JuzaPhoto utilizza cookies tecnici e cookies di terze parti per ottimizzare la navigazione e per rendere possibile il funzionamento della maggior parte delle pagine; ad esempio, è necessario l'utilizzo dei cookie per registarsi e fare il login (maggiori informazioni).

Proseguendo nella navigazione confermi di aver letto e accettato i Termini di utilizzo e Privacy e preso visione delle opzioni per la gestione dei cookie.

OK, confermo


Puoi gestire in qualsiasi momento le tue preferenze cookie dalla pagina Preferenze Cookie, raggiugibile da qualsiasi pagina del sito tramite il link a fondo pagina, o direttamente tramite da qui:

Accetta Cookie Personalizza Rifiuta Cookie
RCE Foto






Login Logout Iscriviti a JuzaPhoto!

Il terzo secolo della fotografia


  1. Forum
  2. »
  3. Tecnica, Composizione e altri temi
  4. » Il terzo secolo della fotografia





user39791
avatar
inviato il 07 Luglio 2016 ore 17:01    

Nell'ultima uscita di Fotocrazia smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it/2016/07/06/vorrei-proprio- trovo un bello spunto di riflessione che in un certo modo si riallaccia ad un interessante post aperto da Franco (Jeronim).

......................................... Il terzo secolo della fotografia cambierà ancora paradigma? Qualcosa dice che ci siamo vicini. Ma l'abbandono della fiducia nella fotografia come testimonianza non sarà, mi par di capire, un ritorno alla fotografia come ultrapercezione.

I segni dicono che la fine, più o meno giustificata, del "paradigma indicale", insomma della fotografia come impronta di qualcosa che c'è (visibile o invisibile che sia) sta aprendo la strada a un ritorno della fotografia nel solco antichissimo delle immagini che reinventano la realtà. Che non raccolgono ma propongono immagini del mondo.

Dopo il reale invisibile, attraverso il reale testimoniato, ora stiamo arrivando alla fotografia come visualizzazione del reale ipotetico. Sarà un progresso? Ma questa è, decisamente, una domanda ottocentesca.


Che ne pensate?

avatarsenior
inviato il 09 Luglio 2016 ore 17:36    

Intanto passo la mano per un fatto anagrafico,anche se tante volte,sembra un vecchio che avanza e non il nuovo approccio che qualcuno aspetta attraverso le future generazioni.
Assisto ad un modo di fare fotografia che a mio parere ancora non è stato analizzato a dovere,distante dal critico dal fotografo dal giornalista..forse l'editor intesto come figura astratta ha la possibilita' di intuire ed interpretare le nuove tendenze espressive.
L'argomento non è nuovo,è trattato nell'analisi del media fotografia e dei sui sviluppi,della possibilita' dell'immagine di suscitare discussioni e riflessioni per la sua capacita' di mostrare il momento all'interno di un riquadro,divenuta poi fotografia come momento di evasione divertimento frequentazione scambio.
C'è chi scorge enigmatiche tracce nelle stanze e nei corridoi,come se fossero visioni,riscopre il paranormale nell'errore di sviuluppo o un intuito fuori dal comune.Si spazia dalle nuove categorie,che si è provato a chiedere anche qui in piccola parte, per ampliare la critica,per le quali è sufficiente aggiungere davanti una "crisi del" "nuova..."trattate dal docente d'oltralpe,fino ad a citare l'aura l'alone che avvolge e brilla nell'utentico.
Il concetto che il vero in fondo non è vero,che non è del tutto traducibile,o che nella trasposizione si scoprono numerosi passaggi,è superabile perchè quello che c'è,forse per vie traverse arrivera' a destinazione..sara' soggetto ad intrepretazione e forse accendera' una scintilla..ma...Se domani ci siamo ancora.. se il fotografo non diventa solo quello che scatta...se non si risponde esclusivamente con una faccina o con un "bella",si sovverte qualunque tipo di proposta o riflessione ,contano i contatti i mi piace, si impongono modelli,e sulla base dei numeri emergono alcune fotografie.
se la percezione è sintetizzata nel mi piace nel numero degli amici e fermarsi un attimo suona stonato e perdita di tempo..ipotizzare una ultra percezione sembra un passo decisamente ampio...a meno che non ci sia gia' e fosse passata inosservata per i piu'.

user46920
avatar
inviato il 10 Luglio 2016 ore 7:59    

I segni dicono che la fine....della fotografia come impronta di qualcosa che c'è (visibile o invisibile che sia) sta aprendo la strada a un ritorno della fotografia ...delle immagini che reinventano la realtà.

