Parco Gallorose
Parco Gallorose, testo e foto by
Sara Stojkovic. Pubblicato il 02 Aprile 2026; 0 risposte, 3995 visite.
Come lavoro quando mi trovo in Italia.
La mia collaborazione con questa struttura nasce per raccontare, proteggere e far conoscere la natura nel cuore della costa toscana, a Cecina.
Esiste un luogo speciale dove la natura non è solo osservata, ma vissuta.
Voglio spiegare alle persone quanto aiuto c'è da dare anche nelle zone vicino a casa nostra e quanto arricchimento di studio sono in grado di darci.
Non tutti questi centri sono da promuovere, ma non voglio fare di tutta un'erba un fascio... piuttosto voglio raccontare quelle realtà che nascono davvero per il benessere del nostro pianeta.
Vi racconto la mia esperienza.
Il Parco Gallorose ospita oltre 150 specie tra animali domestici, fauna esotica e specie rare provenienti da ogni continente. È un luogo nato dall’amore autentico per gli animali e dal desiderio di trasmettere alle nuove generazioni il valore della biodiversità.
Per me, come fotografa e come essere umano profondamente legato alla natura, Gallorose rappresenta molto più di una collaborazione.
È uno spazio che ha scelto di aprirsi, condividere, raccontare.
Ed è diventato parte del cuore di Se mi guardi esisto.
Gallorose non è uno “zoo” nel senso tradizionale del termine, ma un percorso naturalistico che unisce:
- Specie domestiche della tradizione rurale toscana.
- Animali esotici (lemuri, suricati, felini, rapaci, ungulati).
- Progetti educativi per famiglie e scuole.
- Spazi verdi curati e rispettosi delle esigenze degli animali.
Ogni area è pensata per raccontare una storia: quella di un ecosistema, di una specie, della relazione profonda che da sempre lega l’uomo agli animali.
Qui i bambini vedono da vicino ciò che sui libri appare lontano, e gli adulti riscoprono lo stupore di osservare con lentezza.

PERCHè QUESTI ANIMALI SI TROVANO QUì?
Questa è la domanda più importante. Ed è giusto farsela.
Gli animali presenti al parco non sono lì per essere “esposti”, ma per motivi precisi legati alla tutela e alla gestione responsabile delle specie:
molti nascono in ambienti controllati e non potrebbero sopravvivere in natura.
Alcuni provengono da situazioni di recupero, sequestri o strutture non idonee.
Altri fanno parte di programmi di conservazione e gestione genetica.
Per diverse specie, una reintroduzione in natura non è possibile o sarebbe dannosa.
Rilasciare un animale in natura non è sempre un atto di libertà.
A volte significa condannarlo.
Un animale cresciuto con l’uomo, senza le competenze necessarie alla sopravvivenza, non sa cacciare, difendersi o integrarsi in un ecosistema complesso.
Strutture come Gallorose diventano quindi luoghi di responsabilità, dove questi animali possono vivere in sicurezza, ricevere cure adeguate e diventare ambasciatori della loro specie.
E qui succede qualcosa di fondamentale:
le persone li guardano.
E, guardandoli davvero, iniziano a comprendere.
La collaborazione tra Gallorose e il mio progetto "Se mi guardi esisto", nasce da un intento comune:
- Raccontare la fauna con uno sguardo rispettoso e autentico.
- Promuovere conservazione e consapevolezza ambientale.
- Creare contenuti fotografici e video che generino connessione.
- Educare le nuove generazioni.
- Sostenere progetti di tutela in Italia e all’estero.
Il parco ha creduto nel progetto e ne sostiene la visione: uno sguardo che non è intrusione, ma incontro.
Grazie a questo spazio posso osservare gli animali nel tempo, cogliere dettagli, relazioni, espressioni che difficilmente emergono in contesti più fugaci.
Posso studiare il comportamento animale, relazionarmi con biologi, veterinari... capire il linguaggio e saper distinguere il bene dal male. Perchè il malè c'è anche quando vogliamo fare del bene ma senza una base di istruzione, possiamo fare grandi danni.
Allo stesso tempo, il progetto restituisce valore al parco, amplificando la sua missione attraverso immagini e storie.
Perché Gallorose è così importante per il mio progetto?
l parco è una risorsa preziosa per tre motivi:
1) Continuità:
Osservare nel tempo significa capire davvero.
2) Spazio di ricerca visiva:
Un ambiente controllato dove sperimentare e crescere, per poi portare uno sguardo ancora più consapevole nelle missioni sul campo.
3) Educazione:
Le immagini diventano strumenti concreti per sensibilizzare, spiegare, raccontare.

