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Monte Joanaz


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Monte Joanaz, testo e foto by Teo1982. Pubblicato il 13 Gennaio 2026; 0 risposte, 92 visite.


Il monte Joanaz è un piccolo altopiano al confine tra Italia e Slovenia dove, circa 100 anni fa, è stato teatro di sanguinose battaglie. In seguito alla disfatta di Caporetto l'esercito, fino ad all'ora guidato dal generale Cadorna, velocemente indietreggiò cercando di sfuggire all'Impero Austroungarico e all'avanzata della Germania del Kaiser Guglielmo. Inferiori numericamente e non supportati da una adeguata difesa militare, gli Italiani, trovarono nel Monte Joanaz uno strategico punto per impegnare col fuoco l'esercito nemico. Ben presto però si resero conto che i loro sforzi non sarebbero serviti a nulla e se fossero rimasti lì, sarebbero certamente morti o peggio ancora fatti prigionieri. Così il comandante in capo ordinò la ritirata, lasciando un solo soldato munito di mitragliatrice, a difendere la fuga del Regio esercito...oggi, sulla strada che porta in cima, c'è una chiesetta con un incisione a ricordo dello sforzo di quel povero soldato...

"Un fante improvvisatosi mitragliere
da questo valico per 36 ore
col suo eroismo
contestò il passo ed impedì l'avanzata ad una intera Divisione nemica,
finché sopraffatto dal numero,
venne travolto e trucidato in questa cappelletta."

Durante l'inverno, quando tramonta il sole, il cielo si colora di un colore talmente rosso da evocare il ricordo del sangue versato su quelle vallate


Sono partito per questa escursione il giorno di Santo Stefano e, con la pancia piena di cibo e alcol, mi sono incamminato zaino in spalla, verso la cima del Monte Joanaz a 1167 m.s.l.m.. Lasciato la macchina alla Madonnina del Dom, ho percorso il breve tratto in salita che porta ai prati del Joanaz; il sole stava per salutare un altro giorno mentre con i suoi raggi trasversali fendeva quella gelida e umida atmosfera, conferendo a tutto quello che mi circondava un miscuglio di colori caldi.


Fin dai primi passi capì che lo zaino andava aperto il prima possibile, così estrassi la mia piccola fidata Nikon Z6 al quale abbina prima il Nikon 24/70 f/2.8 e successivamente l'85 f/1.4.
Volevo due obiettivi luminosi che mi dessero la possibilità di lavorare ad ISO contenuti perché, per quanto bene possa lavorare il sensore di una mirrorless rispetto ad una reflex, il rumore è sempre in agguato.



Salendo la pianura friulana si apriva alle mie spalle e la vista spaziava fino al mare mentre una leggera foschia copriva l'area a occidente.
Viviamo in una terra meravigliosa e spesso ci dimentichiamo di quanto terribilmente bello sia il mondo che ci circonda, e di quanto i nostri avi hanno fatto per "regalarcelo"


24 ottobre 1917: inizia la XII battaglia sull'Isonzo, la “rotta di Caporetto”.
La sorpresa strategica austro-tedesca indusse l'esercito italiano a ripiegare da quelle linee conquistate dopo ben 29 mesi di aspri combattimenti causando migliaia di caduti e feriti sofferti da entrambi gli eserciti belligeranti.
Nelle immediate ore successive a quel tragico giorno l'esercito italiano tentò l'ultima disperata difesa sulla linea Montemaggiore e Purgessimo per arginare l'avanzata nemica e per evitare l'accerchiamento delle armate dell'Isonzo e della Carnia. Quest'ultima linea di difesa ad oltranza passava attraverso il Monte Joanaz e la Bocchetta di Sant'Antonio che furono improvvisamente teatro di aspri combattimenti.
In queste concitate ore si attestò a difesa del paese di Canebola e dell'importante crocevia poco più in alto (la Sella di Canebola o Bocchetta Sant'Antonio) la 34a Divisione del generale Basso che dispose le sue truppe per arginare l'avanzata austro-tedesca. Vennero così schierati reparti della Brigata Potenza dal Monte Carnizza alla Bocchetta esclusa e il 9° reggimento Bersaglieri da questa alle falde del Monte Joannes, rinforzato poi dal 31° reggimento Fanteria Brigata Siena.


Le postazioni risultarono subito difficilmente difendibili per l'assenza totale di ripari e le munizioni scarseggiavano sempre più per la mancanza di approvvigionamenti. Nonostante la proposta di resa da parte dei reparti austriaci del 7° Reggimento Fanteria “Graf von Khevenhüller”, i reparti del generale Basso continuarono nel loro intento di difendere ad oltranza quell'ultima porta che, se spalancata, avrebbe aperto il varco definitivo alla pianura friulana. L'incalzante afflusso del nemico che giungeva oramai da ogni direzione rese però indifendibile il sito. Venne così ordinato ad un manipolo di soldati di coprire la ritirata dei commilitoni che presidiavano la Sella bloccando miracolosamente, per una manciata di ore, l'avanzata nemica: inevitabilmente, questi uomini caddero sotto i colpi del nemico uno dopo l'altro finchè anche l'ultimo mitragliere morì eroicamente nella cappelletta dedicata al Santo di Padova oramai in rovina. Era il 27 ottobre 1917.


