Sentiamo chiederci: ciò che nel tempo sopravvive e ancora si vede, statico e fermo come una rovina è quindi morto? Ciò che invece sfugge alla vista e che però sappiamo per certo essere stato vita forse ancora si muove? Come una danza? Impalpabile come un'assenza?
Progetto sulla memoria al Castello di Polcenigo, Fvg.
Febbraio 2025.
Stefano Raspa, Cristina Gattel.
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Versione in inglese/ English version
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Enduring Death, Fleeting Life
#trails
From the heart of the small town of Polcenigo, you can leave the Church of San Giacomo Apostolo behind and take the path rising toward the hill where the Castle ruins stand. History tells us that in 963 AD, Emperor Otto I gifted this Castle to the Bishop of Belluno. The Bishop, in turn, granted the fief to Captain Fantuccio, the forefather of the family that would become the Counts of Polcenigo.
In 1411, the Friulians set fire to the village, heavily damaging the fortress. By 1730, the site was officially declared "fallen into ruin." War took its toll as well: during World War I, it suffered Austrian raids and the bombardment of November 7, 1917. It was the 1976 earthquake, however, that dealt the final blow. Reduced entirely to rubble, the remains were finally stabilized and consolidated by the Friuli Venezia Giulia Region in 1979.
#ruins
Albert Speer was a German architect, later prosecuted at Nuremberg for using slave labor to fuel the war machine during the Nazi era. Speer once presented a sketch of the Nuremberg Haupttribüne depicted as a ruin overgrown with ivy. While Hitler's entourage was scandalized, the Führer was enthusiastic.
Speer championed the theory of "Ruin Value" (Ruinenwert). The concept was that all new buildings should be constructed in such a way that they would leave behind grandiose ruins for thousands of years to come. These ruins were intended to testify not only to inevitable decay but to the greatness of the Third Reich for future generations, much like the ruins of Ancient Greece or the Roman Empire.
#dances
Today, little remains of the Castle of Polcenigo beyond the perimeter traces, some medieval rubble, and the imagined stories of those who once walked these halls. Yet, these stones pose uncomfortable questions. We face them when nature reclaims the masonry; when a city is revealed as nothing but bones—skeletons—after the devastation of war; or when time hardens into immutable stone while human presence fades into a ghost.
We find ourselves asking: Is that which survives through time—static and still like a ruin—therefore dead? And that which escapes our sight, but which we know for certain was once life—does it perhaps still move? Like a dance? Impalpable as an absence?
Memory Project at the Castle of Polcenigo, FVG. February 2025.
Stefano Raspa, Cristina Gattel
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BIBLIOGRAFIA minima
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- Georg Simmel, La Rovina (Die Ruine) (1911).
Simmel è il primo a teorizzare la rovina come il momento in cui la natura si riprende ciò che l'uomo ha costruito, creando una nuova unità estetica. Perfetto per il tuo passaggio su "il paesaggio naturale le assorbe".
Walter Benjamin, I "Passages" di Parigi (Das Passagen-Werk).
Benjamin è il filosofo delle macerie della modernità. Anche se si concentra sulle architetture del XIX secolo, la sua visione della storia come catastrofe e accumulo di rovine è cruciale.
- Marc Augé, Rovine e macerie. Il senso del tempo (Le temps en ruines). (Bollati Boringhieri).
Augé (famoso per i "non-luoghi") distingue tra rovina (che ha un senso storico ed estetico) e maceria (il rifiuto, lo scarto privo di senso). Molto pertinente per il confronto che fai tra il castello storico e le distruzioni belliche.
- Vito Teti, Il senso dei luoghi. Memoria e storia dei paesi abbandonati. (Donzelli).
Teti è un antropologo italiano che ha scritto pagine bellissime sui paesi abbandonati (in Calabria, ma applicabile al Friuli) e sulle catastrofi (terremoti) che lasciano "scheletri". Parla della "restanza" e del rapporto malinconico con i ruderi.
- Tim Edensor, Industrial Ruins: Space, Aesthetics and Materiality. (Berg Publishers).
Un testo chiave per la geografia umana moderna. Edensor esplora come le rovine non siano spazi morti, ma luoghi di pratiche alternative, memorie non ufficiali e (come scrivi tu) "danze" invisibili.
Albert Speer, Memorie del Terzo Reich (Erinnerungen). (Mondadori).
Nel capitolo dedicato all'architettura, Speer racconta l'episodio del disegno mostrato a Hitler e spiega tecnicamente come dovevano essere costruiti gli edifici (senza cemento armato, ma con materiali che invecchiassero "nobilmente" come la pietra) per diventare belle rovine in futuro.
- Alexander Scobie, Hitler's State Architecture: The Impact of Classical Antiquity. (Penn State Univ Press).
Analisi accademica precisa su come l'architettura nazista cercasse ossessivamente il confronto con Roma e la Grecia proprio attraverso la prospettiva della futura rovina.
- Rose Macaulay, Il piacere delle rovine (Pleasure of Ruins). (Varie edizioni).
Del 1953. Un viaggio letterario sul perché gli esseri umani siano attratti dal decadimento. Molto utile per capire il sentimento "romantico" che, paradossalmente, anche i nazisti cercavano di sfruttare.
- Brian Dillon, Ruins (Documents of Contemporary Art). (Whitechapel Gallery/MIT Press).
Una raccolta di testi brevi di vari autori, artisti e fotografi che riflettono sulla rovina nell'arte contemporanea. Utile se vuoi dare un taglio più artistico/visivo al progetto.
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Josef Koudelka – Ruines (Edizioni Xavier Barral / Thames & Hudson)
Koudelka ha passato anni a fotografare i siti archeologici del Mediterraneo. Le sue panoramiche in bianco e nero trasformano le rovine in strutture geometriche fuori dal tempo. È il riferimento perfetto per quando parli del tempo che "si fa pietra immutabile". Non c'è presenza umana, solo la grandezza della storia che schiaccia l'osservatore.
Gabriele Basilico – Beyrouth 1991
Basilico fotografò Beirut appena finita la guerra civile. Le sue foto ritraggono edifici sventrati che stanno in piedi per miracolo. È il collegamento diretto alla tua frase: "una città che si mostra solo come ossa - scheletri". Basilico non drammatizza, documenta con rispetto il "corpo ferito" dell'architettura.
Robert Polidori – Zones of Exclusion: Pripyat and Chernobyl (Steidl)
Polidori è il maestro dell'interno in decadenza. In questo lavoro su Chernobyl, mostra come la natura assorba violentemente le costruzioni umane in pochi decenni. È visivamente molto potente per rappresentare il concetto di Ruinenwert al contrario: non una nobile rovina antica, ma una moderna catastrofe tecnologica ingoiata dal bosco.
Yves Marchand & Romain Meffre – The Ruins of Detroit (Steidl)
Testo fondamentale della fotografia di rovine contemporanea. Mostrano teatri, stazioni e scuole di Detroit abbandonati. È utile per capire l'estetica del "sublime" applicata al fallimento della società moderna, un parallelo interessante con il fallimento delle ideologie (come quella di Speer) di creare qualcosa di eterno.
Tate Britain (Catalogo mostra) – Ruin Lust (2014)
Raccoglie opere da Piranesi fino ai fotografi contemporanei, analizzando proprio l'ossessione (la "Lust", la brama) occidentale per le rovine.
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