Takthok Tsechu
Takthok Tsechu, testo e foto by
Luigi Monti. Pubblicato il 29 Marzo 2026; 0 risposte, 4789 visite.
Alcuni viaggi hanno bisogno di essere metabolizzati per essere capiti e apprezzati fino in fondo, altri ti restano dentro fin dal primo momento.
Quello in Ladakh è stato uno di questi ultimi!
Incastonato tra la catena del Karakorum, che lo separa dal Pakistan e dalla Cina, e quella dell'Himalaya occidentale che lo separa dal resto dell'India e dal Tibet, il Ladakh è una delle zone abitate più alte del Pianeta.
La parola Ladakh, infatti, significa letteralmente "terra degli alti valichi".
In tempi remoti il Ladakh faceva parte del Tibet, ma con il passare dei secoli l'Impero si frammentò in piccoli regni e il Ladakh finì sotto il controllo del principato di Jammu e Kashmir, che a partire dalla seconda metà del '700 divenne a sua volta parte dell'India.
Il fatto di essere così isolato e difficilmente raggiungibile ha fatto sì che il patrimonio storico e culturale del Ladakh rimanesse pressochè intatto.
Essendo appunto parte dell'India, ha evitato che in questa regione si verificasse quello che è successo nel resto del Tibet con l'occupazione cinese del 1951, che culminò con la sanguinosa rivolta del 1959.
Migliaia di persone furono uccise e circa 6.000 tra monasteri e santuari, vennero distrutti.
Il 14° Dalai Lama Tenzin Gyatso fu costretto alla fuga insieme a circa 80.000 tibetani che trovarono rifugio proprio in Ladakh.
Qui, poterono contare sul sostegno del popolo ladakho con il quale avevano moltissimo in comune, essendo entrambi eredi dell'antico impero tibetano.
Gli esuli poterono continuare a vivere in pace e tranquillità secondo i dettami del Buddismo Tibetano, senza paura di persecuzioni o repressioni, ed è anche per questo, che il Ladakh si è guadagnato negli anni il nome di piccolo Tibet.
La capitale Leh si trova ad un'altitudine di 3500 mt s.l.m. ed è raggiungibile via terra attraverso due strade, una che sale da Srinagar nella regione del Jammu e Kashmir e un'altra che sale da Manali nello Stato dell'Himachal Pradesh, oppure via aerea da Nuova Delhi.
Il nostro piano iniziale era quello di arrivare a Srinagar salendo in macchina fino a Leh passando per Kargil, in questo modo avremmo permesso al nostro fisico di acclimatarsi progressivamente alle elevate altitudini che avremmo raggiunto.
Purtroppo però, pochi mesi prima del nostro arrivo, si sono verificati dei gravi attacchi provenienti dal Pakistan che ci hanno fatto propendere per una strada più sicura, decidiamo così di arrivare direttamente a Leh con un volo interno.
Data la quasi impossibilità per noi occidentali di guidare lungo queste strade, decidiamo di affidarci a Shashank Tiwari: un driver esperto con il quale concordiamo le varie tappe e che si occuperà anche di trovarci da dormire lungo la strada.
È la sera del 1° Agosto e mentre la gente cerca un po' di refrigerio spalancando le finestre, io e Silvia chiudiamo accuratamente tutto, non prima però, di aver fatto l'ennesimo check:
Macchina fotografica? Presa!
Passaporti? Presi!
Macchina fotografica? Presa!
Biglietti aerei? Presi!
Macchina fotografica? Presa!
Visti turistici? Presi!
Macchina fotografica? Presa!
...
Ok, la macchina fotografica c'è! Possiamo partire!
Chiudiamo la porta di casa lasciando ogni ansia e ogni dubbio, l'avventura sta iniziando!
Decolliamo in perfetto orario da Roma Fiumicino e dopo appena 2 ore e 45 minuti siamo a Istanbul, dove dobbiamo sostare 9 ore in attesa della coincidenza per Nuova Delhi.
Tra un sonnellino e un giretto tra i negozi, il tempo scorre veloce e in men che non si dica ci troviamo a Delhi!
Dobbiamo sbrigarci, il volo per Leh è dalla parte opposta dell'aeroporto, ma questa volta abbiamo poco tempo per prendere la coincidenza, inoltre, dobbiamo fare nuovamente i controlli di sicurezza!
Lasciamo la valigia ed ecco che arriva la prima doccia fredda: il volo partirà in ritardo a causa delle pessime condizioni meteo a Leh!
Il volo è breve, ma estremamente emozionante, guardo fuori dal finestrino e mi accorgo che le montagne non stanno scorrendo veloci sotto di noi, ma sono talmente alte, che facciamo tutto l'avvicinamento volandoci in mezzo!
Dopo un estenuante viaggio durato poco più di 34 ore, arriviamo finalmente a Leh, distrutti!
In hotel troviamo ad accoglierci Shashank, che dopo un rapido check-in ci dà alcune importanti informazioni sul mal di montagna.
Ritrovarsi di colpo a 3500 mt s.l.m potrebbe avere qualche controindicazione, quindi ci raccomanda di contattarlo immediatamente, in qualsiasi momento, nel caso in cui avessimo mal di testa o peggio ancora, nausea!
Saliamo in camera per riposarci un po' e, nonostante ci siano da fare solamente tre rampe di scale, abbiamo le gambe pesantissime e ci sentiamo ancor più stanchi!
La stanza è spaziosa, luminosa e molto pulita, abbiamo anche una piccola terrazza che si affaccia sul monastero di Namgyal Tsemo.
Minacciose nuvole scure contrastano con le rocce chiare della montagna, dalla cui sommità, si staglia netta la struttura candida del monastero, regalandoci un benvenuto indimenticabile!

