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Guarda, senza sviscerare un pippone sul mio conto che magari può risultare anche tedioso per chi legge, facciamo che riportiamo la questione su una domanda più generale che ti rivolgo (ma chi vuole intervenire è il benvenuto): secondo te come mai esiste nell'uomo, quindi anche nelle diverse espressioni artistiche ad esso collegate, il bisogno di trattare ed affrontare temi e cose che, apparentemente, consideriamo negative?
“ ...vivere, attraversare o trattare il "negativo", vuol dire innalzare la bandiera del male? „
Va pur detto che, secondo il recanatese nazionale "Tutto è male. Cioè tutto quello che è, è male; che ciascuna cosa esista è un male; ciascuna cosa esiste per fin di male; l’esistenza è un male e ordinata al male; il fine dell’universo è il male; l’ordine e lo stato, le leggi, l’andamento naturale dell’universo non sono altro che male, né diretti ad altro che al male".
Beh ho associato il termine "negativo" al male. Volendo anche al termine "oscuro", fai te. Non è che le tue foto brillino per luminosità. Anzi noto una certa propensione per le tinte fosche.
Poi per rispondere alla tua domanda. Penso sia pacifico che qualcosa di negativo, strano, diverso alla fine possa risultare più interessante di altro banalmente "normale" o bello. Fosse altro per una mera valutazione statistica.
E chi ha parlato di inneggiare al male? Non penso di trovarti sulle famose liste. Sto dicendo che le immagini non rassicuranti, come dici tu, attirano sicuramente più l'attenzione, di banali foto (percentualmente parlando più numerose) con gattini o tramonti.
Negativo, oscuro e male, non sono sicuramente sinonimi, ma si trovano tra loro collegati abbastanza spesso.
Ti porto gli esempi palesi di gente famosa perché magari afferri meglio il discorso. Mica per altro.
Resta il fatto che hai tirato fuori tu il "male". E mi rendo conto che ci devo fare i conti praticamente ad ogni foto che pubblico. Ma questo è. In realtà la cosa mi stimola anche perché voglio capire chi riesce ad andare al di là del luogo comune dell'estetica.
Tra l'altro il concetto di persistenza può avere accezioni anche totalmente opposte...per questo l'ho trovato adatto a mantenere l'ambiguità senza indirizzare.
E' l'immagine più leggibile della serie, protagonista è un paradosso, curare e far crescere ciò che è morto: humour noir messo in scena con un'estetica che affonda nella fine dell'ottocento traghettata nel novecento dai surrealisti.
Non vorrei però fare la cosiddetta allegoresi (cioè imbalsamare il significato di un'immagine, un testo dentro un'interpretazione-traduzione). Quel che è importante è comporre un intero mondo che sorge immagine dopo immagine.
“ Canti, hai tenuto conto del concetto di persistenza suggerito nel titolo? „
Sì ma ha rafforzato l'idea del paradosso: la persistenza è una nostalgia della vita come scorreva nel mondo di prima e come si cerca paradossalmente di replicare.
Però non voglio, come dicevo sopra, sclerotizzarmi in una sorta di traduzione dell'immagine. Voglio dire: anche il mezzo è messaggio, scegliere un'atmosfera, il colore o il bianco e nero, il contrasto, la misura dell'immagine, mettere in scena un personaggio in un certo modo, usare la fotografia invece dei mezzi tradizionali della pittura...
C'è una fotografa che specialmente nella serie Ode to necrophilia (1962) ha fatto cose vicine per linguaggio alle tue. Si chiama Kati Horna, era molto legata a due pittrici che avevano frequentato a Parigi il gruppo dei surrealisti: Remedios Varo e Leonora Carrington.