Nello stesso giorno anche la Terza armata del duca d'Aosta ripiegò per non restare isolata e accerchiata. Si sgomberò Cividale facendo saltare il “Ponte del Diavolo” e Cadorna ordinò la ritirata al Tagliamento. Il giorno successivo gli austro-tedeschi entrarono a Udine, nella notte del 29 varcarono il Tagliamento, il 30 occuparono Codroipo e San Daniele del Friuli, mentre si facevano saltare i ponti e il disastro assumeva proporzioni enormi.
Nei giorni successivi all'invasione mani pietose raccolsero i Caduti di Canebola e li seppellirono nel Cimitero del paese ampliandone le vecchie mura: negli anni '30 questi eroi vennero definitivamente traslati al Tempio Ossario di Udine ove ora riposano.



La disfatta di Caporetto non è stata una disfatta per la quantità di persone che persero la vita, tutt'altro.
Di quella battaglia si contarono circa 40000 tra morti e feriti, ovvero un normale numero di decessi di una comunissima battaglia della prima guerra mondiale; quello che rese di Caporetto, di fatto, una disfatta senza pari furono per prima cosa i 280000 prigionieri di guerra. Ricordiamo che l'Austria, o meglio l'Impero Austroungarico, in quel autunno del 1917 era un paese che versava in condizioni disastrose, afflitti da una povertà dilagante a quasi tutti i ceti sociali; non c'era cibo e le famiglie mangiavano pane e acqua nelle giornate fortunate. Finire in un campo di prigionia in una nazione dove non c'è cibo porta ad un naturale deperimento fisico e mentale.
Ma la cosa peggiore di quella disfatta furono gli oltre 350000 che deposero le armi e si rifiutarono di combattere.


Non fu un attacco come gli altri. Non ci fu il tempo di contare i colpi o di imprecare contro l'artiglieria. Le linee si sbriciolarono in silenzio, come pane secco tra le dita. I comandi non arrivavano, o arrivavano tardi, o non avevano più senso. “Indietro”, gridò qualcuno, e quella parola, che fino al giorno prima era stata vergogna, diventò salvezza.
I soldati scapparono, corsero senza sapere dove, insieme a un fiume di uomini che non erano più un esercito ma una moltitudine: alpini senza cappello, fanti senza fucile, ufficiali con lo sguardo perso. C'era chi piangeva, chi bestemmiava, chi camminava muto come un sonnambulo. Le strade si intasarono di carri, muli abbattuti, cannoni abbandonati come ossa troppo pesanti da portare.
Il paesaggio, che per mesi era stato nemico, ora sembrava guardare con pietà. Le montagne restavano immobili, indifferenti alla disfatta degli uomini. I paesi si riempivano di passi e di paura: donne che chiudevano porte, vecchi che osservavano in silenzio, bambini che imparavano in un giorno solo cos'era la guerra. Si beveva dalle fontane accanto a compagni che non si conosceva e che non si avrebbe mai più rivisto. In quel sorso c'era la stanchezza di anni.
La notte arrivò senza portare riposo. Si dormiva nei fossi, nei fienili, in piedi. Ogni rumore sembrava un colpo nemico. Ogni luce, un tradimento. La ritirata non era solo un movimento all'indietro: era un crollo dentro.
Crollava la fiducia nei comandi, nella vittoria, perfino nelle parole che avevano riempito i discorsi dei mesi precedenti.
Eppure, in mezzo alla rotta, qualcosa resisteva. Un sergente che si fermava ad aspettare gli ultimi. Un ufficiale che provava a rimettere in fila dieci uomini. Una mano tesa a chi cadeva. Un soldato ricordò la lettera della madre e la rilesse alla luce tremolante di un fuoco improvvisato. Parlava di casa, di uva vendemmiata, di una sorella che cresceva. Quelle frasi semplici tenevano insieme ciò che il fronte aveva spezzato.
Quando il Piave apparve, largo e freddo, sembrò un confine tra due mondi. Attraversarlo fu come nascere di nuovo, ma senza gioia. Dietro restavano i compagni persi, i giorni confusi, l'illusione di una guerra rapida e ordinata. Davanti, una linea da tenere, un nome da riscattare.
La ritirata di Caporetto non finì in un giorno. Continuò negli sguardi bassi, nel silenzio dei reparti ricostituiti, nel peso di una sconfitta che bruciava più del freddo. Giovanni sopravvisse, e questo gli sembrò già un dovere enorme. Capì che la guerra non era solo avanzare o arretrare, ma restare uomini mentre tutto spingeva a diventare ombre.


Ora il Monte Joanaz si presenta come un luogo silenzioso, come se volesse custodire tutti i pensieri e le parole lasciate al vento di quella terribile giornata di autunno di oltre un secolo fa.
Salire al tramonto regala una luce ed una pace senza eguali.



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