Fotografia...di famiglia
Fotografia...di famiglia, testo e foto by
Filippo Trevisan. Pubblicato il 01 Marzo 2026; 0 risposte, 160 visite.
Alzate la mano se conoscete a memoria questo copione. Siete iscritti a questo forum da anni, amate la fotografia, quella che racconta storie, che gioca con le luci dure, che ferma il tempo. Organizzate un tanto sospirato weekend in famiglia in una splendida città d'arte – nel mio caso, la magnifica e caotica Firenze. Nei giorni precedenti la partenza, il vostro cervello da fotografo inizia a elaborare scenari da premio Pulitzer: immaginate già i tagli di luce nei vicoli stretti, le silhouette dei passanti contro i marmi antichi, le geometrie urbane perfette.
Preparate l'attrezzatura con una cura quasi maniacale, sognando scatti autoriali e momenti irripetibili. Poi arrivate sul posto, mettete i piedi sul sanpietrino e... la realtà vi colpisce con la delicatezza di un treno merci.
Diventate, in un nanosecondo, il fotografo di scena ufficiale e insindacabile della famiglia.
La street photography si sgretola sotto i colpi inesorabili della logistica familiare. Alla fine del viaggio, stremati, scaricate la scheda di memoria sul computer e vi ritrovate a fissare 500 foto ricordo dei bambini che mangiano un gelato, 200 scatti mossi di tentati ritratti di gruppo e, forse, un paio di foto frettolose a un monumento, scattate mentre qualcuno vi tirava la giacca per andare a comprare un souvenir.
È la maledizione del genitore-fotografo. Un limbo in cui la passione personale viene costantemente sacrificata sull'altare del reportage vacanziero. Eppure, voglio dirvi una cosa: si può fare diversamente.
In questo mio ultimo viaggio a Firenze, le cose sono andate in modo diametralmente opposto. Sono rientrato a casa con una serie di scatti di strada, di geometrie e di vita quotidiana che ritengo davvero buoni, che mi soddisfano intimamente e che, finalmente, sento "miei". Niente fughe in solitaria all'alba, niente litigi per avere un'ora d'aria lontano dalla famiglia. Ero con loro, tutto il tempo.
Come ho fatto? La risposta risiede in tre grandi rivoluzioni che ho affrontato: una tecnica, una mentale e una... familiare.
L'addio al Full Frame e la liberazione del Micro 4/3 Per anni sono stato un devoto adepto del sensore Full Frame. Come molti di voi, ho rincorso il mito del bokeh estremo a f/1.4, della gamma dinamica infinita, della tenuta agli ISO stellare. Ho trasportato zaini fotografici che pesavano come macigni. Reflex o mirrorless "pieno formato", obiettivi luminosi, batterie di scorta...
Quando viaggi da solo o per lavoro, quel peso è giustificato dal risultato, è un fardello che porti con orgoglio. Ma quando viaggi in famiglia? Quando hai una mano occupata a tenere quella di tuo figlio in mezzo alla folla, una spalla su cui grava lo zainetto con le merende e le borracce, e il collo spezzato dalla cinghia della tua ammiraglia Full Frame? In quelle condizioni, la fotocamera smette di essere uno strumento di espressione e diventa uno strumento di tortura. Inizi a odiarla. Finisci per lasciarla in hotel perché "oggi andiamo a camminare tanto, porto solo il telefono". Ed è lì che muore il fotografo.
La mia personale rinascita fotografica ha un nome preciso: sistema Micro Quattro Terzi (M4/3).
Ho fatto il salto, ho venduto i miei pesanti corredi e ho abbracciato il formato ridotto. E sapete cosa ho scoperto? Che la vera qualità dell'immagine non risiede nell'ossessione per il rumore digitale ingrandito al 400% a monitor, ma nella possibilità reale di avere la macchina sempre con sé, pronta allo scatto, senza fatica.
A Firenze camminavo con al collo un corpo macchina compatto e un paio di ottiche fisse (un 14mm e un 25mm). Parliamo di lenti pesanti una manciata di grammi. Questa leggerezza mi ha restituito l'agilità. Potevo infilarmi in un vicolo, abbassarmi rapidamente per cercare un'inquadratura dal basso, scattare a una mano sola.
Inoltre, il tanto criticato "svantaggio" della profondità di campo del M4/3, nella street photography e nel reportage di viaggio si trasforma in un vantaggio clamoroso. Scattando a tutta apertura, diciamo a f/1.7 o f/1.8, su un sensore M4/3 ottengo un soggetto perfettamente a fuoco e isolato, ma mantengo una leggibilità del contesto urbano circostante. Non distruggo lo sfondo in una poltiglia sfocata; lascio che Firenze faccia da quinta teatrale riconoscibile. Ho smesso di fare le radiografie ai pixel e ho ricominciato a fare fotografie.