Ecco, se non mi sfugge il significato latente e quindi magari ho capito male, è proprio questo reinventare la realtà che penso sia il nòcciolo dell'articolo.

Ma cos'altro può significare?
Dopo il reale invisibile, attraverso il reale testimoniato, ora stiamo arrivando alla fotografia come visualizzazione del reale ipotetico.


un reale ipotetico, mi ricorda appunto il "disegnetto" di un bambino, che cerca di rappresentare la realtà che ha visto o che vede, usando i suoi colori sul suo foglio bianco ... e penso sia un argomento molto più forte di quello che sembra, e soprattutto sconosciuto dalla mentalità della grande massa fotografante.

Però potrei anche essermi sbagliato! ... tu Filiberto, cosa hai capito?

avatarsenior
inviato il 10 Luglio 2016 ore 11:00    

ora stiamo arrivando alla fotografia come visualizzazione del reale ipotetico

Il problema sarà quello di capire con quali metodi sarà concesso alla fotografia di visualizzare il reale ipotetico senza perdere definitivamente la sua capacità di mostrare l'esistente senza stravolgerlo; anche perché
l'abbandono della fiducia nella fotografia come testimonianza

dovrebbe essere piuttosto un abbandono della fiducia nel fotografo come testimone. Lo strumento e chi lo usa sono cose diverse, e lo strumento credo che manterrà comunque almeno alcune delle sue capacità primitive; sarebbe un peccato che tale sfiducia facesse abbandonare i modi originari di intendere la fotografia.
Allargare il ventaglio delle possibilità operative e concettuali è un bene, sostituire completamente queste possibilità perché si è persa la fiducia è una dichiarazione di fallimento (e a fallire è sempre l'uomo, non lo strumento)

avatarsenior
inviato il 10 Luglio 2016 ore 11:19    

Trovo che l'unico spartiacque possibile sia l'etica del reportagista. E che vada ben distinta da quella dell'autore (che a sua volta si distingue dal "fotografo" in senso ampio).
L'autore può fare quel che vuole, anzi, è suo compito presentare la SUA realtà. Il reportagista, ma molto di più il giornalista (il reportagista è comunque libero di fare quel che vuole a mio avviso, vedi McCurry) deve fare i conti con il vero scisma etico e deve farsi ammanuense, non artista, nel senso che ha il difficile (impossibile) compito di presentare un quadro coerente senza lasciarsi influenzare da ideologie e personalismi (non succede, mai.).

Credo che sia come per le parole. Possono raccontare il reale o possono narrare storie di fantasia. Sta poi al lettore capire che Harry Potter è fantasia e la Repubblica è realtà (non sempre, ma concedetemi la semplificazione).

In sostanza credo che il problema non sia la fotografia, ma chi parla di fotografia, chi usa la fotografia, molto spesso anche chi fa la fotografia. Il problema è la mancanza di quella CULTURA che ci permette di discernere reale da non reale e di accettare però entrambi all'interno dei loro ambiti.

avatarsenior
inviato il 10 Luglio 2016 ore 11:23    

"Il problema sarà quello di capire con quali metodi sarà concesso alla fotografia di visualizzare il reale ipotetico senza perdere definitivamente la sua capacità di mostrare l'esistente senza stravolgerlo; anche perché "
È una visione molto ristretta a mio avviso.
La fotografia non deve avere limiti, al di là delle classificazioni formali (digital art, grafica e cassate simili), ma deve stare al fruitore, a chi le guarda valutare per quello che sono! Chiaro che mi incasso se su un giornale mettono una photoshoppata per alterare l'informazione, ma la stessa photoshoppata è benvenuta se slegata da un contesto in cui il reale è primario.
Poi ci sono le valutazioni personali e i gusti di ognuno, ma quelli vengono dopo.

avatarsenior
inviato il 10 Luglio 2016 ore 12:11    

La fotografia non deve avere limiti,

Non parlavo di porre dei limiti, ma di attivare accorgimenti che permettano all'osservatore di capire veramente ciò che ha di fronte.
deve stare al fruitore, a chi le guarda valutare per quello che sono!