Ci prendiamo il pomeriggio per recuperare le forze, studiare le ultime cose, preparare gli zaini e soprattutto per fare un minimo di acclimatamento.
Scendiamo solamente per cena e ci rendiamo conto di essere gli unici turisti presenti!
La mattina arriva presto e Shashank ci affida a Tashi Acho, il simpaticissimo driver che ci accompagnerà nella nostra avventura.
Saliamo a bordo della sua Mahindra Xylo da battaglia, carichi come le molle per la prima tappa del nostro viaggio, la Shanti Stupa, costruita nei primi anni 90 da un monaco giapponese per celebrare i 2500 anni del Buddismo e come messaggio di pace tra i popoli, ma dopo poche centinaia di metri i nostri entusiasmi vengono subito frenati da un'interruzione stradale!
Poco più avanti, un grosso camion ha avuto qualche problema bloccando di fatto la strada e rendendoci impossibile la salita fino alla Stupa.
Il Ladakh non è famosissimo per la sua viabilità e un imprevisto del genere può richiedere un tempo indefinito per essere risolto, Tashi ci propone quindi di andare direttamente al palazzo di Leh e accettiamo di buon grado.
Costruito nel XVII secolo dal Re Sengge Namgyal, divenne la residenza della famiglia reale fino al 1830, quando furono costretti ad abbandonarla in seguito all'occupazione delle forze Dogra che presero il controllo della zona.
Il palazzo è stato eretto sulla falsa riga del Potala di Lasha in Tibet, è alto nove piani e nella parte bassa si trovavano le stalle e i magazzini, mentre i piani superiori erano riservati alla famiglia reale, esattamente come accadeva alle nostre latitudini.
Nel corso degli anni il palazzo è andato in rovina, ma recentemente è stato restaurato dal Survey of India che lo ha riaperto al pubblico.
L'interno si presenta piuttosto spoglio, a eccezione di un paio di stanze che raccolgono alcuni oggetti appartenuti alla famiglia reale e del piccolo tempio, molto suggestivo, dove i reali si raccoglievano in preghiera.

Raggiungiamo Tashi che ci aspetta in macchina e partiamo alla volta del monastero di Lamayuru con grandi aspettative.
Un'altra cosa per la quale il Ladakh meriterebbe fama mondiale è la fantasia e la simpatia con la quale la Border Roads Organisation (BRO) scrive i cartelli per invitare gli automobilisti alla prudenza:
- Drink and drive, you won't survive
- After Wiskhy Driving risky
- Donate blood but not on the road
- Fast drive could be last ride
- Feel the curves but do not hug them
Dopo circa tre ore arrivamo al monastero.
Il tempio è circondato da decine e decine di ruote della preghiera.
Generalmente, nella parte esterna della ruota, viene riportato il mantra Om Mani Padme Hum, mentre al suo interno, si trova l'albero della vita dove vengono avvolti numerosissimi altri mantra.
Far girare la ruota equivale a recitare una preghiera e apporta benifici al fedele.

Entriamo nel monastero attraversando una coloratissima porta che contrasta con le nicchie dalle quali è possibile ammirare le pareti scure della struttura originale costruita più di 1000 anni fa.
Mi stupisce molto il fatto che durante la visita non incrociamo nemmeno un monaco!