L'arte di fermarsi e "Osservare Molto"
Avendo risolto il problema logistico grazie alla leggerezza dell'attrezzatura, dovevo risolvere il problema dell'approccio. Quando si viaggia con i figli, si è costantemente in movimento. Si va dal museo alla gelateria, dalla piazza al ristorante, sempre con un occhio all'orologio e l'altro ai livelli di stanchezza dei bambini. In questo moto perpetuo, la fotografia diventa un atto predatorio: vedi una cosa bella, alzi la macchina al volo, scatti sperando che sia a fuoco, e continui a camminare. È la ricetta perfetta per la mediocrità.

A Firenze ho deciso di cambiare ritmo. Invece di inseguire le foto, ho deciso di aspettarle. Ho adottato un approccio che riassumo in due parole: osservare molto.
Ho smesso di cercare spasmodicamente l'attimo fuggente in ogni strada. Piuttosto, identificavo un "palcoscenico" interessante. Magari era un muro colpito da una luce radente meravigliosa, una vetrina di una libreria antica che creava riflessi complessi con i palazzi storici di fronte, o una scalinata dominata da geometrie nette.
Trovato il palcoscenico, non scattavo a caso. Mi fermavo. Aspettavo. Aspettavo che la vita – caotica, imprevedibile e bellissima – entrasse nella mia inquadratura. Poteva essere un anziano signore col sigaro che si stagliava contro il portico buio, un bambino col suo zainetto che spezzava la simmetria del marmo, o un ombrello colorato che bucava il grigiore di una giornata uggiosa.
Questo approccio più lento, meditativo e riflessivo ha cambiato tutto. Ti permette di curare la composizione in modo maniacale, di studiare le linee di fuga, di decidere in anticipo se vorrai sottoesporre pesantemente per creare silhouette drammatiche o se esporre per le ombre. Quando il soggetto umano finalmente entra nell'inquadratura, tu sei già pronto. Devi solo premere il pulsante di scatto. È la differenza abissale tra fare il reporter di guerra in trincea e fare il cecchino appostato sulla collina. E vi assicuro che la pazienza ripaga sempre con scatti di cui vi innamorerete.

I veri eroi, i miei compagni di viaggio
Tutta questa bellissima teoria sul "fermarsi a osservare", ovviamente, si scontra con una domanda che chiunque abbia figli si starà facendo in questo momento: "Sì, bello, ma mentre tu aspetti venti minuti davanti a un muro che passi l'omino con l'ombrello... i tuoi figli che fanno? Danno fuoco alla piazza?"
Ed è qui che arriviamo al vero cuore di questo articolo, il motivo per cui l'ho intitolato "Si può!". Il segreto del mio successo fotografico a Firenze non è stato né il sensore né la mia pazienza, ma loro: i miei due bambini.
Sono stati bravissimi, dei compagni di viaggio eccezionali. Ma attenzione, voglio essere brutalmente onesto con voi: non è stata una magia istantanea. Non sono nati con il gene della "pazienza verso il padre fotografo".
Ricordo benissimo i nostri primi viaggi. Erano complicati, a tratti frustranti. Ogni volta che mi fermavo per un'inquadratura c'era un lamento: "Papi andiamo?", "Mamma, papà si è fermato di nuovo a guardare un muro!". Era un continuo gioco di incastri e compromessi al ribasso, dove io mi sentivo in colpa per averli bloccati e loro si annoiavano a morte.
Ma il trucco, l'unico vero segreto che voglio trasmettere a ogni genitore su questo forum, è uno solo: l'abitudine. Viaggiare in famiglia è un muscolo che va allenato, e lo si allena solo insistendo.