Con i livelli di perfezione formale che permette la tecnologia attuale, credi che sia automatico per l'osservatore capire se sta guardando il reale, una sua interpretazione o addirittura il "reale ipotetico"? Tuttavia questa prima valutazione è proprio quella che l'osservatore cerca di fare per poter esprimere un giudizio personale. Tranne il caso di fotografie talmente particolari da simulare quadri astratti (cioè con soggetti, temi e sfondi irriconoscibili) ritengo che fornire una chiave di lettura di questo primo passaggio sia indispensabile, proprio per il fatto che comunque la fotografia rimane legata, volente o nolente, ad una forma di "riproduzione" reale o realistica, quindi ad un "dialogo" tra autore ed osservatore (solo se non ci sono elementi di riconoscibilità formale, come ad esempio nella pittura astratta, puoi permetterti volutamente di non attivare alcun dialogo).
Facile dire che l'osservatore che non riesce a capire ciò che ha di fronte manca della necessaria cultura, ma sono sempre più convinto che un lavoro ben fatto possa ingannare anche parecchi addetti ai lavori.
In buona sostanza, è vero che l'autore, come scrivi tu, può fare quello che vuole, ma per una corretta valutazione della sua opera deve fornire le chiavi di lettura per far capire cosa vuole, altrimenti quel "dialogo" diventa tra sordi.

avatarsenior
inviato il 10 Luglio 2016 ore 14:11    

No, non hai capito, per me l'unica chiave di lettura deve essere il contesto in cui una foto è presentata.
Se vedo su Ansa delle immagini di guerra mi aspetto che siano sicuramente genuine, non pasticciate e inoltre che siano "imparziali" (difficile ma auspicabile).
Se leggo un reportage sul NG in cui mi si presenta la vita in India voglio che sia bello e in qualche modo genuino, ma cosa mi frega se vengono costruite situazioni o se vengono apportati dei ritocchi? Se mi leggo un reportage voglio "viaggiare con lui".
Se mi trovo davanti una foto di Erik Johansson o comunque una foto in cui la realtà è stata manipolata, ma suddetta foto non ha dichiaratamente pretese di narrazione oggettiva la valuto per quello che è, punto.
Poi possono piacermi o meno, questo è ovvio, ma discernere il reale dal non reale è un non-problema se diamo per assodata la professionalità dei fotoreporter (questo sarebbe risolvibilissimo imponendo di consegnare i Raw assieme ai jpeg alle testate, ma nessuno ha voglia di farlo)

user39791
avatar
inviato il 10 Luglio 2016 ore 14:31    

Avendo iniziato con una citazione vado avanti su questa strada, Roberta Valtorta:

Nel momento attuale la fotografia conferma le sue due anime di sempre: da un lato la realizzazione dell'immagine a partire dalla realtà visibile, quando questa sa offrire forti elementi di riflessione e situazioni valide anche sul piano concettuale; dall'altro la costruzione di realtà fortemente impregnate di finzione, che vengono allestite per poi essere fotografate, a sottolineare una sorta di 'insufficienza' della realtà così com'è in termini narrativi e progettuali. Nei processi di elaborazione dell'opera di molti autori spesso queste due soluzioni si mescolano rafforzandosi a vicenda, a indicare che i concetti di realtà e di finzione sono fra loro vicinissimi.

avatarsenior
inviato il 10 Luglio 2016 ore 15:27    

Concordo, ma non volevo spostare la discussione su questioni di lana caprina. Potremmo anche dire che la realtà è soggettiva e sottostante al filtraggio delle proprie esperienze, ma non ne usciremo mai ;-)

Che nella finzione ci debba essere una componente di realtà, o per lo meno di realtà ripresa dal mezzo fotografico, per me è sacrosanto, altrimenti non si parla di fotografia ma di pittura digitale. Invito per chi non lo conosce a guardarsi i lavori di Erik Johansson e relativi backstage. Quella è realtà che viene manipolata per essere assoggettata alla fantasia dell'autore, ma i singoli elementi sono reali...
O ancora, il lavoro Magpies di Sara Lando, scaricabile anche free dal sito, metafotografia di una bellezza imbarazzante, eppure di reale cosa resta?

avatarsenior
inviato il 10 Luglio 2016 ore 15:42    

No, non hai capito, per me l'unica chiave di lettura deve essere il contesto in cui una foto è presentata.