Questa collaborazione si traduce in:
- Servizi fotografici dedicati.
- Contenuti educativi.
- Divulgazione condivisa.
- Eventi e iniziative future.
Gallorose non è una location. È un partner. E insieme portiamo avanti una missione:
far conoscere, far emozionare, far riflettere.
Ogni immagine nata qui diventa parte di Se mi guardi esisto: un progetto che unisce fotografia, conservazione e racconto.
L’obiettivo è uno: creare un ponte tra le persone e la natura. Perché ciò che conosciamo davvero, non riusciamo più a ignorarlo.
È un luogo che ti ricorda quanto siamo parte
di un mondo molto più grande.
In base a tutto questo che ho scritto, vorrei presentarvi una "ragazza" molto particolare:
Anastasia.
La regina venerabile del suo mondo.
C’è chi ama il silenzio.
E poi c’è Anastasia.
Anastasia adora tutto ciò che scrocchia, scricchiola e fa rumore.
Rami secchi, foglie croccanti, oggetti misteriosi da esplorare.
Se qualcosa fa crac, lei deve assolutamente controllare.
È nata nel 1994 e tra poco compirà 32 anni.
Questo la rende l’esemplare di vari rosso più anziano d’Europa.
In natura i vari rossi vivono mediamente circa 15 anni.
Lei ha praticamente raddoppiato la storia della sua specie.
Ama fare lunghissimi bagni di sole, quasi meditativi.
Anastasia vive in funzione della vitamina D: sole, calma e pazienza.
E quando il sole cala?
Allora rientra nella sua casina e inizia la sua piccola esplorazione serale, cercando dentro quello che il sole, quando va via non le ha regalato durante il giorno.
È dolcissima.
Di una delicatezza rara.

Una piccola signora della foresta che merita tutte le attenzioni possibili.
Questo è solo un frammento.
Un piccolo spiraglio su storie che non sono solo affascinanti o romantiche, ma reali, complesse, a volte dure.
Storie che parlano di perdita, di errore umano, ma anche di tentativi ostinati di rimediare.
Mi piacerebbe che questo articolo non venisse letto distrattamente.
Ma che fosse vissuto.
Come un punto di partenza.
Per farsi domande.
Per mettere in discussione ciò che crediamo di sapere.
Per andare oltre le opinioni facili.
Se anche solo una persona, arrivata alla fine, si fermasse a pensare:
“Non avevo mai visto questa cosa da questo punto di vista”
allora avrebbe già avuto senso.
E se da lì nascesse un dialogo — fatto di rispetto, curiosità e intelligenza — sarebbe ancora più importante.
Per me la fotografia non è mai stata solo immagine.
È relazione.
È responsabilità.È il modo che ho per avvicinarmi a ciò che esiste davvero, senza filtri.
Attraverso il mio progetto, mi trovo a lavorare a stretto contatto con realtà che ogni giorno si muovono su un confine sottile: quello tra ciò che abbiamo distrutto e ciò che stiamo cercando, disperatamente, di salvare.
Come il David Sheldrick Wildlife Trust, dove gli elefanti orfani trovano una seconda possibilità.

O la Ol Pejeta Conservancy, dove vivono gli ultimi due rinoceronti bianchi settentrionali rimasti al mondo.
Najin e Fatu.
Due nomi che non dovrebbero esistere da soli.
E invece sono tutto ciò che resta.
Non sono nate libere, come immaginiamo.
Arrivano da un lungo percorso di conservazione iniziato in Europa, e oggi vivono sotto protezione costante, in Kenya.
Non sono il simbolo di una vittoria.
Sono il simbolo di un limite.
Il nostro.
E allora la domanda vera non è se sia giusto o sbagliato.
Se uno zoo, un centro, una recinzione siano “naturali” oppure no.
La domanda è:
cosa succede quando la natura non è più in grado di proteggersi da sola?
Quando l’alternativa non è la libertà…
ma la scomparsa?

Non tutti i mali vengono per nuocere.
Ma questa frase, da sola, non basta.
Perché la verità è più scomoda:
a volte dobbiamo scegliere il male minore.
E farlo sapendo che non è una soluzione perfetta,
ma è l’unica che resta.
Io non ho tutte le risposte.
Ma continuo a cercarle.
E continuo a raccontarle.
Non so se questi articoli vi interesseranno.
Ma sento il bisogno di condividerli.
Accanto alla tecnica, all’attrezzatura, alle fotografie…
credo ci sia qualcosa di ancora più importante: raccontare ciò che c’è dietro.
I progetti. Le scelte. I dubbi. Il percorso.
Perché è lì che iniziamo davvero a conoscerci.
Ed è lì che, forse, qualcuno può trovare uno spunto, una risposta…
o semplicemente il coraggio di iniziare a rendere reale il proprio sogno.
Negli ultimi tempi ho capito una cosa.
Sto migliorando… perché mi sto ritrovando.
C’è stato un periodo in cui scattavo senza sapere davvero cosa stessi cercando.
Volevo solo una bella immagine.
Ora è diverso.
Non cerco più una foto perfetta, anche perchè non credo di averla mai fatta.
Le mie foto sono piene di difetti, ma non è importante per me. La tecnica, la pulizia la costruisco imparando, con il tempo... ma dentro una foto ci deve essere qualcosa di più. Ho smesso di cercare una perfezione che non arriverà mai.
Ora entro nella scena.
Nel momento.
Previsualizzo.
Aspetto.
Non scatto più per prendere qualcosa,
ma per incontrarlo.
Perché adesso so cosa sto cercando.
Cerco me.

Sono tornata ad amare quello che faccio.
Perché ho ritrovato me stessa dentro a quello che faccio.
La connessione con ogni animale mi fa sentire viva.
Non mi basta più fotografare.
Voglio creare un legame.
E se quel legame non c’è…
non scatto.
Voglio che l’animale mi veda.
Davvero.
Non come un disturbo,
non come una presenza invadente.
Ma come qualcosa di vivo.
E forse è proprio lì,
in quello spazio sottile tra due esseri viventi che si riconoscono,
che nasce davvero una fotografia.
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