Abituandoli a girare, a camminare, a esplorare posti nuovi, i bambini sviluppano una resilienza e una curiosità che noi adulti abbiamo spesso perso. Oggi, dopo anni di gite e viaggi insieme, mi accompagnano con vero piacere. Hanno capito che il mio fermarmi a fotografare non è un dispetto fatto alla loro voglia di correre, ma è il mio modo di vivere il viaggio. Hanno imparato a rispettare i miei "momenti di pausa". Mentre io scruto attraverso il mirino della mia mirrorless, loro ne approfittano per mangiare un biscotto, sedersi su un gradino a riposare.... Si è creato un ecosistema perfetto, in cui la mia passione non cannibalizza più le loro necessità, e viceversa.
Se siete arrivati a leggere fin qui, avrete capito che questo non è un articolo sulle differenze di rumore ad alti ISO o sulla nitidezza ai bordi dei grandangoli. Questo è un appello.

Il consiglio spassionato che mi sento di dare a tutti i genitori che popolano questo spazio è: portateli con voi, e non abbiate paura di fare la vostra fotografia.
Non lasciate a casa la macchina fotografica rassegnandovi all'idea disfattista che "tanto con loro non si riesce a combinare nulla di buono". Non accontentatevi del cellulare. E, soprattutto, non vivete la passione fotografica come qualcosa che deve necessariamente separarvi dalla vostra famiglia, relegandovi a uscite all'alba solitari e infreddoliti.
La fotografia è vita, e la famiglia è vita. Possono e devono coesistere.
Le prime uscite saranno, ve lo garantisco, una palestra di pazienza. Vi sembrerà di impazzire, di non riuscire a tirare fuori mezzo scatto decente, di aver portato attrezzatura inutile. Tornerete a casa nervosi. Ma tenete duro. Continuate a portarli con voi nei borghi, nelle città, sui sentieri. Imparerete a leggere i loro momenti di calma e a sfruttarli per i vostri scatti. Imparerete a trovare la bellezza nelle immediate vicinanze, senza dover per forza scalare una montagna per avere un bello sfondo. Troverete il vostro equilibrio.

E poi, c'è un premio finale. Un premio inaspettato e bellissimo che ripaga di tutte le fatiche, di tutti gli zaini portati in spalla e di tutti i compromessi.
A furia di vedervi fermi ad osservare il mondo attraverso un mirino, di vedervi studiare la luce, cercare le ombre e rincorrere la bellezza nei dettagli più insignificanti, i vostri figli inizieranno inevitabilmente a incuriosirsi. L'esempio vale più di mille parole.
Inizieranno a chiedervi perché state guardando proprio quel palazzo. Vi chiederanno cosa c'è di bello in quel riflesso in una pozzanghera. E un giorno, all'improvviso, si avvicineranno, allungheranno le mani verso la vostra fotocamera e vi diranno: "Posso guardare io? Posso fare uno scatto?"
Vedere nascere in loro la stessa identica passione per la fotografia, vederli scattare la loro prima foto vera capendo il valore della composizione e della luce, è un'emozione indescrivibile. È il momento in cui capisci che non gli hai trasmesso solo un hobby, ma un modo profondo e attento di guardare il mondo. E vi assicuro che quello, da solo, vale molto, ma molto di più della foto del secolo o del miglior scatto della vostra carriera.

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