In questo senso anche il contesto può benissimo costituire la chiave di lettura, come potrebbe essere comunque nascosta nel titolo di una mostra, di un libro fotografico ecc., non necessariamente esplicitata "a parte" come una sorta di certificazione d'autenticità (che in effetti non è nemmeno un bell'accompagnamentoMrGreen), così come concordo sul fatto che la finzione debba essere costruita a priori per poter ancora parlare di fotografia e non di qualcosa d'altro che usa "anche" il mezzo fotografico.
In questi termini allora ha effettivamente senso parlare di mancanza di educazione all'immagine per gran parte del pubblico attuale e il problema passa su un altro livello, che non dipende più dall'autore

user46920
avatar
inviato il 10 Luglio 2016 ore 17:02    

Nell'ultima uscita di Fotocrazia smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it/2016/07/06/vorrei-proprio- trovo un bello spunto di riflessione

ma riflessione su cosa?

scusate se non ho ancora inquadrato il LA del tema ... ma la Valtorta sembra parlare della realtà costruita davanti all'obiettivo, per essere ripresa fotograficamente : e questo è una cosa, che non intacca appunto la fotografia come fotografia.
Mentre Smargiassi sembra parlare piuttosto di una presentazione della nuova "fotografia", che non è più fotografia, in quanto ha perso la sua caratteristica principale, proprio nel momento in cui l'autore reinventa la realtà dopo che è stata ripresa, quindi dietro all'obiettivo.

... ma se ho capito male, è meglio chiarirsi subito, prima di continuare, e se fosse possibile, Filiberto, cercherei almeno di formulare una frase chiara e di senso compiuto che descriva in modo limpido, almeno per le mie facoltà mentali, l'argomento in topic.

user39791
avatar
inviato il 10 Luglio 2016 ore 17:14    

Il tema mi pare abbastanza chiaro, il ruolo della realtà e della finzione nella fotografia. O meglio della finzione che diventa realtà e della realtà che diventa finzione. Come dice la Valtorta sono concetti vicinissimi e Smargiassi va oltre ipotizzando una realtà reinventata dalla finzione o per lo meno dall'ipotetico.

avatarsenior
inviato il 10 Luglio 2016 ore 17:17    

Scusate ma forse sono troppo ignorante ma io l'ho letto e riletto e non ne ho capito un cxxo.

Torno a scattare foto...sperando che il prossimo scatto possa essere migliore di quello precedente.

user39791
avatar
inviato il 10 Luglio 2016 ore 17:26    

Fa troppo caldo oggi per andare in giro a fotografare, almeno a Bologna. MrGreen

Che cosa ne pensi di questo argomento?


Vuoi dire la tua? Per partecipare alla discussione iscriviti a JuzaPhoto, è semplice e gratuito!

Non solo: iscrivendoti potrai creare una tua pagina personale, pubblicare foto, ricevere commenti e sfruttare tutte le funzionalità di JuzaPhoto. Con oltre 260000 iscritti, c'è spazio per tutti, dal principiante al professionista.




RCE Foto

Metti la tua pubblicità su JuzaPhoto (info)



Questa discussione è stata aperta oltre quattro anni fa: non è possibile inviare nuove risposte.

Se l'argomento ti interessa, puoi aprire una nuova discussione sul tema!





 ^

JuzaPhoto contiene link affiliati Amazon ed Ebay e riceve una commissione in caso di acquisto attraverso link affiliati.

Versione per smartphone - juza.ea@gmail.com - Termini di utilizzo e Privacy - Preferenze Cookie - P. IVA 01501900334 - REA 167997- PEC juzaphoto@pec.it

www.juzaphoto.com - www.autoelettrica101.it

Possa la Bellezza Essere Ovunque Attorno a Me