Ripartiamo in direzione Alchi ripercorrendo la stessa strada dell'andata.
Una volta parcheggiata la macchina scendiamo lungo una stradina piena di bancarelle che conduce all'ingresso del monastero.
Qui, una volta pagato il biglietto, ci viene fatto lasciare qualsiasi dispositivo fotografico, cellulare compreso, perché all'interno del complesso si trovano degli affreschi preziosissimi risalenti all'XI secolo.
Incontriamo solamente un'anziana signora intenta a pregare, il che rende l'atmosfera ancor più mistica.
Ci rimettiamo in viaggio verso Leh, facendo una piccola deviazione che ci porta al monastero arroccato di Likir, purtroppo però l'ora è tarda e troviamo chiuso.
Quando stiamo per ripartire, un monaco ci vede e ci invita a visitare una sala che riapre apposta per noi.
La visita è breve, ma molto interessante.
La giornata sta volgendo al termine e la strada che riporta all'hotel, ci regala dei paesaggi meravigliosi!

Dopo qualche ora di riposo e un'abbondante colazione a base di Chai e dell'immancabile paratah (rigorosamente piccante), siamo di nuovo pronti a metterci in marcia!
La prima tappa è Shey, famosa per essere stata in passato la capitale estiva del Ladakh e per l'omonimo palazzo all'interno del quale si trova una delle statute di Buddha Shakyamuni più grandi di tutto il Paese.
Costruita intorno al 1650, interamente in rame dorato, con i suoi 12 metri di altezza è la seconda statua più alta di tutto il Ladakh.
Ripartiamo un po' di fretta in direzione di Thiksey.
Appena arrivati percorriamo una breve salita che conduce al cortile del monastero, qui si affacciano due tempi: in quello di destra si trova un importante statua di Buddha Maitreya, in quello di sinistra ci sono dei bellissimi affreschi, mentre al centro si trova la silver Stupa.

Anche qui andiamo un po' di corsa, ma l'obiettivo della giornata è partecipare al festival nel monastero di Takthok e se non ci sbrighiamo rischiamo di fare tardi.
Deviamo dalla strada principale in direzione di Sakti e dopo pochi chilometri raggiungiamo il piccolo villaggio in festa.
Scendiamo dalla macchina e veniamo catapultati in un mondo che ormai possiamo solamente immaginare!
In villaggi come questo, la corrente elettrica è disponibile solamente per poche ore al giorno, l'acqua calda è contingentata, figuriamoci internet o tutte le altre modernità dalle quali siamo ormai dipendenti!
Per questi popoli, un evento come il Takthok Tsechu diventa quindi fondamentale per la vita della comunità.

Lasciamo un'offerta ai monaci ed entriamo a prendere posto.
Troviamo un ottimo punto e con Silvia ci alterniamo per visitare l'interno del tempio, in modo da non perdere il posto, anche perché con il passare dei minuti, tutti gli abitanti si stanno riversando nel cortile in attesa dell'inizio.
La festa celebra la vita di Guru Padmasambhava, conosciuto anche come Guru Rinpoche, fondatore della scuola Nyingma, una delle più importanti del buddismo tibetano.
La celebrazione culmina con l'esecuzione della danza sacra da parte dei monaci che indossano dei bellissimi abiti broccati di seta e soprattutto, delle pesanti maschere di legno intagliato chiamate Cham.
Questi travestimenti rappresentano le otto manifestazioni che il Guru Padmasambhava ha dovuto assumere per diffondere il Buddhismo e sconfiggere le forze del male.
Ci sono maschere dall'aspetto comprensivo e amichevole, mentre altre sono decisamente ostili e poco rassicuranti.

Danze lente, tamburi vibranti e il ripetersi incessante dei mantra, non sono solamente spettacolo, ma qualcosa di più profondo.
Tra queste montagne nel cuore dell'Himalaya, si sta compiendo un rituale che si perde nella notte dei tempi, carico di spiritualità, attreverso il quale questo popolo così affascinante, segue ancora gli antichi insegnamenti.
La nostra società è così lontana e diversa che è impossibile restare indifferenti e inevitabilmente mi trovo a riflettere al contrasto netto delle nostre vite sempre più frenetiche.
Assistere a questa festa ci fa capire che a volte è necessario rallentare per osservare, con maggiore consapevolezza, tutto quello che ci circonda.
Usciamo dal piccolo monastero di Takthok per continuare il nostro viaggio e prima di salire in macchina mi colpisce una frase di Buddha che recita: sorridere è il modo migliore per affrontare ogni problema, per scacciare ogni paura, per nascondere ogni dolore.
Un principio apparentemente semplice che, tra i tamburi e i mantra dell’Himalaya, diventa una preziosa esperienza di vita.
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