse) della terraferma: un vantaggio non da poco, perché voleva dire massima efficienza fotosintetica, meno parassiti (perché probabilmente questi non avevano ancora avuto necessità di adattarsi a loro volta) ecc. |
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inviato il 27 Novembre 2016 ore 20:19
Certo, Daniele, però poi ci si scontra anche con delle eccezioni che, in questo caso non confermano la regola e rimescolano le carte (almeno dal punto di vista cognitivo) mi riferisco a quelle forme di vita che non si sono evolute/ trasformate, nonostante i cambiamenti ambientali che si sono susseguiti nelle varie ere. |
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inviato il 27 Novembre 2016 ore 22:49
Alcuni organismi, in effetti, sembrano procedere immutati o quasi da milioni di anni: C'è da dire che si tratta spesso di organismi marini, cioè dell'ambiente che presenta variazioni in genere meno pesanti; inoltre dobbiamo considerare anche il ruolo che il grado di specializzazione gioca rispetto alla capacità di sopportare i cambiamenti. In genere gli organismi che si specializzano maggiormente sono il massimo dell'adattamento fino a quando le condizioni rimangono stabili. Ma il loro è un continuo giocare alla roulette russa; il minimo cambiamento li manda in crisi per primi. Viceversa, gli organismi meno specializzati possono anche non risultare i "primi della classe" in nessun ambiente particolare, ma per converso riescono a sopravvivere senza troppe difficoltà in situazioni anche parecchio differenti; è tra questi ultimi che in genere troviamo i tipi che apparentemente sono rimasti immutati da milioni di anni. Gli organismi specializzati sono quelli che ammiriamo maggiormente perché di solito hanno elaborato meccanismi particolarmente sofisticati, ma in genere costituiscono un "punto d'arrivo" evolutivo oltre al quale non riescono ad andare: l'estrema specializzazione costituisce normalmente il punto terminale di un ramo evolutivo, dopo di ché quel ramo in genere si estingue. |
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inviato il 27 Novembre 2016 ore 23:09
è molto difficile dire se un organismo rimane immutato. l'aspetto esteriore può sembrare identico ad un fossile di milioni d'anni fa, ma se fosse cambiata la chimica dell'acqua, l'acidità, i sali, la temperatura, potrebbe trattarsi di un pesce che oggi non potrebbe sopravvivere. La morfologia esterna non è una garanzia per testare l'invariabilità di una specie, ma solo per testare con una certa approssimazioni due caratteristiche ambientali in cui quella forma risponde con successo. L'evoluzione è qualcosa di straordinario, e filosoficamete insegna molto. siamo veramente tutti fratelli, lo dice l'evoluzione. la rappresentazione di Caino ed Abele (io non sono cristiano), indica quel compromesso fratricida, per l'evoluzione della specie. l'immortalità, una volta a mio parere esisteva, le prime cellule. l'immortalità, un vero fiasco. chi ha imparato a morire ha avuto la meglio. la morte come "scelta evolutiva vincente". morire e rinnovare la specie. Pensa che danno se un esemplare femmina si accoppiasse con un maschio di 10milioni di anni fa. Pensa che danno se un maschi di t. dai denti a sciabola si accoppiasse con una tigre moderna. I figli si porterebbero dietro quel vecchiume genico, dentoni inutili al mondo d'oggi. Ecco perchè morire è stata una scelta vincente sugli immortali (avvenuta già con i primi organismi monocellulari). c'era la possibilità di rinnovarsi in fretta, e non incorrere nel rischio di accoppiarsi con indivudui con corredo genetico che ormai aveva fatto il suo tempo. Filosoficamente quindi, interpretare l'individuo e la morte con questi parametri fa riflettere. L'individuo è meno individuo, è più da vedersi in un flusso di specie, nel tempo e nella massa del presente. La morte è un vantaggio in tal senso, morire da la possibilità di non mischiare le caratteristiche idonee ai propri tempi con quelle del passato, che ormai potrebbero aver fatto il loro tempo e produrre individui non adatti. per me ogni essere, umano compreso, su questo Pianeta, ha circa 3,8miliardi di anni, compreso te Giuseppe, Daniele, Baldassare, ooo. |
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inviato il 27 Novembre 2016 ore 23:15
“ l'estrema specializzazione costituisce normalmente il punto terminale di un ramo evolutivo, dopo di ché quel ramo in genere si estingue. „ Se intendessimo, ripeto (SE) , l'estrema specializzazione come punto terminale di un ramo evolutivo, allora potremmo convenire che tutto quel processo di adattamento occorso non è servito a nulla oppure ha fallito in una qualche parte. Tornando di fatto alla mia ipotesi iniziale e cioè che nessuna forma di vita per quanto ci si sia messa d'impegno sia riuscita (nella forma che conosciamo) ad adattarsi definitivamente nel Pianeta Terra. Potremmo anche convenire che il Pianeta Terra potrebbe essere considerato un ambiente ostile alla vita? è quindi similmente anche altri Pianeti che apparentemente ci sembrano ostili alla vita potrebbero ospitarla, attraverso una lunga serie di adattamenti ed evoluzioni? Daniele, è un piacere disquisire con te su questo tema :) non credere che voglia a tutti i costi fare il bastian contrario :) Mi piace mantenere il pensiero "elastico" :) L'uomo, lungo questo percorso evolutivo che conosciamo avrà un futuro o sta per giungere geneticamente ad un punto di arrivo oltre il quale non è più possibile andare? se non trasferendosi altrove? Un Saluto Baldassarre |
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inviato il 27 Novembre 2016 ore 23:23
Per specializzazione di qualsiasi vivente, si intende la settorialità nel quale è diventato un vero campione. Purtroppo accade da quel settore diventa spesso dipendente, e poco competitivo rispetto agli altri, in altri settori. esempi di animali poco specializzati: topi, si adattono bene a situazioni diverse. animali molto specializzati: formichieri, giraffe. Se spariscono le termiti o gli alberi, spariscono anche i formichieri e le giraffe, poichè avrebbero enormi problemi a riadattarsi su altre forme di cibo, cosa che altri animali sanno fare molto meglio. ecco perchè l'ecessiva specializzazione può costituire un rischio per una specie. |
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